Tutti i volumi sono disponibili: dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia), su tutti gli store di vendita online e in libreria. Gli e-book sono disponibili su streetlib store e tutte le piattaforme online.

lunedì 20 maggio 2024

Rosalia Pignone Del Carretto: La setta dei Beati Paoli nel 1707. Tratto da: Un vero amore ovvero I Beati Paoli. Romanzo storico siciliano

Lo stato di oppressione e di avvilimento, in cui il debole ma duro reggimento spagnuolo aveva immerse la misera Sicilia già dilaniata da intestine lotte, da tremende discordie, e dagli attentati de' sovrani stranieri, che se ne contendevano il possesso, aveva messo a ben dura prova la pazienza dei Siciliani, per indole e per affetto alla terra che li educò e nutrì, insofferenti di estraneo giogo ed acerrimi nemici di prepotenze e di soprusi.
Non è quindi da maravigliare se alcuni uomini, forse mossi a pietà dal miserrimo spettacolo che loro offria la patria languente, si fossero collegati segretamente e convenendo in remoto e sicuro loco, provvedessero arbitrariamente alla spedita amministrazione della giustizia, adoperando mezzi non sempre lodevoli, e bene spesso crudeli. L'abolizione de' grandi ufficii della Corona, e la instabile residenza della Magna Curia che nella città capitale inceppavano il corso della giustizia e l'applicazione delle pene ai rei, lasciandosi talvolta i giudizii sospesi, era maladatto a frenare gli abusi. Gli uomini che convenivano in quell'oscuro antro erano in maggior numero plebei, artigiani, marinai, ai quali si erano altresì associati curiali e piccoli commercianti.
Essi si erano proposti raddrizzare i torti altrui; e riparare il male oprato dalla parzialità nel giudicare ed avevano preso il nome di Beati Paoli.
Nel mezzo della notte e nella solitaria spelonca che descrivemmo, tenevano i loro consessi, giudicavano i rei, emanavano tremende sentenze che con esattezza da far raccapricciare erano immantinenti eseguite.
Il mistero ed il silenzio erano le basi fondamentali di quella società, forse immaginata da un animo retto ed amante della giustizia, ma per ignoranza o per privati fini, deviata dal pristino suo scopo. Avvegnacchè non solo pochi uomini non rivestiti di alcuna pubblica autorità si arrogavano il sacro dritto di giudicare e di far porre in atto le sanguinose loro sentenze, ma bene spesso queste accuse, queste sentenze, queste esecuzioni, non erano che vendette volute dalla setta per punire offese arrecate ad alcuno dei suoi membri, come nel prosieguo di questo racconto chiaramente vedremo. Tanto è vero che le umane istituzioni non ispirate e dirette dal solo principio che giammai non erra, cioè della Religione, ancorchè per l’idea motrice non avverse al bene, si pervertiscono sempre e divengono pessime e nocive, essendo informate dello spirito mondano, al male più che al bene corrivo. S'ignora chi fosse il fondatore di questa setta. I Beati Paoli, ipocriti come i farisei spendevano lunghe ore nelle chiese, ostentando devozione. La mattina, con un rosario tra le mani si aggiravano per le piazze, mettendo pace tra i litiganti, calmando i tumulti e con la parola mostrando voler ricondurre l'armonia nelle famiglie. Per le vie, nelle case, e fino nelle allegre brigate s'introducevano. Spediti da questa numerosa setta ed orecchiando, spiando i discorsi e se fosse stato possibile, anche i pensieri altrui, ne facevano poi esatto rapporto al capo ed ai fratelli nelle notturne riunioni, ove l’interesse della società lo esigesse.
Fino a quei giorni, tale segreta associazione non si era occupata di politica; ma vi era tra i suoi membri chi all’iniquo carattere di settario univa quello non meno riprovevole di cospiratore, come già accennammo nel precedente capitolo.
In tale perigliosa società, in mezzo a quegli uomini perversi, era stato condotto lo sciagurato Corrado...



Rosalia Pignone Del Carretto: Un vero amore ovvero I Beati Paoli. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato unicamente nel 1876 dalla casa editrice M. Savastano (Napoli)
Prefazione di Massimo Bonura.
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Pagine 210 - Prezzo di copertina € 20,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (sconto 15% - consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Amazon e tutti gli store di vendita online.
In libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro) Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60).  

martedì 14 maggio 2024

Un nuovo volume si aggiunge alla collana Albatro Randagio: Negare il bene di Giovanni Villino

Salvatore Luce è un giornalista precario alle prese con un lavoro che ama e che disprezza. Il 24 giugno del 2022 la sua vita è destinata a cambiare per sempre. Si ritrova a fare i conti con un omicidio che lo riguarda da vicino. A sua insaputa e, soprattutto, contro la sua volontà, è costretto a compiere un percorso tra il bene e il male. Un cammino che lo porta a scoprire il volto di una Palermo che si rivela ermetica e ricca di misteri. Sono svelati luoghi nascosti del Cassaro, della Piana dei Colli e dei vecchi borghi marinari. 
Persone, parole o dettagli fanno parte di un multiforme mistero, destinato a restare nell'inganno di una verità nascosta e impresso nella memoria. 
 
Ti accolgo in uno spazio e in un tempo dove la realtà si dissolve e prende forma il pensiero. Incontrerai intrighi e misteri. Come in un gioco di ombre e di luci, qui nulla è mai come appare. Ogni verità è conservata, ogni segreto mai svelato. L'ispirazione è la bussola che deve guidarti quando farai i conti con la  nebbia dell'incertezza. Siamo in un mondo dove il confine tra il bene e il male è labile, dove il margine tra l'ombra e l'oscurità è appena percettibile. 
Ti confronterai con la natura umana, con i suoi inganni e le verità nascoste. Nulla della storia andrà comunque perso, perchè ogni parola, ogni dettaglio è parte di un intricato disegno. 
Il viaggio inizia da qui.  
Salvatore F. Luce

Il volume è disponibile: 
dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (sconto 15%, consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Su Amazon Prime e tutti gli store di vendita online.
In libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Feltrinelli ex stazione di Capaci (Via monsignor Siino snc), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102), Edicola Amico Claudio (Via della Libertà di fronte al n. 197), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60), Sciortino Giulia (Via Marchese di Roccaforte 62).

venerdì 10 maggio 2024

Luigi Natoli e le rivoluzioni in Sicilia (1820): Indipendenza o morte! Tratto da: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro.

 La sera del 15 luglio 1820, la via Toledo sfolgorava di luce, formicolava di gente. Era l’ultimo giorno di quel famoso “Festino” di Santa Rosalia, padrona di Palermo; che per la singolarità degli apparati, per la magnificenza degli spettacoli chiamava a Palermo una folla di isolani e stranieri. 
Quella sera la folla era maggiore, e aveva un aspetto più gaio. Negli occhi, nei gesti, v’era come il riverbero di una gioia, che non si sa né si può nascondere: v’era una irrequietezza, come di chi aspetti una letizia, che sa, e che tarda a venire. Gente si fermava, barattava saluti e parole, con vivacità di tono e di gesti: i più espansivi si abbracciavano. Qua e là si formavan crocchi e capannelli; che si allargavano e ostruivano il passaggio: ma ecco una fiumana d’altra gente fender la folla, urtare, scomporre il crocchio, trascinarne parte con sé.
Curiose fiumane di giovani e vecchi, di frati e preti, di cittadini e di soldati, a braccetto, o tenendosi per mano, affratellati da un sentimento di gioia, che traluceva dai volti, canticchiando e battendo il passo, avevano sul petto, sulle risvolte delle vesti, sulla tonaca una coccarda nera rossa e turchina: alcuni vi avevano aggiunto un nastro giallo con l’aquila siciliana stampata in nero. 
Tutta la via Toledo formicolava di queste fiumane, che si raggiungevano, si fondevano, formavano una massa rumorosa, mobile; che scendeva giù, verso la piazza Marina, si fermava dinanzi al “Carro”; guardava in su, l’immagine della “Santa” librata fra le nubi, sulla cui veste candida e luminosa svolazzava un nastro nero, azzurro e rosso. E allora gridavano: 
- Viva Santa Rosalia!
Una voce aggiunse: 
-  Viva la Costituzione!
Parve il razzo aspettato per dar fuoco alle polveri. Da tutte le bocche proruppe quel grido: - Viva la Costituzione! –; e così terribile che ne tremarono i vetri delle case vicine; migliaia di mani sventolarono in aria cappelli e fazzoletti: il grido si propagò, risalì per la via Toledo, più alto, più entusiastico: la città trasaliva, scossa da quell’irrompere di un sentimento lungamente represso; e pareva che i suoi polmoni si allargassero, come bevendo un’aria nuova e più pura. 
Intorno a Tullio e al narratore si era formato un grosso capannello, che allargandosi pel sopraggiungere di altra gente, e dei fuggitivi, che volevano sapere almeno perché erano fuggiti, diventava a poco a poco folla. Qualcuno aggiungeva un particolare nuovo, il racconto si moltiplicava; i commenti ne esageravano la portata. V’erano i “bene informati”, quelli che “possono saper la cosa meglio degli altri”, che hanno “confidenze coi pezzi grossi” di cui tacciono il nome, i quali spiegavano gli avvenimenti e predicevano quelli avvenire. Tullio prendeva parte vivissima a questi discorsi, esponendo con calore di un neofita il programma dei Carbonari, e la folla l’udiva volentieri, consentendo e approvando. 
Mentre così parlavano, ecco un rullar festoso di tamburo, e un gridar di mille voci. Tutti si voltaron con ansia e con sospetto; al lume dei lampioncini e delle lampade vedono una nuova folla avanzarsi, preceduta da un popolano che batteva un grosso tamburo, e da un alfiere che levava in alto sopra un bastone come un trofeo un cappello piumato da generale. Era il cappello del generale Church. Una massa di giovani popolani vedendosi sfuggire il collerico irlandese, e non potendo sfogarsi altrimenti, era corsa a devastargli la casa e ad appiccarvi il fuoco; e se ne ritornava adesso portandone in giro il cappello, oggetto di scherni, di lazzi plebei. La folla passò oltre urlando e ridendo; ma gran parte vedendo quella calca ferma intorno a Tullio che gesticolava, lasciato il cappello del Generale, si fermava anch’essa. Qualcuno aveva gridato che non era da sperar presto l’indipendenza; che secondo le notizie di Napoli e le istruzioni date al generale Naselli, ci sarebbe stato un solo Parlamento a Napoli. 
- Noi siamo soltanto una provincia di Napoli!
Queste parole sollevarono urla di protesta e di minacce.
- No! No! Questa costituzione è una truffa! Ribadisce la nostra servitù! Vogliamo l’indipendenza!...
- Il re ci tradisce!  - gridava Tullio – bisogna sventare i suoi disegni. Se noi saremo forti, costanti e unanimi, gli imporremo la costituzione e l’indipendenza, saremo uomini liberi e avremo la nostra dignità, invece di essere provincia di Napoli! È inutile far chiacchiere, ci vogliono i fatti!
- Ha ragione! Ha ragione!
- Noi non eleggeremo nessun deputato pel Parlamento a Napoli. Li eleggeremo per quello del regno di Sicilia!
Altre grida di approvazione risonarono per l’aria. Un frate che fino a quel momento era stato ad ascoltare, levò in alto le mani, e con voce potente, dominando il tumulto, esclamò:
- Ha ragione, nessun deputato per Napoli! Vogliamo l’indipendenza! Figliuoli miei, giuriamo! Giuriamo di essere costanti e forti; o indipendenza, o morte!
Queste parole parvero un motto, un’impresa, un vessillo; nel loro ritmo poetico esprimevano il pensiero e il sentimento comune; la folla le ripetè, le fece sue, le adottò come grido di guerra. Alzando la mano, come per chiamare Dio in testimonio, gridò: 
- Viva fra Gioacchino! viva!... O indipendenza o morte!
Questo giuramento, in quell’ora, fra le lampade che splendevano nei balconi, sulle piramidi, sugli archi, aveva qualcosa di grande e di suggestivo; si ripercosse, volò, si diffuse; agitò gli animi, sollevò entusiasmi e ardori guerreschi. 



Luigi Natoli e le rivoluzioni in Sicilia (1820): Per noi siciliani vi è ancora un altro fine da raggiungere, l'indipendenza dell'Isola... Tratto da: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro.

 
- Voi siete capitato, o forse siete stato guidato dalla Provvidenza in una “Vendita di Carbonari”, – disse l’uomo mascherato. – “Vendita”, nel nostro linguaggio, significa il luogo delle nostre riunioni. La necessità di tener segreto, agli occhi di tutti ciò che facciamo e diciamo, consiglia l’uso di un linguaggio particolare. 
- Un gergo?
- Sia pure un gergo. Credo dunque, sia stata la Provvidenza che vi ha guidato qui; perché voi sarete un Carbonaro o, come diciamo fra noi, e come avete udito, un “Buon Cugino” dei più validi. La nostra società ha bisogno d’uomini forti e coraggiosi, e soprattutto onesti pel raggiungimento del nostro fine.
-  Qual è questo fine?
- La liberazione degli uomini dalla schiavitù… Che cosa siamo noi? Degli schiavi. Che cosa vogliamo essere? Uomini liberi. Questo è il fine comune di tutti i Buoni Cugini sparsi nel mondo. Per noi Siciliani vi è ancora un altro fine da raggiungere; l’indipendenza dell’isola, la restaurazione della sua autonomia violata, calpestata dal vecchio Borbone traditore. Noi vogliamo la indipendenza e la libertà; indipendenza da Napoli con governo nostro, e costituzione come quella spagnuola. Questo programma, compie l’altro, comune a tutti i Carbonari, che è quello del perfezionamento umano… Andiamo incontro a grandi pericoli, a persecuzioni, a supplizi: la morte sta quasi perennemente sospesa sopra il nostro capo, ma che importa? Essa non può nè deve arrestarci. Siate dei nostri, Tullio Spada: non negate il vostro braccio alla santa causa…
Egli aveva seguito quel discorso con viva attenzione; v’era qualche cosa che gli rimaneva ancora oscura e misteriosa; ma ve n’era qualche altra abbastanza chiara, e che nel suo cuore di Siciliano parlava con l’eloquenza della tradizione e dell’orgoglio ferito: l’indipendenza dell’isola. 
Quand’anche i Carbonari non avessero cospirato che per questo solo, egli si sarebbe tuffato nella cospirazione
- Noi – continuò il Buon Cugino, – siamo alla vigilia di un grande avvenimento. Palermo è piena di “Vendite”; abbiamo “Vendite” a Messina, a Catania, a Siracusa, perfino in piccoli paesi. La verità si fa strada. Su tutto il regno di Napoli le “Vendite” hanno distesa una rete di cospirazioni, se così vi piace chiamare i nostri lavori; l’esercito è con noi. Vi sono “Vendite” a Roma e in tutto lo Stato Pontificio; nel Piemonte, in Lombardia, in Francia… Dappertutto si lavora, contro la tirannia e l’oscurantismo. 
- Ebbene, sì, – disse Tullio Spada, – lavorerò anch’io, accettatemi fra voi. Conducetemi…
- Piano. Non si entra così facilmente nella “Baracca”…
Tullio interrogò con gli occhi: che cosa era questa “Baracca”?
Il Buon Cugino sorrise.
- La “Baracca” è la sala dove si tengono le riunioni. Per entrarci, bisogna compiere alcune formalità. Voi aspetterete bendato nella “ramosa foresta” cioè in una stanza che precede quella delle adunanze. Tutto questo, voi già lo capite, è un linguaggio simbolico. In origine ai tempi di San Tebaldo, nostro principe Gran Maestro, i suoi discepoli, che furono veramente dei carbonai, vivevano nella foresta, e si raccoglievano nelle baracche di legno. Da ciò i vocaboli che noi adoperiamo. Voi dunque aspetterete nella “foresta” dove un altro Buon Cugino, il Maestro di cerimonie, verrà per guidarvi… Vi avverto che sarete costretto a subire prove assai dure. Siete coraggioso?



Luigi Natoli: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro. Romanzo storico ambientato nella Palermo del 1820. 
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato in dispense con la casa editrice La Gutemberg nel 1930. 
Copertina e illustrazioni di Niccolò Pizzorno. 
Il volume è disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (sconto 15%, consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60)

mercoledì 8 maggio 2024

Il tema dei Beati Paoli nelle pubblicazioni de I Buoni Cugini editori

Seguendo la traccia del professore Francesco Renda sulla elaborazione del tema dei Beati Paoli nella letteratura siciliana, abbiamo iniziato la nostra non semplice ricerca su tutte le pubblicazioni che hanno al centro la storia della misteriosa Setta.
Abbiamo iniziato nel 2016 con:


I Beati Paoli o La famiglia del giustiziato (dramma in  atti) di Benedetto Naselli
, rappresentato in Palermo il 21 dicembre 1863 nel Real Teatro di Santa Cecilia e mai più ripubblicato. Dalla premessa dell'autore, si presume che la storia sia vera: "Ho svisata in menoma parte la storia, solo quando convenienze di nomi o di luoghi non permettevano dire la verità, del resto tradita mai, perchè tratta da cronache e da libri, che a mercè della squisitezza del toscano signor Ottavio Venturi, direttore di quel locale, mi pervenivano". Come sottolinea il professore Renda "La pièce teatrale del Naselli fu probabilmente il documento letterario più dissacrante della leggenda dei Beati Paoli. Tutto considerato, nondimeno, pur con quella singolare vicenda coinvolgente in malvagità non il singolo affiliato bensì addirittura il capo, la nomea giustiziera e vendicatrice della setta non venne scalfita, ma trovò ulteriore motivo di conferma". 



Nel 2022 abbiamo pubblicato: 

I Beati Paoli di Luigi Natoli
. Romanzo storico siciliano. Pubblicato per la prima volta in appendice al Giornale di Sicilia nel 1909/1910, nel 1921 e nel 1931 in dispense con la casa editrice La Gutemberg. 
Dopo la morte dell'autore (25/03/1941) il romanzo è pubblicato dalla casa editrice La Madonnina nel 1949 e nel 1955, da "L'Ora" nel 1955, dalla casa editrice Flaccovio nel 1971 seguita poi da successive edizioni. Non mi soffermo sulla trama e sui personaggi, bensì sulla storia vera e propria della struttura del romanzo. Così come tutti i romanzi di Luigi Natoli, non si sa per quale motivo, la casa editrice La Madonnina (che pubblicò quasi tutti i romanzi dell'autore) apporta modifiche al testo sia nel linguaggio, ammodernandolo o adeguandolo alla morale dell'epoca, sia alle dinamiche della storia stessa. Le successive edizioni hanno riportato le modifiche fatte. Anche il romano I Beati Paoli ha fatto lo stesso percorso e subìto queste violenze con aggiunzioni, soppressioni e rielaborazioni delle frasi. Quanto detto, è indicato in modo più preciso nella nota dell'editore del volume edito da I Buoni Cugini editori nel 2022, che è la fedele trascrizione dell'unico romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1931. 

Si aggiunge oggi:

Un vero amore ovvero I Beati Paoli di Rosalia Pignone del Carretto, pubblicato unicamente nel 1876 a Napoli con la casa editrice M. Savastano. 
Il professore Renda lo cita dichiarandolo introvabile: "Forse perchè stampato a Napoli, pure la diffusione dovette essere molto limitata. Non circolò nei canali istituzionali del mercato librario isolano; tant'è che non se ne trova copia nelle biblioteche di Palermo e nessuno degli studiosi dei Beati Paoli ne dà notizia tra i testi della propria bibliografia". 
Eppure lo abbiamo trovato... e Massimo Bonura nella sua prefazione al romanzo specifica: "Questo libro di Rosalia Pignone del Carretto non è un semplice romanzo su cui il lettore pone il proprio sguardo, ma si tratta di un testo tratto in salvo dall'oblìo. E' un volume prezioso e atipico per la letteratura del tempo. Per tanti motivi. E' uno dei primissimi romanzi sul tema della setta dei Beati Paoli. Il titolo è azzeccatissimo perché il vero amore è il motore dell’opera: l’amore familiare incondizionato, quello casto e puro degli amanti e dissoluto dei “perditori”; l’amore estremo per la Patria, per la religione, il governo, gli amici; l’amore sotto ogni forma, anche per la stessa vacuità. E poi ci sono loro: i Beati Paoli, con il loro spirito che aleggia su tutta l’opera, con il loro tetro mistero e il fascino inscalfibile “dell’infame sinedrio” criminale (e in questo romanzo pure politico) che ne mantengono vivo e inalterato ancor oggi il loro mito.

Le copertine sono opera di Niccolò Pizzorno. 
Continueremo le nostre ricerche, altri testi ci attendono... Continuate a seguirci. 

I volumi sono disponibili: 
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (sconto 15% - consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Su tutti gli store di vendita online e in libreria presso: 
La Feltrinelli libri e musica (via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60), Libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102) 


mercoledì 24 aprile 2024

Filippo La Torre: L’attenzione di tutti i presenti fu attratta da un braccio, che alla sua estremità non aveva la mano con le sue cinque dita, ma un informe moncherino... Tratto da: La primavera della strummula. Romanzo

Mancavano due giorni all’ingresso della primavera ma quel 19 marzo del 1952 apparve come una giornata estiva e il caldo si faceva sentire. Alla ricerca di un po’ di refrigerio, mi sdraiai su una panca sotto l’ombra proiettata dal maestoso ficus. Riflettevo su quelle radici aeree, ampie, che pendevano immobili davanti agli occhi, come messaggi silenziosi alle mie precoci riflessioni senza risposte. Mi alzai d’istinto, incalzato da una volontà irrazionale. Mi capitava spesso in quel periodo di prendere decisioni immediate, senza un pensiero o minimi ragionamenti. Scavalcai la panca di ferro e afferrai saldamente due liane. Mi misi a dondolare, tenendo la testa in alto. Chiusi gli occhi. Il sole, filtrato dalle larghe foglie lucenti, non riusciva a ferirmi. Compariva e scompariva. Ondeggiava seguendo il mio ritmo. Mi sentivo cullare da braccia tiepide ed era quello il mio desiderio. Avrei voluto dormire. Fui distratto dai bambini che tutt’intorno si rincorrevano, si spingevano, litigavano. Aprii gli occhi e abbandonai le liane facendomi cadere a terra. 
Guardandoli dal basso notai che nessun bambino era sovrappeso, piuttosto mi sembrarono tutti abbastanza alliggiati, con le ossa delle ginocchia appuntite e la testa rasata che accentuava la loro magrezza. Qualcuno aveva un brutto colorito e anche gli occhi troppo affussati. Sicuramente erano più in carne i due orfanelli infreddoliti di Civiletti sul basamento di marmo. Sentii battere le mani di suor Maria e poi il suo ordine perentorio:
«Fine della ricreazione, tutti in riga!»
Come il rumore avvolgente di un mare in tempesta che per miracolo va in bonaccia, così rimase in aria solo un leggero cicaleccio che si andava affievolendo man mano che i bambini si schieravano. 
L’onorevole Alessi si mise di fronte a noi. Alle sue spalle, le dame di carità continuarono per un po’ un brusio che andava a morire. L’onorevole si schiarì due tre volte la gola poi, con voce stentorea che sembrava uscisse da un altoparlante, gridò:
«Attenzione, attenzione. Chi si chiama Giuseppe alzi il braccio!»
Adesso non ricordo esattamente su circa sessanta bambini quanti alzarono il braccio, ma furono in tanti.  L’attenzione di tutti i presenti fu attratta da un braccio, che alla sua estremità non aveva la mano con le sue cinque dita, ma un informe moncherino simile a un cotechino di colore viola. Ci fu uno scoppiettio di risate, simile a dei gorgheggi repressi, dapprima sommesso, poi sempre più alto. Le dame di carità ripresero il loro brusio, scandalizzate alla vista di una miseria che doveva rimanere nascosta. Suor Maria avvampò. Forse complice la menopausa incipiente, la faccia s’imperlò di sudore. Anche stavolta si sentì osservata dalla Madre superiora come se fosse colpevole della mancata disciplina. Quel braccio proteso in alto, quasi a vantare una diversa supremazia, convinse gli altri bambini ad abbassare subito le loro estremità. Si sentirono inferiori nella competizione e mortificati nella loro normalità. Giuseppe, invece, il suo moncherino lo teneva sempre in alto, e inalberato con orgoglio si mise a gridare:
«Io, io mi chiamo Giuseppe!»
Si credeva un’attrazione e le risate dei bambini dell’Istituto Superiore per l’Infanzia Abbandonata lo innalzavano all’importanza. Anche la Madre superiora arrossì. Si avvicinò emozionata al signor Alessi, tenendo le braccia a X sul petto come una croce di Sant’Andrea. Si alzò sulle punte dei piedi e gli bisbigliò qualcosa all’orecchio. L’onorevole non mostrò imbarazzo anzi, sorridendo come solo un uomo di mondo sa fare, si lisciò con movimenti lenti e studiati i sottili baffi poi, indicandolo con un dito, chiamò a sé lo sfortunato bambino:
«Tu, vieni qua!»
I picciriddi si chetarono incuriositi. Gli occhi spalancati per una scena che ancora doveva accadere ma che già immaginavano. Soltanto uno di loro continuava a piangere in modo irrefrenabile, ma solo io sapevo che quelle lacrime erano il frutto delle scomposte risate di Michele. Gli pestai un piede più di una volta per farlo smettere, ma inutilmente. Suor Maria non seppe trattenere la sua stizza, si avvicinò e senza farsi sentire dagli altri, dandogli un pizzicotto inturciunatu all’orecchio, gli intimò:
«Adesso basta!»
Giuseppe abbassò il braccio e si staccò dalla fila. In faccia gli si leggeva la consapevolezza di avere vinto una facile battaglia. Annacandosi, giunse al cospetto dell’onorevole che per incauto istinto gli porse la mano. Dopo un attimo di smarrimento, cercò di ritrarla ma era troppo tardi. Con la mano sinistra Giuseppe sollevò un po’ la manica destra del suo maglione mettendo in mostra il suo moncherino viola e lo porse all’onorevole che glielo strinse con un po’ d’imbarazzo, poi l’illustre ospite sganciò una spilla che brillava sul bavero sinistro della giacca, la mostrò alla Madre superiora che annuì compiaciuta e l’appuntò sul maglioncino celeste di Giuseppe: era il simbolo della Trinacria con la scritta in grassetto Assemblea Regionale Siciliana.
«Ti nomino testimone della nostra amata Sicilia, sii fiero!» – disse l’onorevole con voce roboante. Il piccolo Giuseppe non comprese le parole del deputato, proprio nessuna, ma guardò con orgoglio la sua spilla e sorrise con la consapevolezza ingenua e stupida di essere stato scelto per un atto di valore. Ritornò al suo posto con le orecchie rosse dall’emozione e mostrandomela con il petto gonfio, mi disse:
«È nu scravagghiu a tri pieri!»

Filippo La Torre: La primavera della strummula. Ricordi di bambino vissuto in un collegio per orfani o disadattati che s'innestano nelle condizioni di vita degli anni '50.
Collana Albatro Randagio. Prezzo di copertina € 22,00.
Il volume è disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (Sconto 15%, consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi, 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Forense (Via Maqueda 185), Libreria Macajone (Via M.se di Villabianca 102), La Nuova Bancarella (Via Cavour), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60)

lunedì 22 aprile 2024

Un nuovo volume si aggiunge alla collana Gli Introvabili: Un vero amore ovvero I Beati Paoli di Rosalia Pignone Del Carretto. Romanzo storico

"Questo libro di Rosalia Pignone Del Carretto, non è un semplice romanzo su cui il lettore pone il proprio sguardo, ma si tratta di un testo tratto in salvo dall’oblio. È un volume prezioso e atipico per la letteratura del tempo. Per tanti motivi. Pubblicato per la prima volta nel 1876 a Napoli per i tipi di M. Savastano, Un vero amore ovvero I Beati Paoli è uno dei primissimi romanzi sul tema della setta dei Beati Paoli.”  
Dalla prefazione di Massimo Bonura.
 
Pubblicare questo romanzo è stato un atto doveroso nei confronti di una letteratura, fatta da chi non è mai stato dalla parte dei vincitori che hanno avuto anche la capacità di obliarla. Si è voluto ricordare la voce di chi è stato convinto di essere storicamente nel giusto, anche se ha presagito che “ruine e sciagure” avrebbero travolto vincitori e vinti. Detto questo, il romanzo ambientato a Palermo nel primo ventennio del 1700, è una miniera di notizie storiche, particolareggiate e delle più varie. È descritto il “gioco del toro” che si svolgeva a Palermo nella piazza antistante il Palazzo Steri o “la caccia ai tonni” nel mare di Santa Flavia; il vuotismo assoluto dei ricevimenti di corte con i suoi sfarzi e il relativo pettegolare delle dame; la descrizione di luoghi e storie poco note come quelle legate alla cattedrale di Palermo, al convento di San Martino delle Scale, alle magnifiche ville dei principi di Butera, Cattolica, Palagonia, Gravina e dei palazzi nobiliari della vetusta e specchiata nobiltà isolana, nonché di antichissime costumanze siciliane; finanche di fatti storici dimenticati come la venuta in Sicilia delle truppe irlandesi e la loro cacciata e altro ancora. La lettura del romanzo risulta piacevole e dinamica soprattutto per il suo intreccio degno di nota. Ha una costruzione intelligente, con un avvicendarsi del bene e del male, dell’amore e dell’odio con estrema naturalezza. La trama che risponde ai criteri costruttivi classici e comuni dell’epoca è ben scritta, magari scontata in qualche parte, ma ha una buona suspense e un finale a sorpresa che la riscattano da ogni stereotipo. Il titolo è azzeccatissimo perché il vero amore è il motore dell’opera: l’amore familiare incondizionato, quello casto e puro degli amanti e dissoluto dei “perditori”; l’amore estremo per la Patria, per la religione, il governo, gli amici; l’amore sotto ogni forma, anche per la stessa vacuità. E poi ci sono loro: i Beati Paoli, con il loro spirito che aleggia su tutta l’opera, con il loro tetro mistero e il fascino inscalfibile “dell’infame sinedrio” criminale (e in questo romanzo pure politico) che ne mantengono vivo e inalterato ancor oggi il loro mito.

Rosalia Pignone Del Carretto: Un vero amore ovvero I Beati Paoli. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di inizio '700. 
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato dalla casa editrice M. Savastano nel 1876 (Napoli)
Pagine 210 - Copertina di Niccolò Pizzorno.
Il volume è disponibile: 
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (sconto 15% - consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca D'Oro) La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102) La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60) 

lunedì 11 marzo 2024

Oreste Lo Valvo: La rivolta di Giuseppe D'Alesi. Tratto da: L'ultimo ottocento palermitano. Storie e ricordi di vita vissuta.

Una lapide, che stava sul prospetto della Chiesa della Madonna della Volta, ricordava di essere stato in quei pressi ucciso il Capitano generale del popolo: Giuseppe D’Alesi e precisamente il 22 Agosto 1647.
La Sicilia era sotto il dominio spagnuolo ed a Palermo la grande massa del popolo, tra penurie e carestie subiva l’amara sorte di un governo inetto, affidato ad un vicerè pavido ed incapace, sopraffatto dalla prepotenza boriosa della invadente nobiltà dell’epoca.
A Napoli, per la medesima oppressione, il celebre Masaniello aveva dato, in quell’anno stesso, l’esempio della rivolta.
A Palermo non tardò l’occasione per imitarlo, giacchè mancando il frumento, le forme del pane cominciarono a mancare di peso e a crescere di prezzo.
Nel rione Conceria si organizzò la sommossa e finì per esserne coraggioso dirigente proprio Giuseppe D’Alesi, che pur essendo un tiratore d’oro, abitava fra i conciapelli.
Era quel rione un vero labirinto di vicoli, casette e misteriosi sotterranei, che andavano in ogni senso e che comunicavano per le sottostanti fogne ed acquedotti nei quali immettevansi gli scoli delle varie fabbriche di concia.
Per tale conformazione speciale, il luogo si prestava alle segrete congiure ed agli assembramenti, senza tema di essere scovati dalla polizia e dalle spie del S. Uffizio, che molto coadiuvava il Governo, specie contro i movimenti di carattere politico.
Fu appunto in una bettola presso la Chiesa di S. Antonio che si riunivano il D’Alesi, il console dei conciatori, un pescatore ed altri della plebe, ordendo la sollevazione della città per il 15 Agosto, festa dell’Assunzione, col proposito di assalire il vicerè ed il suo seguito, in occasione della visita che in quel giorno festivo facevasi ai santuari della Madonna, a Maredolce e a Gibilrossa.
Ma la congiura fu scoperta e dall’inquisitore Trasmiera ne venne informato il Vicerè marchese di Los Velez, il quale, dapprima, non diede importanza alla cosa, ma poi, per sincerarsene, fece invitare a palazzo i consoli dei calderai e dei saponai, che erano fra i capi della congiura. Costoro non volevano andare in bocca al lupo ed eransi rifiutati, ma poscia sollecitati e rassicurati dal Capitano della città e dai congiurati popolani vi si recarono, ma, come era da prevedere, per esservi trattenuti.
Venuti, pertanto, gli altri congiurati, e specie il D’Alesi, a conoscenza del tranello, misero in subbuglio la città e la rivolta divampò, per cui il Vicerè coraggiosamente fuggì dal palazzo con la famiglia e corse ad imbarcarsi al Molo sulla Capitana di Sicilia, veleggiando con altre galèe verso l’Arenella.
La nobiltà, gli inquisitori ed i religiosi erano in grande sgomento, temendo il saccheggio delle loro case. Ma il D’Alesi, che fu proclamato Capitano Generale del Popolo, frenò i rivoltosi, assumendo con grande prestigio la direzione della cosa pubblica, al fine di apportare bene alla popolazione, nei limili di giuste ed oneste pretese.
Ciò malgrado, quel vento di fronda che minacciava di diventare ciclonico, non garbava ai signori, che nulla volevano cedere e, quindi, auspice l’inquisitore Trasmiera, fu ordito uno stratagemma per abbattere l’organizzazione della rivolta, che faceva capo al D’Alesi.
Tutta quanta la nobiltà, con l’aiuto dei Padri Teatini, finse di volere venire a patti, discutendo le richieste del Capitano del Popolo, verso il quale ostentarono il massimo ossequio e la più grande stima.
Il povero D’Alesi abboccò all’amo e spesso convenne nella Chiesa di San Giuseppe e nella Casa Pretoria, parlamentando da pari, con principi e prelati.
Frattanto, la sua casa, sita nel modesto rione Conceria, si riempiva di ricchezze, facendo a gara i signori nel mandargli preziosi doni, arazzi, mobili, e financo una carrozza con quattro mule bianche regalavagli Don Ottavio Lanza Principe di Trabia.
Culminava l’arguzia dei potenti nemici con l’offerta fatta al D’Alesi della carica di Pretore a vita della città, con vistoso stipendio ed altre onorificenze, che egli dapprima recisamente rifiutò, ma che poi finì per accettare, per le insistenze dei suoi finti adulatori. Non appena, infatti, costoro videro l’inaccorto tribuno, carico di onori e di ricchezze, sottomano agivano perchè cadesse in sospetto e disistima della popolazione, che si credette tradita ed abbandonata dal suo capo.
Il colpo riuscì appieno. Furono sollevate le masse contro i caporioni della sommossa, venendo dapprima trucidato e decapitato Francesco D’Alesi fratello di Giuseppe, nella sua alba di nozze, e quindi lo stesso Giuseppe, che nobilmente, disprezzando la fuga, venne trafitto davanti la chiesa della Madonna della Volta, ove un cavaliere di casa Platamone gli recise il capo, perchè fosse portato in trionfo con quello del povero Francesco.
Ed allora il coraggioso Vicerè tornò.
Così, la storia di quei tempi tristi echeggia di frequenti ruggiti del popolo oppresso, fino all’avvicinarsi degli eventi decisivi per la causa della libertà.
Dopo i moti del 1820 il Governo borbonico sentiva ancora l’eco minacciosa della vecchia Conceria.
Non vi era altro mezzo che distruggerla; e però il Tenente Generale D. Vito Nunziante, temendo che l’ordine non fosse eseguito, con sufficiente apparato di forze prese stanza nella piazzetta davanti la Parrocchia di S. Margherita e non si rimosse se non quando furono chiusi i sotterranei, abbandonate le case ed espulsi i conciapelli.
Indi a che, sul luogo stesso, sorse il Mercato Nuovo, con la famosa Funtanedda, che per tanti anni dissetò con le sue fresche acque gli antichi palermitani che, quando avevano sete, bevevano acqua.
Ed ora è tutto un ricordo.


Oreste Lo Valvo (Oleandro): L'ultimo ottocento palermitano. Storie e ricordi di vita vissuta.
L'opera è la fedele trascrizione del volume originale, pubblicato con le Industrie Riunite Siciliane nel 1937, arricchito dalle foto dell'epoca. 
In copertina: Esedra del giardino di Villa Giulia. Olio su tela di Umberto Coda. 
Pagine 258 - Prezzo di copertina € 22,00
Il volume è disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia - Sconto 15%)
Su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Macajone (Via M.se di Villabianca 102), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60), Libreria Forense (Via Maqueda 185).

Oreste Lo Valvo: Il rione scomparso detto della "Conceria". Tratto da: L'ultimo ottocento palermitano. Storie e ricordi di vita vissuta.

 
Il rione, detto della «Conceria», perchè vi si conciavano le pelli, ebbe importantissime vicende, legate alla storia della vecchia Palermo.
Oggi non esiste più, essendo state recentemente demolite le ultime antiche fabbriche, già sostituite da moderne costruzioni che danno alla località un aspetto completamente diverso, non esistendo più alcuna traccia del passato.
Le prime demolizioni, dal lato della Discesa Bandiera, furono iniziate dopo il colera del 1885, tanto per dar principio a quel risanamento, che per circa mezzo secolo lasciò, in certo modo, le cose come si trovavano. L’area, infatti, che risultò da quelle demolizioni, rimase per lunghissimi anni, tra dirupi e macerie, come una zona terremotata.
In seguito, la costruzione di Via Roma diè luogo ad uno sventramento piuttosto importante del secolare rione e fu allora che scomparvero la Parrocchia di Santa Margherita, e la buia, tortuosa Via Formari, oggi Via Venezia, venendo a sorgere, sui rispettivi terreni, il teatro, il palazzo Biondo ed il famoso Ferro di cavallo, che, come mercato provvisorio, rimasto in piedi parecchi lustri, non ebbe fortuna.
Ugualmente, per circa un trentennio, la parte restante della cosidetta Vucciria Nuova, salvo l’intervento di una tettoia in ferro, riservata alla vendita del pesce, conservò il suo vecchio aspetto, qual’era sino a quando la vedemmo in parte, recentemente, sparire sotto il piccone demolitore.
Ed ora che le fabbriche sono state rase al suolo e ben poco resta di ciò che formava uno dei più tipici luoghi della città, tocca, in memoria, la parola alla storia, perchè ne riassuma le tradizioni e i ricordi.
Sono due i periodi da richiamare: l’ultimo, nel quale fu quel sito destinato a nuovo mercato, per supplire al vecchio, denominato piazza Caracciolo, dal nome del Vicerè, che lo aveva fondato, e il periodo precedente in cui, nel luogo stesso, esisteva la famosa Conceria, che fu covo di congiure e di rivolte cittadine sino al 1820, quando i conciapelli ne furono cacciati e le loro abitazioni vennero distrutte.
Sarà bene, intanto, al richiamo dei fatti, premettere un breve cenno sulla primitiva topografia della località, date le trasformazioni che essa venne a subire.
Prima che si costruisse la Via Maqueda e successivamente la Via Roma, i cui livelli sono alquanto elevati, in rapporto a quelli di piazza S. Onofrio, di piazza Nuova e di piazza Caracciolo, la vecchia città, a partire dal Papireto, sino a Porta Carbone presentava tutta una zona sottomessa, fiancheggiata, da un lato, dal rialzo di Via Celso, del Monastero delle Vergini e della Chiesa di S. Antonio e dall’altro, dall’emergenza ove, a partire dal Capo, corrono la Via S. Agostino e la Via Bandiera.
Costruendosi, infatti, la Via Maqueda, fu necessario sistemare i dislivelli con la gradinata della discesa dei Giovenchi, con quella tradizionale detta dei Ventitrè scaluna, oggi spariti, e con la discesa S. Rocco; il rialzo fu superato con le due gradinate di Via Venezia e con l’altra, a fianco la Chiesa di S. Antonio.
Riguardo a quello che era in origine il rione Conceria, del quale ci occupiamo, le trasformazioni più radicali avvennero col taglio dritto della Via Maqueda. Esisteva nel sito stesso, per il quale doveva passare la nuova strada, l’antica chiesa di S. Rocco eretta nel 1347 dal Senato di Palermo, quando la città era infetta dalla peste. Fu, allora, quella chiesa demolita e ricostruita nel 1627, ma sparì anch’essa più tardi nel secolo scorso, per dare posto alle case ad angolo della discesa di piazza Nuova, che porta, tuttavia, il nome di S. Rocco.
Prima ancora che sorgesse la Via Maqueda, la piazza S. Onofrio ed il rione detto della Concia erano, come fu accennato, allo stesso livello. Nella piazza S. Onofrio esisteva allora il pubblico macello, nei pressi dove ancora trovasi la Piazzetta Caldomai, e dal macello passavano le pelli degli animali macellati al rione della Concia, per la relativa lavorazione.
Nel farsi, intanto, la nuova strada, a non intralciare quel traffico, fu disposto un passaggio sotterraneo che univa le due strade.
Dalla volta, che copriva tale passaggio, prese nome una imagine della Madonna col Bambino in braccio, che in uno dei muri dipinse, su lavagna, nel 1602, il pittore Giovanni Caviglione. Salita in fama miracolosa detta imagine, nel 1641 il Grande Almirante di Castiglia, Don Alfonso Enriquez da Caprera, innalzò in di Lei onore la chiesa, che chiamò della Madonna della Volta, da pochi anni demolita.
Scendendo per la discesa S. Rocco, sul lato destro, ove trovansi le prime botteghe di macellai e precisamente dove hanno i loro spacci un verdumajo e un fruttivendolo, notasi, in alto, un arco acuto, che unisce i due vani. Da uno di essi, per una scaletta e quindi per un bujo meato si giunge ad una casa della Piazza delle Vergini e vuolsi che sia, quello, l’arco della rinomata Porta Oscura del periodo Arabo, che usciva sulla parte allora paludosa della città, la quale verso S. Antonio, allora Porta Patitelli, confondevasi col mare.
Ma lasciando nella notte dei tempi i lontani avanzi e la tradizione che li accompagna, vogliamo riferirci a quell’epoca più prossima, in cui il misterioso rione diede filo da torcere ai passati Governi e specialmente a quelli del periodo tristissimo della dominazione spagnuola...
(Foto: Palermoviva.it) 


Oreste Lo Valvo (Oleandro): L'ultimo ottocento palermitano. Storie e ricordi di vita vissuta.
L'opera è la fedele trascrizione del volume originale, pubblicato con le Industrie Riunite Siciliane nel 1937, arricchito dalle foto dell'epoca. 
In copertina: Esedra del giardino di Villa Giulia. Olio su tela di Umberto Coda. 
Pagine 258 - Prezzo di copertina € 22,00
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lunedì 4 marzo 2024

Filippo La Torre: Il volto di suor Gioacchina era senza colore e il suo sguardo aveva perso la luce... Tratto da: La primavera della strummula. Romanzo

Era già prossimo al mio banco. Ci separava soltanto mezzo metro e roteava minacciosamente in aria la bacchetta di canna. Alzò il braccio ancora di più, come se stesse per colpire le mie spalle, ma all’improvviso deviò la traiettoria e mi colpì con forza alla testa. Balzai dal banco con la velocità di un giaguaro. Prima gli assestai una testata allo stomaco poi, appena il malcapitato ruzzolò a terra, gli fui immediatamente sopra e lo tempestai di pugni. Francesco fu il primo a correre. M’incitava:
«Ammazzalu, ammazzalu a ‘stu curnutu!»
Suor Maria, svegliata in malo modo dall’improvviso trambusto, si accorse della scena e, ancora immersa nelle immagini sfocate di pecore al pascolo, si mise a gridare impaurita. Lasciò subito la sua scrivania, oscillando la pancia come un otre semivuoto. Riuscì con fatica a farsi largo tra tutti i ragazzi che ci attorniavano e afferratomi per un braccio, cercò di strapparmi via da Gaspare.
«Lascialo, lascialo» – mi gridava.
In pochi secondi dall’aula accanto intervenne in suo aiuto suor Ludovica e anche se in due, fecero fatica per trascinarmi lontano. Gaspare rimase a terra con la bocca insanguinata. Avrei voluto percuoterlo ancora ma fui frenato da emozioni contrastanti, da sentimenti che non mi assolvevano.
«Ta circasti, ca ti paria ch’eri u megghiu? Cca na vota, tutti si scantavanu ri tia, ora finiu!»
Suor Maria strattonava il mio braccio fino a farmi male e gridava alle mie orecchie:
«Sei una bestia, sei una bestia!»
«Andiamo dalla Madre superiora!» – disse suor Maria, continuando a trattenere con forza il mio braccio.
L’ufficio di suor Gioacchina era in fondo al corridoio. Suor Maria mi trascinava senza smettere di strattonarmi. Pensai per un attimo di mollarle un calcio sugli stinchi ma strinsi i denti per non aggravare ulteriormente la mia posizione. Varcammo la porta dell’ufficio. La Madre superiora sembrava fosse già in attesa. Stava ritta come un palo di castagno, in piedi, davanti alla sua scrivania.
«Inginocchiati!» – m’intimò suor Maria.
Per un attimo pensai di essermela cavata con un rimprovero. Ubbidii, e con le mani giunte mostrai un viso contrito a testimonianza del mio pentimento. Suor Gioacchina chiese alla consorella con un accento inquisitorio che mi fece rabbrividire:
«Qual è la sua colpa?»
«Ha preso a pugni un bambino che era stato incaricato di mettere ordine».
Senza darmi possibilità di replica, la Madre superiora si avvicinò alla sua scrivania, aprì un cassetto e prese una verga d’ulivo di circa mezzo metro.
«Fammi vedere le mani!»
Io tenevo gli occhi bassi, in silenzio, e sentivo un forte odio nei confronti di suor Maria per non avermi concesso anche pochi secondi da esporre a mia difesa, poi alzai la testa verso la Madre superiora. Ero inginocchiato ai suoi piedi e dalla mia posizione sembrava di un’altezza smisurata. L’uniformità della sua figura, dalla tonaca al velo, contribuiva a darmi di lei un’immagine sproporzionata. Ero sopraffatto non solo fisicamente ma anche dal pentimento per una colpa non voluta. Non riuscivo a scorgere i suoi occhi e allora chiudevo i miei. Allungai titubante la mano destra.
«Tutte e due!» – mi gridò.
Scoprii anche l’altra e mi accorsi che tremavano. Furono due colpi secchi, uno dopo l’altro. Due staffilate date con forza, ma dalle mie labbra non sfuggì nemmeno un lamento.
«Adesso ti puoi alzare!»
Riaprivo gli occhi. Il volto di suor Gioacchina era senza colore e il suo sguardo aveva perso la luce. La trasfigurazione riprendeva possesso del corpo e la sua faccia pian piano diventava colore del veleno. Non piansi. Piangeva per me la Madonna della Pietà di Michelangelo, appesa alla parete dietro le sue spalle, dietro la povera sedia dall’alto schienale. 
La Madre superiora non la vide.




Filippo La Torre: La primavera della strummula. Ricordi di bambino vissuto in un collegio per orfani o disadattati che s'innestano nelle condizioni di vita degli anni '50.
Collana Albatro Randagio. Prezzo di copertina € 22,00.
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Oreste Lo Valvo: Nel cantone che guarda il Mezzogiorno vedesi la statua dell'Autunno... Tratto da: L'ultimo ottocento palermitano. Storie e ricordi di vita vissuta.

 
Come è già noto, e lo ripetiamo per il necessario riferimento all’epoca nella quale la piazza ebbe la sua prima sistemazione, il livello stradale di essa, in rapporto a quello odierno, era ben differente, giacchè esso stava alla medesima altezza, di quello in cui oggi vedesi la Fontana Pretoria, e dovette con il nuovo livellamento stradale, operatosi dopo il 1860, essere notevolmente sbancato ed abbassato. Fu, perciò, in conseguenza, necessario raccordare tutta la parte inferiore dei quattro edifici, aggiungendovi le quattro grandi vasche marmoree, ornate di festoni, che raccolgono le acque delle quattro più antiche piccole fonti soprastanti.
Nel cantone che guarda il Mezzogiorno, attaccato alla casa della famiglia Di Napoli, già dei Principi di Resuttana, vedesi al primo ordine la statua dell’Autunno, opera dello scultore Nunzio La Mattina, all’altezza del piano nobile del palazzo, e quindi al secondo ordine dell’edificio, ammirasi in una grande nicchia la statua del Re Filippo III, della quale, come delle statue degli altri re si sconosce lo scultore. Al terzo ordine v’e la statua di S. Oliva, Vergine e Martire palermitana, quale statua e quella delle altre tre Sante vergini furono opera degli scultori Carlo D’Aprile e Gaspare Guercio.
In alto al prospetto ergesi maestoso lo stemma in marmo con l’Aquila Austriaca. La facciata di questo cantone risponde al Mandamento Castellammare, quello che anticamente era il quartiere della Loggia.
Nella seconda facciata, che corrisponde alla casa già di D. Giuseppe Jurato, Avvocato Fiscale della Gran Corte, e che fu poi del Marchese di Rudinì, appartenente al Quartiere del Capo, vedonsi, con la medesima disposizione, al primo ordine la statua dell’Està, al secondo la statua di Filippo II, al terzo quella di S. Ninfa ed in alto lo stemma reale.
Dal lato della chiesa di S. Giuseppe, che corrisponde al Quartiere dell’Albergheria, sta in piedi al prospetto la statua simbolica della Primavera, al secondo ordine la statua di Carlo V, al terzo la statua di S. Cristina, e sulla cornice lo stemma con le armi reali.
In ultimo, della facciata corrispondente al Quartiere della Kalsa, vedonsi al primo ordine la statua dell’Inverno, al secondo quella di Filippo IV ed al terzo la statua di S. Agata, sormontata in alto dall’Aquila con le regie insegne.
Ricordano gli storici, che erasi divisato dapprima che le statue dei re dovessero essere di bronzo e, difatti, si arrivarono a fondere quelle di Carlo V e di Filippo IV che poscia per mancanza di fondi si provvide a farle in marmo, essendosi collocata quella dell’Imperatore Carlo V a Piazza Bologni e quella del Re Filippo IV nella piazza del Real Palazzo, da dove fu poi tolta e distrutta.
Queste brevi note non servono che a richiamare, per la vita come per la storia dell’arte, l’origine e le vicende di una piazza nobilissima, che ebbe tanta parte nelle fortune e negli usi della città.
Potrà darsi, intanto, che il richiamo giovi a far sì che qualche sguardo si levi, con certo interesse, ad ammirare ciò che non sarà più facile vedere ai tempi del cemento armato.


Oreste Lo Valvo (Oleandro): L'ultimo ottocento palermitano. Storie e ricordi di vita vissuta.
L'opera è la fedele trascrizione del volume originale, pubblicato con le Industrie Riunite Siciliane nel 1937, arricchito dalle foto dell'epoca. 
In copertina: Esedra del giardino di Villa Giulia. Olio su tela di Umberto Coda. 
Pagine 258 - Prezzo di copertina € 22,00
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Oreste Lo Valvo: I Quattru Cantunieri. Tratto da: L'ultimo ottocento palermitano. Storie e ricordi di vita vissuta.

Questa piazza che, tuttavia, porta, ufficialmente, il nome di Vigliena, dal Duca di Villena, Giovanni Fernandez Paceco, che essendo vicerè, nel 1609 la dispose, desta prossimi e lontani ricordi, di vario ordine, su cui vale la pena di soffermarsi.
E ciò, tanto più, che il sensibile spostamento della vita cittadina verso il nuovo centro, che va dal Massimo al Politeama, ha fatto sì che i «Quattru Cantunieri», cuore della vecchia Palermo, a parte la persistente bellezza monumentale, restassero un quadrivio di semplice passaggio, non essendo più da tempo, quel luogo il ritrovo, che non pochi ancora rammentano, e che ebbe più in là, anche storicamente, la sua parte, come posto di svariati spettacoli, non che come punto strategico, in casi di moti e di dimostrazioni popolari.
Anticamente nelle ore del mattino vi si riunivano i servitori e i cocchieri disoccupati in attesa di «piazzarsi» presso nuovi padroni, che ne andassero in cerca.
Durante la giornata vi sostavano gli immancabili oziosi indigeni o quelli di passaggio, ma vieppiù, per le persone di affari, i Quattro Canti erano il luogo consueto per gli appuntamenti. Vedersi o trovarsi ai Quattro Canti era la parola d’ordine. 
Di sera, poi, sempre la bella e spaziosa piazza era il raduno preferito della spensierata gioventù e specie degli studenti di provincia, che non avendo, a quel tempo, dove andare, per difetto di quattrini e di pubblici ritrovi, stavano per delle ore a chiacchierare e a far baldoria sui marciapiedi, accanto alle fontane.
I più ardimentosi già si occupavano di politica, quando il fermento irredentista cominciava a dar noie alla Polizia dell’epoca.
Ai Quattro Canti, infatti, si complottava e lì, a volte inattesamente, al giunger di notizie che più eccitavano gli spiriti, formavansi le dimostrazioni, con una bandiera improvvisata, al grido di viva Oberdank, viva Trento e Trieste.
Ma in un batter d’occhio, tra botte, baruffe e qualche squillo, tutto tornava all’ordine, salvo a ricominciare in occasione di nuovi conati patriottici.
Frattanto che succedevansi le belle giornate domenicali, piene di sole e di brio, la medesima gioventù vestita a festa occupava il magnifico quadrivio in atteggiamento mondano, seguendo il passaggio delle ragazze, che accompagnate dai genitori, con pudico e modesto contegno, andando a messa o ritornando, erano costrette ad attraversare quel punto tanto dardeggiato o notoriamente strategico.
E così, la vita cittadina per ogni verso, e per tutti gli avvenimenti addensavasi ai Quattro Canti, nella storica e tradizionale piazza che, mentre per la sua centralità, e per l’incrocio delle due principali strade, dava luogo a un grande e continuo movimento, poi la sera, per la sua forma circolare, quando cessava il transito delle carrozze, prendeva l’aspetto di una immensa galleria, che pareva riunisse il pubblico tutto, in un recinto chiuso.
E che a rappresentare una grande sala ben si prestasse, ebbe a provarsi quando in varie occasioni di pubbliche feste ed in ultimo per l’incoronazione di Carlo III si congiunsero le quattro facciate con degli archi trionfali di uguale architettura e se ne coprì il cielo con un grande baldacchino in veli e vari altri ornamenti.
Era, dunque, la piazza Vigliena, considerata, come la sala di pubblico e ordinario convegno della città, onde fu sempre decorata di ricchi paramenti in occasione di feste sacre e profane. Ai Quattro Canti innalzavansi, infatti, preziosi altari in piedi a ciascuno dei quattro prospetti, specialmente per il festino di S. Rosalia, tutte le volte che fu più sontuosamente celebrato, e nel centro della piazza, fino ai giorni nostri vediamo innalzarsi l’altare, per la processione del Corpus Domini, usandosi che dal quadrivio fosse impartita la benedizione alla città.
E, come per le feste sacre, anche per quelle profane il popolo trovò il suo abituale posto di allegro concentramento nel vecchio ottangolo per le spensierate ed allegre baldorie del carnevale, per i suoi veglioni mascherati ed infine per assistere alla mezzanotte di l’ultimu jornu alla famosa cremazione d’u nannu fra lo sparare dei mortaretti ed il rimpianto dell’allegria che finiva allora solo annualmente, e che, purtroppo, poi finì per sempre, lasciando legato, proprio ai Quattru Cantunieri, il ricordo d’una tipica tradizione che non ritorna più.
Ma per la parte monumentale i Quattro Canti sono al loro posto. I Palermitani odierni vi passano e vi ripassano tutti i giorni sbadatamente assillati dagli affari o trasportati dalle veloci macchine, senza che alcuno si soffermi a guardare la bellezza e l’armonia architettonica della imponente piazza, senza che alcuno avesse conoscenza della storia di quei superbi edifici e della loro mirabile e complessa composizione.
Ed, invece, se qualcuno dei giovani qui nati avesse vaghezza di apprenderne il grande pregio ben potrebbe domandarne ai forestieri che, con la loro ammirazione, mostrano di capirne e di saperne qualche cosa. 
Dicono gli storici e le guide della vecchia Palermo che l’autore del progetto dei Quattro Canti sia stato l’Ingegniere Giulio Lasso, Regio Architetto, il quale immaginò le facciate dei quattro edifici divise in tre ordini di architettura, dorico il primo, ionico il secondo, composto il terzo.
Prima di andare oltre nella descrizione dei magnifici prospetti, sarà bene a sapersi che la costruzione di essi, iniziata nel 1609, ebbe il suo termine nel 1620, durata non lunga, data l’importanza dell’opera, e che, nel corso dell’esecuzione, vari mutamenti ebbe a subire il progetto originario, intesi opportunamente a migliorare il risultato d’insieme.



Oreste Lo Valvo (Oleandro): L'ultimo ottocento palermitano. Storie e ricordi di vita vissuta.
L'opera è la fedele trascrizione del volume originale, pubblicato con le Industrie Riunite Siciliane nel 1937, arricchito dalle foto dell'epoca. 
In copertina: Esedra del giardino di Villa Giulia. Olio su tela di Umberto Coda. 
Pagine 258 - Prezzo di copertina € 22,00
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