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lunedì 11 marzo 2024

Oreste Lo Valvo: La rivolta di Giuseppe D'Alesi. Tratto da: L'ultimo ottocento palermitano. Storie e ricordi di vita vissuta.

Una lapide, che stava sul prospetto della Chiesa della Madonna della Volta, ricordava di essere stato in quei pressi ucciso il Capitano generale del popolo: Giuseppe D’Alesi e precisamente il 22 Agosto 1647.
La Sicilia era sotto il dominio spagnuolo ed a Palermo la grande massa del popolo, tra penurie e carestie subiva l’amara sorte di un governo inetto, affidato ad un vicerè pavido ed incapace, sopraffatto dalla prepotenza boriosa della invadente nobiltà dell’epoca.
A Napoli, per la medesima oppressione, il celebre Masaniello aveva dato, in quell’anno stesso, l’esempio della rivolta.
A Palermo non tardò l’occasione per imitarlo, giacchè mancando il frumento, le forme del pane cominciarono a mancare di peso e a crescere di prezzo.
Nel rione Conceria si organizzò la sommossa e finì per esserne coraggioso dirigente proprio Giuseppe D’Alesi, che pur essendo un tiratore d’oro, abitava fra i conciapelli.
Era quel rione un vero labirinto di vicoli, casette e misteriosi sotterranei, che andavano in ogni senso e che comunicavano per le sottostanti fogne ed acquedotti nei quali immettevansi gli scoli delle varie fabbriche di concia.
Per tale conformazione speciale, il luogo si prestava alle segrete congiure ed agli assembramenti, senza tema di essere scovati dalla polizia e dalle spie del S. Uffizio, che molto coadiuvava il Governo, specie contro i movimenti di carattere politico.
Fu appunto in una bettola presso la Chiesa di S. Antonio che si riunivano il D’Alesi, il console dei conciatori, un pescatore ed altri della plebe, ordendo la sollevazione della città per il 15 Agosto, festa dell’Assunzione, col proposito di assalire il vicerè ed il suo seguito, in occasione della visita che in quel giorno festivo facevasi ai santuari della Madonna, a Maredolce e a Gibilrossa.
Ma la congiura fu scoperta e dall’inquisitore Trasmiera ne venne informato il Vicerè marchese di Los Velez, il quale, dapprima, non diede importanza alla cosa, ma poi, per sincerarsene, fece invitare a palazzo i consoli dei calderai e dei saponai, che erano fra i capi della congiura. Costoro non volevano andare in bocca al lupo ed eransi rifiutati, ma poscia sollecitati e rassicurati dal Capitano della città e dai congiurati popolani vi si recarono, ma, come era da prevedere, per esservi trattenuti.
Venuti, pertanto, gli altri congiurati, e specie il D’Alesi, a conoscenza del tranello, misero in subbuglio la città e la rivolta divampò, per cui il Vicerè coraggiosamente fuggì dal palazzo con la famiglia e corse ad imbarcarsi al Molo sulla Capitana di Sicilia, veleggiando con altre galèe verso l’Arenella.
La nobiltà, gli inquisitori ed i religiosi erano in grande sgomento, temendo il saccheggio delle loro case. Ma il D’Alesi, che fu proclamato Capitano Generale del Popolo, frenò i rivoltosi, assumendo con grande prestigio la direzione della cosa pubblica, al fine di apportare bene alla popolazione, nei limili di giuste ed oneste pretese.
Ciò malgrado, quel vento di fronda che minacciava di diventare ciclonico, non garbava ai signori, che nulla volevano cedere e, quindi, auspice l’inquisitore Trasmiera, fu ordito uno stratagemma per abbattere l’organizzazione della rivolta, che faceva capo al D’Alesi.
Tutta quanta la nobiltà, con l’aiuto dei Padri Teatini, finse di volere venire a patti, discutendo le richieste del Capitano del Popolo, verso il quale ostentarono il massimo ossequio e la più grande stima.
Il povero D’Alesi abboccò all’amo e spesso convenne nella Chiesa di San Giuseppe e nella Casa Pretoria, parlamentando da pari, con principi e prelati.
Frattanto, la sua casa, sita nel modesto rione Conceria, si riempiva di ricchezze, facendo a gara i signori nel mandargli preziosi doni, arazzi, mobili, e financo una carrozza con quattro mule bianche regalavagli Don Ottavio Lanza Principe di Trabia.
Culminava l’arguzia dei potenti nemici con l’offerta fatta al D’Alesi della carica di Pretore a vita della città, con vistoso stipendio ed altre onorificenze, che egli dapprima recisamente rifiutò, ma che poi finì per accettare, per le insistenze dei suoi finti adulatori. Non appena, infatti, costoro videro l’inaccorto tribuno, carico di onori e di ricchezze, sottomano agivano perchè cadesse in sospetto e disistima della popolazione, che si credette tradita ed abbandonata dal suo capo.
Il colpo riuscì appieno. Furono sollevate le masse contro i caporioni della sommossa, venendo dapprima trucidato e decapitato Francesco D’Alesi fratello di Giuseppe, nella sua alba di nozze, e quindi lo stesso Giuseppe, che nobilmente, disprezzando la fuga, venne trafitto davanti la chiesa della Madonna della Volta, ove un cavaliere di casa Platamone gli recise il capo, perchè fosse portato in trionfo con quello del povero Francesco.
Ed allora il coraggioso Vicerè tornò.
Così, la storia di quei tempi tristi echeggia di frequenti ruggiti del popolo oppresso, fino all’avvicinarsi degli eventi decisivi per la causa della libertà.
Dopo i moti del 1820 il Governo borbonico sentiva ancora l’eco minacciosa della vecchia Conceria.
Non vi era altro mezzo che distruggerla; e però il Tenente Generale D. Vito Nunziante, temendo che l’ordine non fosse eseguito, con sufficiente apparato di forze prese stanza nella piazzetta davanti la Parrocchia di S. Margherita e non si rimosse se non quando furono chiusi i sotterranei, abbandonate le case ed espulsi i conciapelli.
Indi a che, sul luogo stesso, sorse il Mercato Nuovo, con la famosa Funtanedda, che per tanti anni dissetò con le sue fresche acque gli antichi palermitani che, quando avevano sete, bevevano acqua.
Ed ora è tutto un ricordo.


Oreste Lo Valvo (Oleandro): L'ultimo ottocento palermitano. Storie e ricordi di vita vissuta.
L'opera è la fedele trascrizione del volume originale, pubblicato con le Industrie Riunite Siciliane nel 1937, arricchito dalle foto dell'epoca. 
In copertina: Esedra del giardino di Villa Giulia. Olio su tela di Umberto Coda. 
Pagine 258 - Prezzo di copertina € 22,00
Il volume è disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia - Sconto 15%)
Su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Macajone (Via M.se di Villabianca 102), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60), Libreria Forense (Via Maqueda 185).

Oreste Lo Valvo: Il rione scomparso detto della "Conceria". Tratto da: L'ultimo ottocento palermitano. Storie e ricordi di vita vissuta.

 
Il rione, detto della «Conceria», perchè vi si conciavano le pelli, ebbe importantissime vicende, legate alla storia della vecchia Palermo.
Oggi non esiste più, essendo state recentemente demolite le ultime antiche fabbriche, già sostituite da moderne costruzioni che danno alla località un aspetto completamente diverso, non esistendo più alcuna traccia del passato.
Le prime demolizioni, dal lato della Discesa Bandiera, furono iniziate dopo il colera del 1885, tanto per dar principio a quel risanamento, che per circa mezzo secolo lasciò, in certo modo, le cose come si trovavano. L’area, infatti, che risultò da quelle demolizioni, rimase per lunghissimi anni, tra dirupi e macerie, come una zona terremotata.
In seguito, la costruzione di Via Roma diè luogo ad uno sventramento piuttosto importante del secolare rione e fu allora che scomparvero la Parrocchia di Santa Margherita, e la buia, tortuosa Via Formari, oggi Via Venezia, venendo a sorgere, sui rispettivi terreni, il teatro, il palazzo Biondo ed il famoso Ferro di cavallo, che, come mercato provvisorio, rimasto in piedi parecchi lustri, non ebbe fortuna.
Ugualmente, per circa un trentennio, la parte restante della cosidetta Vucciria Nuova, salvo l’intervento di una tettoia in ferro, riservata alla vendita del pesce, conservò il suo vecchio aspetto, qual’era sino a quando la vedemmo in parte, recentemente, sparire sotto il piccone demolitore.
Ed ora che le fabbriche sono state rase al suolo e ben poco resta di ciò che formava uno dei più tipici luoghi della città, tocca, in memoria, la parola alla storia, perchè ne riassuma le tradizioni e i ricordi.
Sono due i periodi da richiamare: l’ultimo, nel quale fu quel sito destinato a nuovo mercato, per supplire al vecchio, denominato piazza Caracciolo, dal nome del Vicerè, che lo aveva fondato, e il periodo precedente in cui, nel luogo stesso, esisteva la famosa Conceria, che fu covo di congiure e di rivolte cittadine sino al 1820, quando i conciapelli ne furono cacciati e le loro abitazioni vennero distrutte.
Sarà bene, intanto, al richiamo dei fatti, premettere un breve cenno sulla primitiva topografia della località, date le trasformazioni che essa venne a subire.
Prima che si costruisse la Via Maqueda e successivamente la Via Roma, i cui livelli sono alquanto elevati, in rapporto a quelli di piazza S. Onofrio, di piazza Nuova e di piazza Caracciolo, la vecchia città, a partire dal Papireto, sino a Porta Carbone presentava tutta una zona sottomessa, fiancheggiata, da un lato, dal rialzo di Via Celso, del Monastero delle Vergini e della Chiesa di S. Antonio e dall’altro, dall’emergenza ove, a partire dal Capo, corrono la Via S. Agostino e la Via Bandiera.
Costruendosi, infatti, la Via Maqueda, fu necessario sistemare i dislivelli con la gradinata della discesa dei Giovenchi, con quella tradizionale detta dei Ventitrè scaluna, oggi spariti, e con la discesa S. Rocco; il rialzo fu superato con le due gradinate di Via Venezia e con l’altra, a fianco la Chiesa di S. Antonio.
Riguardo a quello che era in origine il rione Conceria, del quale ci occupiamo, le trasformazioni più radicali avvennero col taglio dritto della Via Maqueda. Esisteva nel sito stesso, per il quale doveva passare la nuova strada, l’antica chiesa di S. Rocco eretta nel 1347 dal Senato di Palermo, quando la città era infetta dalla peste. Fu, allora, quella chiesa demolita e ricostruita nel 1627, ma sparì anch’essa più tardi nel secolo scorso, per dare posto alle case ad angolo della discesa di piazza Nuova, che porta, tuttavia, il nome di S. Rocco.
Prima ancora che sorgesse la Via Maqueda, la piazza S. Onofrio ed il rione detto della Concia erano, come fu accennato, allo stesso livello. Nella piazza S. Onofrio esisteva allora il pubblico macello, nei pressi dove ancora trovasi la Piazzetta Caldomai, e dal macello passavano le pelli degli animali macellati al rione della Concia, per la relativa lavorazione.
Nel farsi, intanto, la nuova strada, a non intralciare quel traffico, fu disposto un passaggio sotterraneo che univa le due strade.
Dalla volta, che copriva tale passaggio, prese nome una imagine della Madonna col Bambino in braccio, che in uno dei muri dipinse, su lavagna, nel 1602, il pittore Giovanni Caviglione. Salita in fama miracolosa detta imagine, nel 1641 il Grande Almirante di Castiglia, Don Alfonso Enriquez da Caprera, innalzò in di Lei onore la chiesa, che chiamò della Madonna della Volta, da pochi anni demolita.
Scendendo per la discesa S. Rocco, sul lato destro, ove trovansi le prime botteghe di macellai e precisamente dove hanno i loro spacci un verdumajo e un fruttivendolo, notasi, in alto, un arco acuto, che unisce i due vani. Da uno di essi, per una scaletta e quindi per un bujo meato si giunge ad una casa della Piazza delle Vergini e vuolsi che sia, quello, l’arco della rinomata Porta Oscura del periodo Arabo, che usciva sulla parte allora paludosa della città, la quale verso S. Antonio, allora Porta Patitelli, confondevasi col mare.
Ma lasciando nella notte dei tempi i lontani avanzi e la tradizione che li accompagna, vogliamo riferirci a quell’epoca più prossima, in cui il misterioso rione diede filo da torcere ai passati Governi e specialmente a quelli del periodo tristissimo della dominazione spagnuola...
(Foto: Palermoviva.it) 


Oreste Lo Valvo (Oleandro): L'ultimo ottocento palermitano. Storie e ricordi di vita vissuta.
L'opera è la fedele trascrizione del volume originale, pubblicato con le Industrie Riunite Siciliane nel 1937, arricchito dalle foto dell'epoca. 
In copertina: Esedra del giardino di Villa Giulia. Olio su tela di Umberto Coda. 
Pagine 258 - Prezzo di copertina € 22,00
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lunedì 4 marzo 2024

Filippo La Torre: Il volto di suor Gioacchina era senza colore e il suo sguardo aveva perso la luce... Tratto da: La primavera della strummula. Romanzo

Era già prossimo al mio banco. Ci separava soltanto mezzo metro e roteava minacciosamente in aria la bacchetta di canna. Alzò il braccio ancora di più, come se stesse per colpire le mie spalle, ma all’improvviso deviò la traiettoria e mi colpì con forza alla testa. Balzai dal banco con la velocità di un giaguaro. Prima gli assestai una testata allo stomaco poi, appena il malcapitato ruzzolò a terra, gli fui immediatamente sopra e lo tempestai di pugni. Francesco fu il primo a correre. M’incitava:
«Ammazzalu, ammazzalu a ‘stu curnutu!»
Suor Maria, svegliata in malo modo dall’improvviso trambusto, si accorse della scena e, ancora immersa nelle immagini sfocate di pecore al pascolo, si mise a gridare impaurita. Lasciò subito la sua scrivania, oscillando la pancia come un otre semivuoto. Riuscì con fatica a farsi largo tra tutti i ragazzi che ci attorniavano e afferratomi per un braccio, cercò di strapparmi via da Gaspare.
«Lascialo, lascialo» – mi gridava.
In pochi secondi dall’aula accanto intervenne in suo aiuto suor Ludovica e anche se in due, fecero fatica per trascinarmi lontano. Gaspare rimase a terra con la bocca insanguinata. Avrei voluto percuoterlo ancora ma fui frenato da emozioni contrastanti, da sentimenti che non mi assolvevano.
«Ta circasti, ca ti paria ch’eri u megghiu? Cca na vota, tutti si scantavanu ri tia, ora finiu!»
Suor Maria strattonava il mio braccio fino a farmi male e gridava alle mie orecchie:
«Sei una bestia, sei una bestia!»
«Andiamo dalla Madre superiora!» – disse suor Maria, continuando a trattenere con forza il mio braccio.
L’ufficio di suor Gioacchina era in fondo al corridoio. Suor Maria mi trascinava senza smettere di strattonarmi. Pensai per un attimo di mollarle un calcio sugli stinchi ma strinsi i denti per non aggravare ulteriormente la mia posizione. Varcammo la porta dell’ufficio. La Madre superiora sembrava fosse già in attesa. Stava ritta come un palo di castagno, in piedi, davanti alla sua scrivania.
«Inginocchiati!» – m’intimò suor Maria.
Per un attimo pensai di essermela cavata con un rimprovero. Ubbidii, e con le mani giunte mostrai un viso contrito a testimonianza del mio pentimento. Suor Gioacchina chiese alla consorella con un accento inquisitorio che mi fece rabbrividire:
«Qual è la sua colpa?»
«Ha preso a pugni un bambino che era stato incaricato di mettere ordine».
Senza darmi possibilità di replica, la Madre superiora si avvicinò alla sua scrivania, aprì un cassetto e prese una verga d’ulivo di circa mezzo metro.
«Fammi vedere le mani!»
Io tenevo gli occhi bassi, in silenzio, e sentivo un forte odio nei confronti di suor Maria per non avermi concesso anche pochi secondi da esporre a mia difesa, poi alzai la testa verso la Madre superiora. Ero inginocchiato ai suoi piedi e dalla mia posizione sembrava di un’altezza smisurata. L’uniformità della sua figura, dalla tonaca al velo, contribuiva a darmi di lei un’immagine sproporzionata. Ero sopraffatto non solo fisicamente ma anche dal pentimento per una colpa non voluta. Non riuscivo a scorgere i suoi occhi e allora chiudevo i miei. Allungai titubante la mano destra.
«Tutte e due!» – mi gridò.
Scoprii anche l’altra e mi accorsi che tremavano. Furono due colpi secchi, uno dopo l’altro. Due staffilate date con forza, ma dalle mie labbra non sfuggì nemmeno un lamento.
«Adesso ti puoi alzare!»
Riaprivo gli occhi. Il volto di suor Gioacchina era senza colore e il suo sguardo aveva perso la luce. La trasfigurazione riprendeva possesso del corpo e la sua faccia pian piano diventava colore del veleno. Non piansi. Piangeva per me la Madonna della Pietà di Michelangelo, appesa alla parete dietro le sue spalle, dietro la povera sedia dall’alto schienale. 
La Madre superiora non la vide.




Filippo La Torre: La primavera della strummula. Ricordi di bambino vissuto in un collegio per orfani o disadattati che s'innestano nelle condizioni di vita degli anni '50.
Collana Albatro Randagio. Prezzo di copertina € 22,00.
Il volume è disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (Sconto 15%, consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
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Oreste Lo Valvo: Nel cantone che guarda il Mezzogiorno vedesi la statua dell'Autunno... Tratto da: L'ultimo ottocento palermitano. Storie e ricordi di vita vissuta.

 
Come è già noto, e lo ripetiamo per il necessario riferimento all’epoca nella quale la piazza ebbe la sua prima sistemazione, il livello stradale di essa, in rapporto a quello odierno, era ben differente, giacchè esso stava alla medesima altezza, di quello in cui oggi vedesi la Fontana Pretoria, e dovette con il nuovo livellamento stradale, operatosi dopo il 1860, essere notevolmente sbancato ed abbassato. Fu, perciò, in conseguenza, necessario raccordare tutta la parte inferiore dei quattro edifici, aggiungendovi le quattro grandi vasche marmoree, ornate di festoni, che raccolgono le acque delle quattro più antiche piccole fonti soprastanti.
Nel cantone che guarda il Mezzogiorno, attaccato alla casa della famiglia Di Napoli, già dei Principi di Resuttana, vedesi al primo ordine la statua dell’Autunno, opera dello scultore Nunzio La Mattina, all’altezza del piano nobile del palazzo, e quindi al secondo ordine dell’edificio, ammirasi in una grande nicchia la statua del Re Filippo III, della quale, come delle statue degli altri re si sconosce lo scultore. Al terzo ordine v’e la statua di S. Oliva, Vergine e Martire palermitana, quale statua e quella delle altre tre Sante vergini furono opera degli scultori Carlo D’Aprile e Gaspare Guercio.
In alto al prospetto ergesi maestoso lo stemma in marmo con l’Aquila Austriaca. La facciata di questo cantone risponde al Mandamento Castellammare, quello che anticamente era il quartiere della Loggia.
Nella seconda facciata, che corrisponde alla casa già di D. Giuseppe Jurato, Avvocato Fiscale della Gran Corte, e che fu poi del Marchese di Rudinì, appartenente al Quartiere del Capo, vedonsi, con la medesima disposizione, al primo ordine la statua dell’Està, al secondo la statua di Filippo II, al terzo quella di S. Ninfa ed in alto lo stemma reale.
Dal lato della chiesa di S. Giuseppe, che corrisponde al Quartiere dell’Albergheria, sta in piedi al prospetto la statua simbolica della Primavera, al secondo ordine la statua di Carlo V, al terzo la statua di S. Cristina, e sulla cornice lo stemma con le armi reali.
In ultimo, della facciata corrispondente al Quartiere della Kalsa, vedonsi al primo ordine la statua dell’Inverno, al secondo quella di Filippo IV ed al terzo la statua di S. Agata, sormontata in alto dall’Aquila con le regie insegne.
Ricordano gli storici, che erasi divisato dapprima che le statue dei re dovessero essere di bronzo e, difatti, si arrivarono a fondere quelle di Carlo V e di Filippo IV che poscia per mancanza di fondi si provvide a farle in marmo, essendosi collocata quella dell’Imperatore Carlo V a Piazza Bologni e quella del Re Filippo IV nella piazza del Real Palazzo, da dove fu poi tolta e distrutta.
Queste brevi note non servono che a richiamare, per la vita come per la storia dell’arte, l’origine e le vicende di una piazza nobilissima, che ebbe tanta parte nelle fortune e negli usi della città.
Potrà darsi, intanto, che il richiamo giovi a far sì che qualche sguardo si levi, con certo interesse, ad ammirare ciò che non sarà più facile vedere ai tempi del cemento armato.


Oreste Lo Valvo (Oleandro): L'ultimo ottocento palermitano. Storie e ricordi di vita vissuta.
L'opera è la fedele trascrizione del volume originale, pubblicato con le Industrie Riunite Siciliane nel 1937, arricchito dalle foto dell'epoca. 
In copertina: Esedra del giardino di Villa Giulia. Olio su tela di Umberto Coda. 
Pagine 258 - Prezzo di copertina € 22,00
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Oreste Lo Valvo: I Quattru Cantunieri. Tratto da: L'ultimo ottocento palermitano. Storie e ricordi di vita vissuta.

Questa piazza che, tuttavia, porta, ufficialmente, il nome di Vigliena, dal Duca di Villena, Giovanni Fernandez Paceco, che essendo vicerè, nel 1609 la dispose, desta prossimi e lontani ricordi, di vario ordine, su cui vale la pena di soffermarsi.
E ciò, tanto più, che il sensibile spostamento della vita cittadina verso il nuovo centro, che va dal Massimo al Politeama, ha fatto sì che i «Quattru Cantunieri», cuore della vecchia Palermo, a parte la persistente bellezza monumentale, restassero un quadrivio di semplice passaggio, non essendo più da tempo, quel luogo il ritrovo, che non pochi ancora rammentano, e che ebbe più in là, anche storicamente, la sua parte, come posto di svariati spettacoli, non che come punto strategico, in casi di moti e di dimostrazioni popolari.
Anticamente nelle ore del mattino vi si riunivano i servitori e i cocchieri disoccupati in attesa di «piazzarsi» presso nuovi padroni, che ne andassero in cerca.
Durante la giornata vi sostavano gli immancabili oziosi indigeni o quelli di passaggio, ma vieppiù, per le persone di affari, i Quattro Canti erano il luogo consueto per gli appuntamenti. Vedersi o trovarsi ai Quattro Canti era la parola d’ordine. 
Di sera, poi, sempre la bella e spaziosa piazza era il raduno preferito della spensierata gioventù e specie degli studenti di provincia, che non avendo, a quel tempo, dove andare, per difetto di quattrini e di pubblici ritrovi, stavano per delle ore a chiacchierare e a far baldoria sui marciapiedi, accanto alle fontane.
I più ardimentosi già si occupavano di politica, quando il fermento irredentista cominciava a dar noie alla Polizia dell’epoca.
Ai Quattro Canti, infatti, si complottava e lì, a volte inattesamente, al giunger di notizie che più eccitavano gli spiriti, formavansi le dimostrazioni, con una bandiera improvvisata, al grido di viva Oberdank, viva Trento e Trieste.
Ma in un batter d’occhio, tra botte, baruffe e qualche squillo, tutto tornava all’ordine, salvo a ricominciare in occasione di nuovi conati patriottici.
Frattanto che succedevansi le belle giornate domenicali, piene di sole e di brio, la medesima gioventù vestita a festa occupava il magnifico quadrivio in atteggiamento mondano, seguendo il passaggio delle ragazze, che accompagnate dai genitori, con pudico e modesto contegno, andando a messa o ritornando, erano costrette ad attraversare quel punto tanto dardeggiato o notoriamente strategico.
E così, la vita cittadina per ogni verso, e per tutti gli avvenimenti addensavasi ai Quattro Canti, nella storica e tradizionale piazza che, mentre per la sua centralità, e per l’incrocio delle due principali strade, dava luogo a un grande e continuo movimento, poi la sera, per la sua forma circolare, quando cessava il transito delle carrozze, prendeva l’aspetto di una immensa galleria, che pareva riunisse il pubblico tutto, in un recinto chiuso.
E che a rappresentare una grande sala ben si prestasse, ebbe a provarsi quando in varie occasioni di pubbliche feste ed in ultimo per l’incoronazione di Carlo III si congiunsero le quattro facciate con degli archi trionfali di uguale architettura e se ne coprì il cielo con un grande baldacchino in veli e vari altri ornamenti.
Era, dunque, la piazza Vigliena, considerata, come la sala di pubblico e ordinario convegno della città, onde fu sempre decorata di ricchi paramenti in occasione di feste sacre e profane. Ai Quattro Canti innalzavansi, infatti, preziosi altari in piedi a ciascuno dei quattro prospetti, specialmente per il festino di S. Rosalia, tutte le volte che fu più sontuosamente celebrato, e nel centro della piazza, fino ai giorni nostri vediamo innalzarsi l’altare, per la processione del Corpus Domini, usandosi che dal quadrivio fosse impartita la benedizione alla città.
E, come per le feste sacre, anche per quelle profane il popolo trovò il suo abituale posto di allegro concentramento nel vecchio ottangolo per le spensierate ed allegre baldorie del carnevale, per i suoi veglioni mascherati ed infine per assistere alla mezzanotte di l’ultimu jornu alla famosa cremazione d’u nannu fra lo sparare dei mortaretti ed il rimpianto dell’allegria che finiva allora solo annualmente, e che, purtroppo, poi finì per sempre, lasciando legato, proprio ai Quattru Cantunieri, il ricordo d’una tipica tradizione che non ritorna più.
Ma per la parte monumentale i Quattro Canti sono al loro posto. I Palermitani odierni vi passano e vi ripassano tutti i giorni sbadatamente assillati dagli affari o trasportati dalle veloci macchine, senza che alcuno si soffermi a guardare la bellezza e l’armonia architettonica della imponente piazza, senza che alcuno avesse conoscenza della storia di quei superbi edifici e della loro mirabile e complessa composizione.
Ed, invece, se qualcuno dei giovani qui nati avesse vaghezza di apprenderne il grande pregio ben potrebbe domandarne ai forestieri che, con la loro ammirazione, mostrano di capirne e di saperne qualche cosa. 
Dicono gli storici e le guide della vecchia Palermo che l’autore del progetto dei Quattro Canti sia stato l’Ingegniere Giulio Lasso, Regio Architetto, il quale immaginò le facciate dei quattro edifici divise in tre ordini di architettura, dorico il primo, ionico il secondo, composto il terzo.
Prima di andare oltre nella descrizione dei magnifici prospetti, sarà bene a sapersi che la costruzione di essi, iniziata nel 1609, ebbe il suo termine nel 1620, durata non lunga, data l’importanza dell’opera, e che, nel corso dell’esecuzione, vari mutamenti ebbe a subire il progetto originario, intesi opportunamente a migliorare il risultato d’insieme.



Oreste Lo Valvo (Oleandro): L'ultimo ottocento palermitano. Storie e ricordi di vita vissuta.
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In copertina: Esedra del giardino di Villa Giulia. Olio su tela di Umberto Coda. 
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lunedì 26 febbraio 2024

Un nuovo volume si aggiunge alla collana L'Isola a Tre Punte edita I Buoni Cugini: L'ultimo ottocento palermitano. Storie e ricordi di vita vissuta di Oreste Lo Valvo (Oleandro)

… della vita in Palermo dell’ultimo ottocento, attraverso un insieme di storie e storielle, di scene e di ricordi, riflettenti uomini e cose, si sono sommariamente rievocati i costumi, gli usi, i sentimenti, anzi, e vieppiù, per meglio dire, l’anima del tempo.

Con queste parole Oreste Lo Valvo termina la sua fatica letteraria dove con dotta semplicità, a tratti umoristica, descrive la vita palermitana di fine XIX secolo, e lo fa non senza una vena di polemica e nostalgia per quei tempi passati, avendo intuito la nascita di quella “società dei consumi” che identificherà il nostro secolo. Tutto questo l’autore lo intuisce e con semplicità lo scrive nel 1937, discutendo dell’avanzata del progresso. E così il lettore conoscerà i vecchi rioni scomparsi di Palermo come quelli della Conceria e di San Giuliano, o di quelli profondamente trasformati come Lattarini e l’Olivuzza, il quale nell’epoca d’oro di una città liberty arrivò ad ospitare la corte imperiale russa con in testa lo zar Nicolò I e l’imperatrice Alessandra. E poi ancora la vita privata dei palermitani: la casa, la famiglia, il fidanzamento, l’acchianata, ‘a liccata, u matrimoniu, i donninari, i suca semula o spennacardiddi, i menzu aranciu e tanto altro come le feste, i stiddi, l’astrachi e i palluna, le passeggiate in via Libertà e ‘a scinnuta ‘a Marina, i nevole e i biscotti tutto oramai sepolto nel dimenticatoio collettivo. A questo sopravvive il grandioso ricordo dell’Esposizione Nazionale del 1891-92 che segna la vetta più alta del progresso civile di Palermo con tutta l’Isola e lo spettacolo imponente e insuperabile del VI centenario del Vespro siciliano.

Pagine 258 - Prezzo di copertina € 22,00
L'opera è la fedele trascrizione del volume originale pubblicato con le Industrie Riunite Siciliane nel 1937. 
In copertina: Esedra del giardino di Villa Giulia. 
Olio su tela di Umberto Coda.
Disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (sconto 15% - consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Forense (Via Maqueda 185), Libreria Macajone (Via M.se di Villabianca 102), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60)

giovedì 15 febbraio 2024

Giulia Petrucci: Giustizia a Palermo. Recensione sul settimanale La Libertà di Reggio Emilia

Il romanzo Giustizia a Palermo (editore I Buoni Cugini, Palermo 2023) l'ultima pubblicazione di Giulia Petrucci, è legato alla morte del vice questore Antonio Cassarà (Ninni per gli amici). 
Cassarà venne ucciso dalla mafia il 6 agosto 1985, davanti alla sua abitazione e sotto gli occhi della moglie Laura. Lo aspettava un commando composto da nove uomini armati di kalashnikov. Una valanga di proiettili investì il Vice Questore e l'agente Roberto Antiochia che l'accompagnava. Si salvò solo un altro agente, Natale Mondo, sospettato poi di essere la “talpa” che aveva tradito il Vice Questore segnalando ai killer il suo arrivo; ma tre anni dopo anche Mondo fu assassinato dalla mafia. 
La morte di Ninni Cassarà era stata preceduta da quella di Beppe Montana, un commissario di polizia assassinato a Porticello il 28 luglio. Ma Cassarà era arrivato a Palermo il 3 giugno 1980, quasi subito dopo l'uccisione del Presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella. E tutta la sua azione investigativa si era svolta durante anni terribili, caratterizzati dalla guerra di mafia tra “vincenti” e “perdenti” e segnati dalla morte di uomini dello Stato, il Procuratore Gaetano Costa (1980), l'Onorevole Pio La Torre (1982), il Prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa (1982), il Giudice istruttore Rocco Chinnici (1983)… Abbiamo citato i nomi più illustri. In questo contesto Cassarà e Montana avevano svolto le indagini, giungendo a proporre un organigramma della mafia (il “rapporto dei 162”); organigramma che costituisce il primo passo verso il grande processo che si svolgerà a Palermo - grazie a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino - nel 1986 e 1987.
Torno adesso al romanzo di Giulia Petrucci, che è un romanzo, d'accordo, una fiction, il frutto di una invenzione, ma che affonda le radici e riceve le sue motivazioni, dalla Storia. 
In una città devastata dalla morte di un amato Vice Questore, arriva Antonio Lemura, un avvocato che ha appena divorziato e ce perciò ha deciso di lasciare Roma e tornare a Palermo, la città della sua giovinezza. 
Il suo arrivo, però, è segnato da una serie di “delitti eccellenti”. Chi muore, ucciso con una coltellata infallibile in mezzo al petto, è sempre un “notabile”; prima un avvocato, poi un imprenditore, poi un deputato… Si tratta, come Lemura apprende, di personaggi legati alla mafia: è il terzo livello, quello dei mandanti, delle “menti raffinatissime”. E, suo malgrado, Lemura resta coinvolto, giacchè lo coinvolgono due vecchi amici di giovinezza, il professor Sergio Bonanno e il commissario Danilo Rinaldi. Lo coinvolgono anche due donne misteriose: la “matura” Virginia e la giovane Margherita, amate entrambe, sia pure in modi diversi. 
 
Il romanzo di Giulia Petrucci è un giallo, ma certamente non è solo questo: è un atto d'amore (anzi un canto d'amore) per la città di Palermo: una città ferita, martoriata, violentata; una città in cui la verità ha un doppio volto e la giustizia, sempre elusa, giunge a soluzioni estreme.
E' giusta la violenza, è legittimato l'omicidio se la vittima è un violento, un omicida?
Questa è la domanda a cui il lettore è chiamato a rispondere. 
(A.P.)

Giulia Petrucci: Giustizia a Palermo. Romanzo ambientato nella Palermo degli anni '80. 
Pagine 159 - Prezzo di copertina € 16,00
In copertina: Dolcezza tra le spine di Natale Petrucci. 
Disponibile: 
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Forense (Via Maqueda 185), Libreria Macajone (Via M.se di Villabianca 102), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60)


martedì 6 febbraio 2024

Mercoledì 07/02/2024 alle ore 18:30 al Bar Pickwick presentazione del libro: Barricate a Palermo. La rivolta ibrida del Sette e Mezzo di Santo Lombino e Domenico Michelon

Mercoledì 07 febbraio, alle ore 18:30 presso il bar Pickwick in via Alessandro Paternostro 49/51 a Palermo, si presenta il libro:
Barricate a Palermo. La rivolta ibrida del Sette e Mezzo 
di Santo Lombino e Domenico Michelon.
Dialogherà con gli autori Fabio Pellitteri.
I Buoni Cugini editori.

Il volume si compone di quattro parti. La prima ripercorre le vicende politiche in Sicilia dal plebiscito del 1860 in poi, esamina le cause prossime e remote del malcontento popolare, l'atteggiamento delle classi dirigenti nazionali nei confronti dell'Isola, le forze e i gruppi politici attivi a Palermo e provincia in quegli anni, i giudizi che della sommossa diedero gli organi di stampa. gli esponenti governativi e i testimoni dell'epoca. La seconda parte consente al lettore di seguire giorno per giorno, a volte ora per ora, lo svolgersi della sollevazione popolare e la reazione delle autorità politiche, militari, amministrative, non solo nel capoluogo ma anche nei centri della provincia di Palermo. La terza parte presenta le biografie dei principali personaggi che prepararono e agirono durante e dopo l'insurrezione. La quarta e ultima parte è un'ampia guida ragionata ai luoghi del "Sette e Mezzo", alle strade e alle piazze che furono teatro degli scontri con i fucili o all'arma bianca, ai palazzi, alle prigioni e agli edifici privati o pubblici assaliti dagli insorti. Di questi ultimi sono seguite le vicende urbanistiche e architettoniche precedenti alla rivolta e quelle verificatesi nel corso del secolo e mezzo che va "dalla settimana della repubblica e di anarchia" ai giorni nostri.


giovedì 1 febbraio 2024

Filippo La Torre: Gli odori di una città non profumano... Tratto da: La primavera della strummula. Romanzo.

Appena la mamma ed io entrammo, la suora portinaia esclamò:
«Che bel bambino!» ma io ero lacrima senza sangue, sterile e senza vita.
Alla mia sinistra, accanto a una Madonna dal manto celeste, vidi enormi scaloni di marmo di colore grigio scuro, quasi ardesia, che a torciglione salivano sempre più in alto. Questo lo ricordo benissimo perché mi trasmise una sensazione di freddo, così intensa da farmi asciugare il sudore perlato sulla fronte. Non avvertii più il calore dello scirocco sulla mia pelle. Soltanto per brevi istanti quegli scaloni mi sembrarono tante balate di marmo, come quella che aveva addosso nonna Angela al cimitero. Furono pensieri di morte che cessarono subito. La stanza in cui ci trovavamo non aveva odori, proprio come il sapone inerte e molle con cui la mamma lavava i nostri panni. O forse i profumi c’erano ma non li percepivo. L’aria era così diversa da quella di Villa Nave!...
«Gli odori di una città non profumano» – pensai. 
La suora, incrociando le mani al petto, piegò la testa da un lato e mi sorrise. Un sorriso di bambina ancora ingenua che però sapeva di ripetuta formalità, così come la carezza sui miei capelli. Mi chiese:
«Come ti chiami?»
«Filippo, comu u nonnu Filippo!»
Così risposi, evidenziando nel tono rauco e volutamente basso, il mio orgoglio e l’indisponibilità al dialogo. Volevo dare l’impressione alla mamma di essere sicuro di me stesso, un ometto, come diceva lei, e non un bambino di appena sei anni. La suora ci fece accomodare in una stanza disadorna. Una parete era arricchita da un enorme quadro raffigurante un signore barbuto. I suoi capelli erano lunghi e fluenti, appoggiati sulle spalle. Stringeva tra le braccia un bambino così paffuto da sembrare pompato. Era S. Giuseppe con il bambinello e quell’immagine la conoscevo abbastanza bene. Nonno Filippo aveva un quadro simile nella stanza da letto e io di bambini pasciuti, a Villa Nave non ne conoscevo. Appoggiate alle altre pareti smorte di bianco stavano solo sei sedie, due per ogni lato, a farsi solitaria compagnia. Al centro della stanza un cono di luce proveniente da un lucernario, illuminava il pavimento nudo. Non c’era nemmeno un tavolo. Appesi alle pareti, al posto delle finestre, dei quadri scuri con ritratti di suore. Nessuna delle religiose si mostrava sorridente, anzi le loro labbra, strette e senza colore, le facevano apparire abbastanza incazzate. Mi sedetti accanto alla porta. Anche se socchiusa, lasciava scorgere uno scorcio dell’ampia scalinata di cui non vedevo la fine. Saliva su in alto e ricordo che la sua forma, sinuosa e agile, somigliava all’ala aperta di un gabbiano in volo. Abbassai la testa per osservare le mie scarpe di pelle lucida. Anche i miei occhi erano lucidi, ma non traboccanti. Poi, sentii rumore di passi. Incuriosito, rialzai la testa. Un’altra suora scendeva dalla scalinata. Sembrava volasse in alto, anche se veniva da noi che eravamo in basso. Non si scorgeva il movimento veloce dei piedi perché la tonaca, molto lunga, strusciava fino a lambire il pavimento. Rimasi colpito da quella semplice eleganza. Il colore del suo volto era simile alla bianca ceramica della dama con orologio e colombe, che il nonno Filippo aveva portato dall’America, come se vi fosse stesa farina o polvere di gesso. Desiderai accarezzarle il viso per sentire la setosità della sua pelle. A ogni passo la tonaca ondeggiava mollemente, una volta a destra e una volta a sinistra, trascinata da una musica silenziosa e da fianchi piuttosto larghi. Scomparve all’improvviso, insieme agli ultimi scalini. Di botto abbassai la testa. Me la sentivo vuota e leggera, e gli occhi mi pesavano. 


Filippo La Torre: La primavera della strummula. Romanzo. 
Pagine 270 - Prezzo di copertina € 22,00
Sconto del 15% se acquistato online al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store online (anche in e-book) e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro), Libreria Nike (Via Marchese Ugo 56), Libreria Macaione (Via Marchese di Villabianca 102) La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15).

Giulia Petrucci: Adesso ero veramente a casa... Tratto da: Giustizia a Palermo. Romanzo.

Lasciai che quella sensazione esplodesse dentro di me, che mi pervadesse interamente come una musica.
Dapprima mi incamminai verso piazza Verdi, dove troneggia con la sua mole scura e pesante il Teatro Massimo. Mi fermai a comprare un pacchetto di sigarette in uno dei due chioschi quasi gemelli, dalle strutture portanti in ferro battuto, secondo uno stile tipico del periodo Liberty, che sorgono di fronte all’ingresso principale del Teatro, semi-nascosti da alberi caratteristici di quella zona della città, ai quali i potatori danno ogni primavera una forma assurda, quadrata, privandoli del loro aspetto tipico.
Non avevo sete, ma chiesi un latte di mandorla perché ricordavo che lì era particolarmente buono: il suo sapore mi deluse. Mi sembrò troppo dolce e stucchevole e mi resi conto di non essere più abituato a sapori così intensi.
Per un attimo ebbi il timore di sentirmi uno straniero nella mia stessa città, ma presto lo superai: il mio palato avrebbe ripreso presto l’abitudine all’intensità dei sapori e la mia anima al gusto denso della vita palermitana. Quindi mi aggirai tra i vasi di fiori dei due fiorai rivali che, da quando mi era possibile ricordare, avevano sempre venduto la loro merce profumata proprio lì, nella pensilina davanti al teatro. Ricordai che mia madre, in certe ricorrenze, comprava grandi mazzi di fiori per la nonna che abitava poco lontano da lì, rivolgendosi sempre e soltanto a uno dei due, mai indifferentemente all’uno e all’altro: e io non ne ho mai saputo il perché. Un fatto, credo, di simpatia, che diventò poi tradizione.
Comprai un mazzetto di fiori, dei più semplici e più colorati, pensando che avrebbero rallegrato un po’ il mio appartamento. Naturalmente li chiesi al fioraio cui si era sempre rivolta mia madre, senza farci caso, proseguendo così anch’io inconsapevolmente nella tradizione.
Poi tornai sui miei passi, stavolta dirigendomi verso l’altra piazza che congiunge la via Ruggiero Settimo alla prima, cioè verso piazza del Politeama, il secondo teatro di Palermo.
Camminai tra negozi che conoscevo meravigliandomi intanto dei nuovi, le cui eleganti vetrine nulla avevano da invidiare a quelle del centro di Roma. Era sempre la stessa via, eppure sottilmente diversa.
Così come tutta la città, in apparenza sembrava sempre la stessa, eppure era profondamente cambiata.
Negli anni della mia assenza, era diventata la Palermo dei guadagni facili, delle fortune improvvise e dei traffici meno leciti. Un’aria che cambiava un bel po’ il volto della città.
Ero arrivato alla fine di via Ruggiero Settimo, là dove sbocca in piazza del Politeama, e stavo entrando nel grande bar all’angolo, fornito anche di una ben nota rosticceria, per comprare qualcosa di pronto per il mio pranzo solitario, allorché una voce mi chiamò.
- Antonio... Antonio Lemura...
Mentre mi giravo per capire chi fosse, pensai che era proprio impossibile non incontrare qualche conoscente, passeggiando per via Ruggiero Settimo...
Riconobbi quasi subito Sergio Bonanno, antico compagno di scuola, che gli anni avevano ben poco cambiato. I soliti occhiali di tartaruga, l’aria da ragazzo invecchiato troppo in fretta, i capelli arruffati come sempre...



Giulia Petrucci: Giustizia a Palermo. Romanzo.
Prezzo di copertina € 16,00
In copertina: Dolcezza tra le spine di Natale Petrucci.
Disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro commerciale Conca d'Oro), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102), Libreria Forense (Via Maqueda 185). 

venerdì 26 gennaio 2024

Giulia Petrucci: Fiori crescono persino in riva al mare... Tratto da: Giustizia a Palermo

Primavera siciliana.
Da anni non tornavo in Sicilia in primavera e quasi avevo dimenticato quanto fosse bella, quanto fosse verde. D’estate, l’erba è secca per il gran caldo e la mancanza d’acqua e il colore che prevale è il giallo paglierino. Ma in primavera esplode il verde in tutte le sue sfumature e macchie improvvise di colori vivacissimi spuntano qua e là con fiori d’ogni tipo. Vi sono intere colline rosse come il sangue o gialle come l’oro e prati in cui il viola e il lilla sono i colori dominanti.
Fiori crescono persino in riva al mare, tra la sabbia o tra le rocce e sembra quasi che siano le onde a depositarli lì, dopo averli portati via a prati nascosti negli abissi più profondi.
Mentre viaggiavo sull’autostrada tra Messina e Palermo, ripensavo al mito di Proserpina e mi dicevo che non a caso gli antichi greci avevano immaginato che il dio degli inferi l’avesse rapita dalla Sicilia, Terra della Primavera, gettando così il mondo nella desolazione e nel gelo dell’inverno.
Gustai in pieno quel viaggio, come una riscoperta di luoghi, paesi, colori, il cui ricordo nel tempo si era assopito, ma non scomparso del tutto.
Capo d’Orlando, Tindari, Santo Stefano di Camastra, Cefalù, passarono davanti ai miei occhi come in un vecchio film, dai colori ancora particolarmente brillanti e ben conservati, malgrado il tempo trascorso.
Ma ormai desideravo soltanto vedere il monte Pellegrino con il suo profilo caratteristico, che si vuole assomigli al Duce Benito Mussolini, fez compreso, ed è, comunque, il simbolo della città.
Palermo è il monte Pellegrino, è la Conca d’Oro, che la racchiude come un gioiello incastonato tra aspre montagne e il verde brillante degli agrumeti.
È il grande golfo col suo cupo mare salato, un tempo uno dei più belli del mondo ed oggi vittima illustre dell’inquinamento. Quel mare, nella mia infanzia, era stato compagno di giochi ed amico e, nell’adolescenza, il complice silenzioso di amori teneri delle sere d’estate.
Avrei amato comunque Palermo per il mare sempre presente, col suo respiro ampio e il suo colore, a volte intenso, a volte chiaro come la superficie di uno specchio su cui, il sole di giorno e la luna di notte, si frangono in mille frammenti di luce.
Per addentrarmi nella città scelsi la via Messina Marine, proprio perché costeggia il mare e attraversa Romagnolo, la borgata di pescatori dove sono nato. Volevo vedere se esisteva ancora la casa gialla che avevo abitato da ragazzo.
Con grande stupore vidi che era ancora lì, sebbene le fossero cresciuti intorno palazzi alti e moderni che quasi la soffocavano con la loro prepotenza e i loro colori vivaci. 



Giulia Petrucci: Giustizia a Palermo. Romanzo.
Prezzo di copertina € 16,00
In copertina: Dolcezza tra le spine di Natale Petrucci.
Disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
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La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro commerciale Conca d'Oro), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102)

Giulia Petrucci: Tornare a Palermo... Tratto da: Giustizia a Palermo. Romanzo.

Tornare a Palermo.
Un desiderio di sempre, un sogno irrealizzabile all’apparenza che, improvvisamente, diventava realtà.
Com’era accaduto, difficile ricordarlo.
Quand’era cominciato il processo di distacco da mia moglie, dai miei figli, dai colleghi di lavoro, dagli amici, impossibile precisarlo.
D’un tratto, mi ero ritrovato con un divorzio alle spalle, una solitudine quasi totale e nessuna vera ragione per rimanere a Roma. Mentre diventava più forte, giorno dopo giorno, quel desiderio di sempre.
Tornare a Palermo.
Quasi una filosofia di vita, un tacito impegno con se stesso, per ogni palermitano che si allontana dalla sua città. Un modo di esistere, con la stessa sensazione di un uomo che, privato di un arto, abbia ricevuto assicurazioni che presto la scienza medica sarà in grado di ridargli, in carne ed ossa, l’arto mancante.
Quando e come non gli è concesso di saperlo, ma egli vive nella speranza che presto finirà la sua sofferenza.
Così era sempre stato per me, vissuto con la sensazione della mancanza di qualcosa di essenziale per il mio essere, che generava in me una sofferenza sorda, abituale e quasi inavvertita, che mi portavo dietro senza disperazione, perché sapevo che prima o poi mi sarei deciso a ritornare.
Ed ecco che, senza quasi rendermene conto, mi trovavo già in macchina, sull’autostrada del Sole, e la mia meta si faceva sempre più vicina... Mi lasciavo tutto alle spalle senza alcun rimpianto, ed anzi mi sembrava di riprendere a respirare di nuovo, liberamente.
Comprendevo adesso che, nei ventitré anni trascorsi a Roma, ero stato un prigioniero che ignora la sua prigionìa e non vede lo spessore delle sbarre tra cui è costretto a vivere. Uno strano prigioniero di se stesso, che aveva contribuito inconsapevolmente, giorno dopo giorno, a costruire con le sue stesse mani la propria prigione, illudendosi, però, di essere ancora libero.
E il risveglio era stato traumatico: quando finalmente avevo aperto gli occhi e mi ero accorto di quelle sbarre e di quella prigione, essa stava già per soffocarmi.
Ma, per fortuna, mia moglie era stata ragionevole, i ragazzi abbastanza adulti da poter scegliere il proprio destino consapevolmente, tanto che avevano deciso di seguire la madre originaria della Lombardia. La mia fama di avvocato presso il Foro di Roma era abbastanza grande da consentire facilmente il trasferimento al Foro di Palermo e, nello stesso tempo, non tanto da potermi creare impegni che non fosse possibile affidare a qualche collega più giovane, con sua soddisfazione e nessun danno per il cliente.
A Palermo non avevo idea di come sarebbero andate le cose, ma ero stranamente tranquillo.
Una volta presa la decisione di tornare, tutto mi sembrava facile e tutto, in effetti, si appianava come per una segreta magia.
Uscii dall’autostrada a Villa S. Giovanni, per prendere il traghetto.
Avevo sempre amato raggiungere la Sicilia in macchina e poi col traghetto. Quel lento avvicinarsi, quel vederla dapprima sfumata in lontananza, simile ad una Fata Morgana e poi sempre più vicina e reale, come un sogno che lentamente si avvera, mi dava la sensazione di nascere ancora una volta o meglio di ritornare lentamente alla vita.
E sempre mi commuove il modo in cui la città di Messina accoglie ogni viaggiatore che viene dal mare, col suo porto nel quale il traghetto penetra lentamente, come tra due grandi braccia e la statua della Madonna che attende all’imboccatura, benedicendo tutti coloro che arrivano: “Vos et ipsam civitatem benedicimus”...
E, quando sbarchi, sai già di essere a casa. Anche se la tua città si trova a chilometri di distanza, non importa. Quando hai messo piede sull’isola, sei già a casa e, senza rendertene conto, attraversi le strade linde e i giardini ridenti messinesi, per raggiungere le autostrade, con un’espressione più distesa sul volto e un immancabile senso di sollievo.
Ti sembra persino che nei tuoi polmoni penetri un’aria diversa, più leggera, più profumata...



Giulia Petrucci: Giustizia a Palermo. Romanzo.
Prezzo di copertina € 16,00
In copertina: Dolcezza tra le spine di Natale Petrucci.
Disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro commerciale Conca d'Oro), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102)