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venerdì 9 agosto 2024

Antonino Cutrera: L'agosto dal 1517 al 1583 a Palermo, quando nel piano della Marina si giustiziavano i Condannati... Tratto da Cronologia del giustiziati di Palermo 1541-1819

3 agosto 1517 – Nel piano della Marina furono impiccati; Simona Branciforte, Giuseppe di Tarando, Nicolò Russo e Cataldo di Gangi.

17 agosto 1517 – Nel piano della Marina furono impiccati Giovanni… e Pietro La Matina. Altro individuo, del quale si sconosce il nome, fu decapitato.

22 agosto 1549 – Nel piano della Marina, furono impiccati: Antonino Crapi, Antonino la Castellana, Filippo Malerva, Pietro di Tusa, Antonino la Ferrera, Bartolomeo Castellana, Silvestri Castellana, Girolamo Pirrello, Ponzio Chiavetta, Annibale Pirrello, Pietro Lauricella, Cataldo di Buscemi, Mariano di Palma, Antonino Ricco alias lo Virdello ed Antonio d’Amico alias Chirca.

22 agosto 1553 – Nel piano della Marina furono impiccati: Giovanni Bellacera, alias Surci e Giovanni Failla.

4 agosto 1557 – Nel piano della Marina fu impiccato Lorenzo Benestanti.

9 agosto 1557 – Nel piano della Marina furono impiccati: Pietro, Michele e Marco di Marino.

4 agosto 1564 – Alla via di S. Antonio presso porta di Termini fu giustiziato Filippo di Gangi. Secondo la sentenza egli fu posto nudo sopra un carro e portato in giro per la città, arrivato sul luogo dell’esecuzione fu quasi strozzato, e ancora semivivo diviso in otto pezzi.

11 agosto 1567 – Furono impiccati: Vincenzo li Pecori di Piazza, Bartolomeo di Rosa, alias Milicchia da Nicosia e Tomaso di Dionisio da Sutera.

Vincenzo Li Pecuri per lo furto commesso nel Convento et Ecclesia di S. Francesco di questa città, fu impiccato in piazza S. Francesco. Bartolo di Rosa discursore di campagna e reo di altri delitti e Masi di Dionisio prosecuto di nece, fu impiccato in piazza Marina. I cadaveri furono portati alle forchi di fuori.

12 agosto 1569 – Furono giustiziati: Pietro d’Ajello di Castelvetrano e Gaspare lo Coco, calabrese, condannati dalla Corte Capitaniale di Palermo: “per haviri ammazzato la quondam Lauria la Catanisa in la casa di la sua solita habitactioni… si havirà di exequiri la Iusticia in lo Cortiglio di Amato di Pettineo, undi fu commisso ditto omicidio e si hanno di strascinare, in ditto loco”.

6 agosto 1571 – Nel piano della Marina, fu impiccato per sentenza della R. Corte Capitaniale Bartolomeo la Tinella.

8 agosto 1572 – Nel piano della Marina fu impiccato e lasciato sulle forche, per sentenza della R.G.C. Vincenzo Marotta latrone pubblico e scorritore di campagna.

26 agosto 1573 – Nel piano della Marina fu impiccato Fabrizio Palombo detto Giov. Antonio d’Arienti, condannato dalla Corte Capitaniale di Palermo per avere fatta moneta falsa.

26 agosto 1574 – Nel piano della Marina, per sentenza della R.G.C. fu decapitato lo Magnifico Girolamo Valdaura, accusato: “de mandato circa nicem et mortem quondam miserandi Guglielmi Valdaura cum illu scopettarum”. La sua testa fu lasciata a lu loco di la Iustitia per demostratione de esecutione di Iustitia.

2 agosto 1575 – Nel piano della Marina furono impiccati: Pietro di Reina da Cammarata, per sentenza della R.G.C. e Costantino la Marabella per sentenza della Corte Capitaniale.

16 agosto 1575 – Nel piano della Marina, per sentenza della R. Corte Capitaniale venne impiccato Giuseppe Bongiorno, per avere ammazzata e rubata Margarita Castella. Fu portato al supplizio sopra un carro e tenagliato lungo il tragitto; in loco delitti gli fu tagliata la mano destra.

7 agosto 1577 – Nel piano della Marina, per sentenza della R.G.C. fu impiccato Mondo Valastro di Linguagrossa perché: “presecuto per lo Fisco de discursu Campania, furtis commissis in ditta Campania, in comitiva delinquentium”.

12 agosto 1577 – Nel piano della Marina fu impiccato, per sentenza della R.G.C. Giovan Batta Marziani da Taormina, scorridore di campagna ed autore di vari furti. Il condannato lasciò per testamento fatto ai confrati dei Bianchi un “ferrajuolo quale si deve dare à due fratelli che sono carcerati in Castellammare, che si chiamano li Vigneri di Catania”

26 agosto 1577 – Nel piano della Marina per sentenza della R.G.C. fu impiccato Vito Passalacqua, alias Colletto per: “apportatione Scopettonis con lo quale fu preso in fragrante”.

18 agosto 1578 – Nel piano della Marina, per sentenza della R. Corte Capitaniale furono giustiziati Pietro Gargotta e Abbattista Gerbino. Il primo per avere stuprato e conosciuto carnalmente a sua figlia, fu condotto a supplizio, nudo sopra un carro, tenagliato durante il tragitto, in fine strozzato. Il Gerbino fu impiccato per avere ucciso entro la chiesa di S. Sebastiano un Genovese.

3 agosto 1579 – Nel piano della Marina, per sentenza della R. Corte Capitaniale furono giustiziati d. Paolo Beveaceto e Carlo Barone, che furono decapitati e dopo bruciati; D. Carlo Abate e Zimbaldo de Pietro Ponzio, che vennero decapitati; Giacomo Russitano e Antonio Scolaro che furono strozzati e dopo bruciati; Vincenzo Cannata, Filippo Genco alias Scacciaferro e Francesco Ferranti i quali vennero impiccati.

25 agosto 1581 – Nel piano della Marina, per sentenza della R. Corte Capitaniale furono strozzati Bastiano di Polizzi e Francesco La Rocca.

8 agosto 1583 – Nel piano della Marina, per sentenza della R. Corte Capitaniale, furono impiccati e lasciati sulle forche a pubblico esempio: Salvatore Lo Monte, Andrea Sogliano e Francesco Bartuccello. 



Antonino Cutrera: Cronologia dei Giustiziati di Palermo 1541-1819. L'opera di Antonino Cutrera che nasce grazie alla preziosa consultazione degli archivi della Compagnia dei Bianchi, integrata con note del Mongitore, Villabianca, Auria, Pirri, Paruta, Di Marzo, Zamparrone, La Mantia Un completo e fedele studio dei secoli bui della giustizia terrena che esclude solo le esecuzioni capitali, che si fecero per sentenza del Tribunale dell’inquisizione.
Pagine 396 - Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60)


giovedì 8 agosto 2024

Giuseppe Garibaldi: Leggetela sino in fondo, se il cuore vi basta e letta che l'abbiate adorate ancora, se ve ne par degno, San Domenico di Guzman! Tratto da: Clelia ovvero il governo dei preti.

Nel breviario Romano approvato dal Concilio di Trento a pagina 498 sez. IV. Notturno II (edizione di Venezia anno 1740) esiste una lettera di S. Domenico di Guzman patrono di Torquemada e di Arbuez, diretta a Papa Onorio III, nella quale, con un cinismo spaventevole, con una crudeltà tanto freddamente calcolata da far inorridire, egli traccia di sè medesimo un ritratto ributtante ed orribile. Leggetela sino in fondo, se il cuore vi basta, e letta che l’abbiate, adorate ancora, se ve ne par degno, San Domenico di Guzman!

“Beatissimo Padre
 Linguadoca, 7 Aprile 1217
“Con l’ajuto del Signore, io e i miei compagni non cesseremo mai dallo sbarbicare dal campo della chiesa, quest’erba velenosa che merita il fuoco, prima in questa vita poi nell’altra. 
“E per consolare la santità vostra dalle cure gravissime dell’Apostolato, le accennerò quel poco di bene che con l’ajuto di Dio abbiamo operato in queste infelici provincie tanto desolate dall’eresia. Affrancati dal duca di Monfort già trentasettemila di questi nemici della religione cattolica stanno a bruciare nelle fiamme dell’inferno, e così, diradate le nuvole, pare che il sole della retta fede cominci a risplendere in queste contrade. 
“Il piissimo Duca è tanto infervorato dallo zelo cattolico, che dovunque ha sentore si annidino di queste fiere, accorre colle sue truppe e dà loro la caccia. Essi, o resistano, o fuggano, son sempre raggiunti e puniti. Non si usa pietà ai corpi di gente che non ne usò alle anime fedeli, cui uccise col mortifero veleno dell’errore. Egli li sottopone prima a tormenti per costringere la loro ostinazione a manifestare gli aderenti. È impossibile immaginare quanto lo spirito satanico s’impossessi di loro, e li renda fermi nella infernale impenitenza. Non si lasciano fuggire un accento dalla sacrilega bocca, che il demonio chiude con una a mano di ferro. Un vecchio, posto alla tortura, e quasi stritolato sotto ad una macina, rideva ed insultava i santi ministri, i quali gli ricordavano l’obligo della fede.
“Un’altra giovinetta di Belial, alla quale i soldati del Duca in punizione di aver alimentato le carni di un eretico, strapparono dall’ossa con una tanaglia, quelle carni maledette, sorrideva, metteva dentro le mani alle proprie piaghe, e diceva di sentirne refrigerio; sicchè i soldati a meglio refrigerarla, seguirono per un’ora a rinnovarle quella consolazione senza poterla indurre a manifestare, dove fosse l’iniquo, che essa aveva albergato ed alimentato.
“I poveri soldati sono instancabili nell’opera della fede, e la sera dopo la preghiera, e dopo innumerevoli meriti acquistati sono da me benedetti, con la papale benedizione che V. S. mi concedette di largire nel suo nome santissimo. Io crederei, Beatissimo Padre, che a rimunerare in qualche modo la fede ardente del sig. Duca, V. S. dovesse avere la benignità di conferire o a lui, o a suo fratello Don Rodrigo, canonico della cattedrale di Tolosa, la sacra porpora, la quale egli si ha già acquistato con le sue escursioni, tingendola nel sangue maledetto di quegli sciagurati. 
“Basta che in questi paesi si senta il suo nome perchè gli eretici Albigesi, tremino da capo a piedi. Il suo costume è di andare per le corte, spacciando in un sol colpo i più arrabbiati. Quanti gliene capitano nelle mani costringe a professare la nostra fede, con la formola ingiunta da V. S. 
“Se ricusano, li fa battere ben bene mentre che si accende il rogo. Quindi interrogati se si sien pentiti, ed ascoltato che no, conchiude: “O credi o muori”. Li mettono ad ardere a fuoco lento, per dare loro tempo di pentirsi, e di meritare l’eterno perdono. 
“Alcuno di questi miserabili, benché assai raramente, sullo spirare, ha dato segni di ritrattazione, e di orrore della morte, che maritamente subiva; ed io mi sono consolato nel Signore osservando quegli atti, che potevano essere indizio di pentimento. Quando più essi si dibattevano, tanto più noi godevamo nella speranza, che quelle brevi pene fruttassero loro il gaudio eterno, dove speriamo di trovarli salvi nel santo paradiso, quando al Signore piacerà di chiamarci agli eterni riposi. 
“Intorno poi agli altri che furono sedotti, e perciò meno rei, non si costuma di condannarli subito, ma per esercitare con essi quella carità, che il nostro Salvatore comanda, da principio si risparmia loro la vita, ed invece si adoprano alcuni tormenti, i quali per quanto siano gravi alla carne, sono infinitamente più lievi degli altri, riserbati allo spirito nelle fiamme eterne.  
“Si adoprano rotelle, eculei, letti di ferro, stirature, tanaglie ed altre simili mortificazioni del corpo, che secondo la legge del nostro Signor G. Cristo, dev’essere macerato in terra per averlo glorioso nella vita eterna. 
“In altra mia mi farò un dovere di rallegrare il cuore della Santità Vostra, con più minuta narrazione di quest’opera che il Signore si compiace di fare per nostro mezzo.  
“Intanto prostrato al sacro piede della S. V. imploro per me e per questi miei collaboratori e compagni, l’apostolica benedizione, e mi dichiaro.
Della S. V. 
Re dei Re e Pastore dei Pastori
l’ultimo dei servi e figli
Domenico Gusman"


Giuseppe Garibaldi: Clelia ovvero Il governo dei preti. Romanzo storico ambientato nella Roma del 1867. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato da Fratelli Rechiedei editori, Milano 1870.
Pagine 356 - Prezzo di copertina € 20,00
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Il volume è disponibile:
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La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60). 



martedì 6 agosto 2024

Giulia Petrucci: Il giorno 6 agosto 1985 la mafia uccideva il Vice Questore Ninni Cassarà... Tratto da: Giustizia a Palermo. Romanzo ambientato nella Palermo degli anni '80.

Il giorno 6 agosto 1985 la mafia uccideva il Vice Questore Ninni Cassarà davanti all'ingresso del palazzo dove abitava e davanti agli occhi della giovane moglie. Si dice sia stata una vendetta della mafia per la precedente morte di un pregiudicato che avviene per mano di alcuni poliziotti durante un interrogatorio, al quale comunque il Cassarà non avrebbe partecipato.
La fine ingiusta di una persona amata e stimata da chiunque lo conoscesse veramente lascia tutti nel dolore e nel panico, ma colpisce particolarmente me e mio fratello, che del Cassarà era stato compagno di classe alle scuole elementari e suo compagno di liceo al Garibaldi di Palermo nel periodo in cui anche io frequentavo quel liceo. Per me, che ero più piccola, Ninni era il ragazzo più bravo, più bello, più intelligente del liceo.
Non riuscivo ad accettare l'idea che avessero potuto ammazzarlo così. Con tanta crudeltà e disprezzo. Mi capitò di vedere delle foto, una in particolare, che ancora oggi non riesco a dimenticare. La mia mente cominciò ad elaborare l'ipotesi di un romanzo in cui cittadini onesti, stanchi dei delitti della mafia, ma soprattutto stanchi della lentezza e della inefficienza della Legge, si riunissero in una società segreta, come era stata la leggendaria setta dei Beati Paoli, per fare finalmente giustizia a Palermo, cominciando a eliminare per primi i veri intoccabili della mafia, i veri e nascosti responsabili dei delitti perpetrati contro magistrati e uomini di legge.
Il tema era abbastanza scottante e difficile da trattare, soprattutto da un punto di vista morale perché rischiavo di giustificare, comunque, degli omicidi. Il risultato è questo romanzo, che solo ora ho pensato di pubblicare, essendo passato tanto tempo e avendo avuto la possibilità di considerare le vicende narrate con maggiore obbiettività. Non ho modificato quasi nulla per non guastare ciò che spontaneamente era sgorgato dalla mia fantasia in quei momenti così drammatici.
La mafia oggi non uccide con la frequenza e la facilità di allora, continua i suoi loschi traffici in modo meno appariscente ma non meno pericoloso di allora. 
Chi mai sarà capace di fare davvero giustizia a Palermo, in questa città meravigliosa e terribile nello stesso tempo? 
Ma poi, esiste veramente la giustizia in questo mondo o bisognerà attendere la giustizia divina?


Giulia Petrucci: Giustizia a Palermo. Romanzo ambientato nella Palermo degli anni '80.
In copertina: "La dolcezza tra le spine" di Natale Petrucci. 
Prezzo di copertina € 16,00
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venerdì 12 luglio 2024

Oreste Lo Valvo: La vita della gloriosa Santuzza. Tratto da: L'ultimo ottocento palermitano. Storie e ricordi di vita vissuta.

Santa Rosalia segna nella vita palermitana due epoche: la prima, in cui nacque e morì, affidata alla tradizione, sostenuta da ricordi ed avanzi prossimi alla sua stessa morte; la seconda nella quale, a distanza di più che cinque secoli, si rinvennero le sue ossa, epoca, quest’ultima, storicamente documentata, che rivela il miracolo, per cui Palermo fu, per sempre, libera dalla peste.
Dove, però, la storia non entra con l’evidenza dei fatti, dando alle cose una realtà troppo tangibile, che quasi urta con il loro carattere soprannaturale e restano, invece, le memorie affidate alla tradizione, si ha allora la grande poesia della leggenda, in cui lo sfondo, originariamente vero, si arricchisce, man mano, di quella bellezza suggestiva, che rispecchia tutto un sentimento particolare delle anime ingenue, spinte ad esaltarsi in una fede, che non vuole limiti e che più s’ingigantisce col fervore dell’immaginazione.
La vita, appunto, della nostra gloriosa Santuzza, che, per quanto non documentata, ha una certa storia tradizionale, attraverso la fantasia popolare, è stata, in ogni tempo, oggetto di cunti, strofe, canzoni e ninareddi, che con mille particolari di ingenua e fervida creazione, hanno dato luogo alla più mistica, sentimentale e poetica leggenda, che ancora e sempre tocca, commuove ed esalta gli ottimi cuori della nostra gente.
Così, dopo secoli, quasi con la dolce risonanza d’un’eco lontana, la vecchia leggenda ancora ripete e canta: ai tempi di Ruggiero II il Normanno, entro il mille e cento, fra i baroni che componevano la Corte del Re, primeggiava il suo congiunto Sinibaldo, signor della Quisquina e delle Rose, che discendeva dal ramo diretto di Carlo Magno Imperatore.
Aveva Sinibaldo, sola figlia, la bionda Rosalia, serafica creatura, dotata di soave e mistica bellezza, che, appena adolescente, fra tutte le donzelle, tosto divenne la prediletta della Regina Margherita di Navarra, moglie di Guglielmo I, già succeduto al padre.
Ben presto, di tanti giovani e prodi cavalieri, d’alto lignaggio, che frequentavano la Corte, fu, l’incantevole fanciulla, oggetto di ambito e dolce sogno, per cui, fra dispute e disfide, ognuno sperava di essere prescelto in compenso di feudi, manieri, avita nobiltà e gloria di sangue.
Ma la bella Rosalia, che si era tutta votata al Signore, pur costretta a vivere, in mezzo a tanto fasto, passando la vita tra balli, conviti, giostre e tornei, preferiva le ore tranquille in cui, restando da sola, poteva cullarsi nella pace delle ascetiche contemplazioni, meditando sulla passione del suo amato Gesù.
Essendo, però, a quei tempi, assoluta l’autorità paterna e, malgrado non avesse mai pensato Rosalia al terreno amore, e fosse rimasta insensibile alle profferte di tanti pretendenti, un giorno, ancora non essendo in grado di opporre l’interna ripugnanza, dovette cedere al volere del padre, che le impose di passare a vita di mondo.
Pertanto, Rosalia fu promessa in isposa a Beltramo da Girgenti, che era un ricco e prode cavaliere, fra i più belli della Corte.
Subiva, ella, l’amore del premuroso giovane, sentendo, invece, ardere nel suo cuore l’amore divino, onde sperava di trovare la via di scampo verso il suo sognato e glorioso destino.
Si appressava, intanto, il giorno delle nozze e Rosalia, malgrado sentisse più vivo il ribrezzo per le umane cose, non aveva ancora la forza bastevole per ribellarsi all’imminenza dello odiato evento.
Un giorno, però, che essa stava ad acconciarsi i capelli e prendeva cura di agghindarsi, dovendo far corona, fra le belle, alla Regina, che andava a festa, le apparve nello specchio in cui miravasi, Gesù spirante sulla Croce, che tutto grondava sangue dalle sue ferite.
- Tu godi del mondo ed io muoio per la tua salvezza – le disse e sparì.
Rosalia, dopo quella visione, non seppe oltre rassegnarsi a tradire il suo voto, e senza manifestare ad alcuno il suo fermo e repentino proposito si partì dalla Reggia, andando raminga per monti e piani sino a ridursi verso la Quisquina, ove scelse come rifugio una fredda e buia spelonca, a tutti sino allora sconosciuta.
Ivi la vergine anacoreta iniziò il suo romitaggio, vivendo nella beata solitudine per parecchi anni, sino a quando, forse perchè seguita nelle sue peregrinazioni dai terrazzani del luogo, che già l’avevano in odore di santità, non decise di trasferirsi sul Monte Pellegrino, in quella grotta ove, dopo non molto, sfinita dal digiuno e dai patimenti, passò alla gloria di Dio, dopo avere ricevuto la Santa Eucaristia dal Sac. Cirillo, che avvisato dall’Angelo erasi, a posta, recato sulla montagna. Ed egli raccolse l’ultimo anelito, compose la piccola Santa nel duro giaciglio, ove erasi da sè adagiata, a dormire l’ultimo sonno, con la mano sotto la guancia, nel sereno atteggiamento della pace eterna.
Ciò avveniva il 4 di Settembre, dicesi, dell’anno 1160.


Oreste Lo Valvo: L'ultimo ottocento palermitano. Storie e ricordi di vita vissuta. 
L'opera è la fedele trascrizione del volume originale pubblicato con le Industrie Riunite Siciliane nel 1937. Collana L'Isola a Tre Punte.
Pagine 258 - Prezzo di copertina € 22,00
Copertina: Esedra in villa Giulia di Umberto Coda. 
Disponibile: 
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La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro) La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60)

giovedì 11 luglio 2024

Alexandre Dumas: Finalmente al corpo della Santa fu sostituita una bella statua di marmo... Tratto da: Pasquale Bruno. Romanzo storico siciliano.

È anche questa una delle caratteristiche di Palermo, città tutta di amore, quella di essersi messa sotto la protezione di una santa giovine e bella. E quindi santa Rosalia è a Palermo ciò che san Gennaro è a Napoli, la onnipotente dispensatrice de’ benefici del cielo; ma più di san Gennaro ella è di razza francese e reale e discende in retta linea da Carlo Magno, siccome dimostra un albero genealogico, dipinto sopra la porta esterna della cappella, albero il cui tronco esce dal petto del vincitore di Vitikind, e che, dopo di essersi diviso in più rami, si riunisce in cima per dare nascimento a Sinibaldo, padre di santa Rosalia. Ma tutta la nobiltà della sua prosapia, tutta la ricchezza della sua casa, tutta la beltà della sua persona, non cangiarono in nulla le risoluzioni della giovane principessa; lasciò ella, a diciotto anni, la corte di Ruggiero, e, trasportata alla vita contemplativa, sparve ad un tratto, né si seppe più ciò che ne fosse, se non che dopo la sua morte fu rinvenuta bella e fresca, come se ancora vivesse, nella grotta da lei abitata, e nell’attitudine stessa in che erasi addormentata del sonno casto ed innocente degli eletti.
Finalmente al corpo della santa fu sostituita una bella statua di marmo, coronata di rose, e coricata nell’attitudine stessa in cui la santa erasi addormentata, ed al luogo medesimo dove fu rinvenuta. Il capo d’opera dell’artista fu ancora arricchito da un dono reale; poiché Carlo III di Borbone vi aggiunse un abito di tessuto d’oro, stimato del valore di cinquemila scudi, una collana di diamanti e di pietre magnifiche, e, volendo accoppiare gli onori cavallereschi alle ricchezze mondane, ottenne per essa la gran croce di Malta, che pende da una catena d’oro, e la decorazione di Maria Teresa, ch’è una stella circondata di alloro, con questa leggenda: Fortitudini.

 
Alexandre Dumas: Pasquale Bruno. Romanzo storico siciliano (pubblicato per la prima volta a Palermo dallo Stabilimento Poligrafico Empedocle nel 1841) preceduto dal saggio storico "Storie di Banditi" di Luigi Natoli (pubblicato in tre puntate sul Giornale di Sicilia dal 14 gennaio 1930)
Pagine 129 - Prezzo di copertina € 13,50
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60)

Benedetto Naselli: Dal tepor di quelle ossa le benedizioni sgorgarono, ed il sorriso. Tratto da: I misteri di Palermo. Romanzo storico

 
Quando una pestifera lue nel giugno 1623, violenta, subitanea contaminava la bella Palermo, che apparve quasi incredibile come vi si andasse rapidamente moltiplicando, e tanto mutamento facea, onde gli umani aiuti prodigati con sol­lecitudine e magnanimità, mancaron d’effetto. Ma un’angioletta della prosapia dei Marsi e per essi di Carlo Magno, congiunta per consan­guineità a Costanza figlia di Ruggiero, nel pa­rentado affine all’imperatrice Costanza ed al pri­mo Guglielmo; Rosalia riportava all’eterno colle sue lacrime i pianti di quaggiù, tenera colomba che sospirando il suo compagno fuggìa dal fre­mito d’ogni umano consorzio ricercandolo nella solitudine. Essa dietro una vita di stenti volò agli amplessi beati, all’ebbrezza interminabile lasciando la fredda salma su di un’erta inacessa. Ecco l’erta sacra, ecco la statua di sua onoranza. Il suo piano ci valse nei dì del dolore il perdono dell’eterno; si terser le lacrime, la chiesa fu in ricca veste, la salma di lei rinvenuta sul ciglione rimoto, fu iride di speranze e consolazioni avvenire. 
Oh! le lacrime tergete o dolenti nella sventura! fu sgombra la nube malaugurata! Come il sole che lanciandosi dal balzo Eoo riflette sulle onde smeraldine i suoi raggi dorati, ed il creato risveglia, vivificando del suo lume l’addormita natura, non altrimenti si operò, tostochè per volere del cielo furono rinvenute le sospirate ossa benedette. 
Pei borghi, per le campagne, pei trivi, e per le strettissime vie della città di Palermo, si conducevano quelle reliquie preziose; e qual nelle uste lande di Egitto spargeva tra il popolo immenso, immense le grazie l’arca del patto, così dal tepor santo di quelle ossa era scacciata la peste ingagliardita, dal tepor di quelle ossa si ebbe la salvezza fra tutti, dal tepor di quelle ossa le benedizioni sgorgarono, ed il sorriso.  
Nell’orridezza dei ciglion di Quisquina, nel­l’alpestre montagna dell’Ercta che secoli scorsi risuonava per mille trambusti d’armi e d’armati, di sterminate falangi puniche; ove l’intera for­midabil oste di Amilcare inalberò il punico leone per avverso le aquile latine; ove non sorgea lappola o cardone, i figli di Panormo l’obbietto trovavano e trovano mai sempre di loro delizie. Quei greppi sol dal serpe lambiti, quei gio­ghi visti nel fuggevol tocco dello sparviere, fu­ron calcati da gente devota nelle lacrime di tenerezza. 
E non delle grame femine e paurosi vegliardi fu sola la credenza, la venerazione ed il culto, ma di cuori i più rotti alle sfrenatezze, delle menti trascendentali che riverenti prostraronsi ad omaggio della vergine, e che la gente minuta non solo, ma ben anco duchi e baroni disarmato il fianco e col cereo votivo, procedeva­no a ringhiere innanzi la sacra urna che contenea le reliquie della benedetta. 
A meglio perpetuarne la gioia quindi, della ricevuta beneficenza si vollero dai palermitani istituite annue solennità; si volle, e ogni anno alla cara memoria del fatto e ad eternare gli encomi, il giubilo e laudazioni, cinque dì si consacrano alla Verginella romita come in tenero tributo di amore. 
Fin da quell’anno poi, cioè dal 1626, come che avesser cambiato i costumi e le tendenze, a seconda delle diverse fisonomie del secolo pure fermo e duraturo è rimasto, e rimarrà pei tempi avvenire l’istesso culto e gli stessi trion­fi; poiché ogni secolo ha la propria fisonomia, ogni tempo ha le sue mode, i suoi costumi, le sue scene di vita; ogni epoca è sempre avida di novità buone o cattive poco monta, purché s’innovi, non si cura del vantaggio o del detri­mento; nelle società vi è sempre vaghezza di riforme, di mode, di tramutamenti negli abili, negli adorni, nei passatempi; ma le religioni che vi regnano sono indelebili, il culto che si pro­fessa è sempre intaminato, in ciò sol non s’in­nova, si è ligi ben anco nei pregiudizi, si è uni­formi anche nel modo. 
Era la gran macchina del trionfo un magni­fico carro, che già dì faceasi altissimo tanto da sprofondare il terreno, far guasti e rovine; ma di anno in anno si è venuto diminuendone la mole, accrescendone però la gaiezza dei drappi che l’adornano, meliorandone il disegno, l’idea e la maniera. Esso carro giunto a porta Nuova pose termine per quel dì alla sua missione. La folla dietro a lui dileguavasi equilibrandosi per la città insino a sera, che alle ore 24 comin­ciava a illuminarsi la via Toledo ed il Foro Bor­bonico, ove sorgea la gran macchina dei fuochi artificiali, che rappresentava un tempio sullo stile composto, negl’intramezzi del quale erano dipinti temi esclusivamente propri di glorie patriottiche, pel santo scopo, onde il popolo per vie indirette conosca la sua prisca grandezza, e perché una volta privo di avere attinto al sacro fonte della storia patria, o a delle luminose tradizioni, possa conoscere qual furono gli avi suoi, per mezzo dei simulacri e dei dipinti. 
Un popolo immenso affollato stretto sino a perderne il respiro, gremiva tutto il Foro Borbo­nico; un’onda di popolo sbucava incalzando dalle porte cittadine, e parea che la piena rovinosa volesse soverchiare il terreno; ma più che si avanzava, più correva al suo equilibrio, come l’onda marina incalzata dall’onda, si sconvolge per poco e si appiana. Da ogni altura, da ogni terrazzo era un brulicar di teste, che miste tra il buio della notte, parean fantasmi vagolanti nell’aere. Le due ore della notte si udivano battere più d’una volta successivamente dagli spessi oriuoli della città, ed era il punto che Sua Maestà Ferdinando I, di augusta ricordanza, giun­geva col treno al terrazzino di contro alla gran macchina dei fuochi. Ciò era in quei dì beati quando la Corte allietava Palermo colla sua pre­senza. Colà era tutt’altra scena e tutt’altra ga­iezza. Una tenda vaga di bei colori, rischiarata da mille profumate facelle, ove un coro di scelte dame, cavalieri e baroni, ricambiavano i loro complimenti: ah! quella era tutt’altra scena! I brillanti dei loro monili che gareggiavano col foco delle torce, i colori svariati dei loro veli, dei loro ricami e dei loro guardinfante, sem­bravan quelle dell’arcobaleno; tutto era brio e magnificenza, tutto era vago e leggiero come i loro pensieri, tutto era caro come la loro leg­giadrìa, tutto cortese, tutto alla moda, perché la moda predominava nei loro vestiti, nelle loro maniere, nei bei motti, nelle loro arrendevo­lezze. Un folgore che si lanciò per l’aere, poi uno ed un altro, annunziavano lo sparo. E allora bombe che si estollevano in alto co­me palle di fuoco, e ricadevano scoppiando a forme di pioggia d’oro e d’argento...
(Nella foto: Carro trionfale 1625)


Benedetto Naselli: I misteri di Palermo. Romanzo storico. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale, pubblicato unicamente nel 1852. 
Prezzo di copertina € 21,00 - Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (sconto 15% - consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Amazon Prime e tutti gli store di vendita online. 
Disponibile in libreria presso: 
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60).

martedì 25 giugno 2024

Rosalia Pignone Del Carretto: La grotta dei Beati Paoli. Tratto da: Un vero amore ovvero I Beati Paoli. Romanzo storico siciliano.


Traversata la vasta piazza del Capo, volsero a destra e giunsero sullo spiazzo che è innanzi al tempio, intitolato ai santi Cosimo e Damiano. Oltrepassata l'antica chiesa e confrateria dei neri, mettendosi pel vicolo detto degli Orfani, riuscirono in una piazzetta, nel cui mezzo ergeva il suo alto tronco un noce, i cui rami, spogli di fronde, agitati dal soffiare del vento che furioso erasi levato, scricchiolavano cupamente. Non anima viva quivi vedevasi, e pure si notava come un lontano rumore di passi che parea sorgere dalle viscere della terra.
L'ora notturna, l'oscurità del deserto loco, il mugghiare del tuono precursore dello scoppiare dell'uragano che solo di tratto in tratto interrompea quel silenzio, il tremendo stato dell'animo in cui acerba tenzone muovevansi il dovere, l'onore, ed un puro ma cieco amor di patria, tutto insomma straziava e faceva rabbrividire l'infelice Corrado, che con vacillante passo seguiva il suo compagno. La pioggia cadea a rovescio, e le dense tenebre che coprivano il cielo mal consentiano procedere più oltre, quando al balenar di un lampo scorsero una porticina.
Appressaronsi ad essa: ad un lieve segno dell’uomo del mantello si schiuse, lasciando appena uno stretto adito, talchè piegando il corpo per metà poterono a stento entrare. Varcata quella soglia funesta, udirono lentamente rinchiudersi, dietro di loro, l'uscio.
L'oscurità quasi intieramente invadea quel luogo rischiarato debolmente dall’incerta luce di una lampada che pendeva dalle volte ed ardea appiè dell'immagine del crocefisso Redentore del mondo. Inoltrandosi per un lungo e stretto corridojo, dalle cui mura stillanti acqua, pendevano armi di ogni maniera, dalla carabina del micheletto, al pugnale dell’assassino, e lasciando a destra una vasti sala cinta di vecchi armadii ed ingombra di tavole coperte di carte e di libri, penetrarono in una ampia grotta. L'umidità che tramandavano le pareti di essa, resa più sensibile dal freddo dell’invernale stagione, penetrò nelle membra dei due nuovi arrivati e di griciori e di sussulti nervosi le agitò. Di forma ellittica era quella, diremo, sala, il suolo ineguale e le pareti erano interamente ricoperti di tela nera. Numerose nicchie simili agli stalli di un coro la cingevano intorno, ed in quelli erano assisi uomini in lunghe vesti nere pari a toghe, con il capo coperto della gorra dei magistrati spagnuoli .
In fondo alla grotta, sopra un piedistallo di pietra nera ergevasi la statua della Giustizia che con la destra librava l’equa sua bilancia e teneva con la sinistra la spada sguainata. Gli occhi della Giustizia erano sbendati quasichè si volesse dimostrare che in quel luogo i giudizii che si emettevano, erano chiari e sicuri. Appiè della effigie della moderatrice di ogni civile comunanza; erano gettati mucchi di armi, antitesi perfetta di ciò che voleasi simboleggiare con la immagine della ministra delle leggi, della dispensatrice del premio e della pena. Avvegnacchè se gli esatti giudizi hanno d’uopo talvolta del sussidio della forza per essere posti in atto, non è però che nella forza o dalla forza sola, dovranno vantare il loro dritto.
Dalla volta della grotta, pendeva una grossa lampada che di tremula e rossiccia luce rischiarava quei volti fieri e minacciosi. Come furono entrati, Corrado e la sua guida, questa si appressò ad un uomo che dal seggio più elevato che occupava e da un cappello a larghe tese che portava sulla testa, sembrava essere il capo di quella misteriosa adunanza, e gli susurrò qualche parola all’orecchio. Come l’ebbe udito, colui rivolgendosi a Corrado:
- Fratello, – disse, – il cielo qui ti manda: siedi ed ascolta.
Il capo della setta:
Il capo, Prospero, Corrado, Guido e pochi altri fratelli rimasero ancora in quell'oscuro e tremendo loco. 
- Siamo soli – disse il primo, poichè ebbe attentamente ascoltato morire l'eco lontani dei leggieri passi dell'ultimo uscito dalla grotta. – Si, ora n’è dato parlare apertamente e conoscerci fra noi – Così dicendo, egli si tolse il cappello, e tutti gli altri lasciarono cadere il cappuccio che ne celava in parte le sembianze. Ma qual fu la sorpresa dell'improvvido Corrado ravvisando nel capo di quella orribile setta un avvocatuccolo, vero azzeccagarbugli, il quale avea contribuito, o per malizia o per ignoranza, allo sperpero del già gramo retaggio del padre suo?
Tra un falso amico ed un uomo cupido ed intrigante, cosa poteva sperare di bene? M troppo tardi, lo ripetiamo, egli facea tali inopportune ed istrazianti riflessioni... 



Rosalia Pignone Del Carretto: Un vero amore ovvero I Beati Paoli. Romanzo storico siciliano. 
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato dalla casa editrice M. Savastano nel 1876 (Napoli)
Prefazione di Massimo Bonura.
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Pagine 210 - Prezzo di copertina € 20,00
Disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (sconto 15%, consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Forense (Via M.se di Villabianca 185), Libreria Zacco (Via Vittorio Emanuele 423) La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60)

Rosalia Pignone Del Carretto: A proposito dei principi di libertà dei cospiratori. Tratto da: Un vero amore ovvero I Beati Paoli. Romanzo storico siciliano

 - Esso non è lontano: già il malcontento è universale. La giustizia manomessa, i rei impuniti, i gravissimi pesi, le prepotenze ed i soprusi hanno commosso la povera Sicilia, che freme di rabbia e rode il freno con cui gli stranieri l’avvinsero a duro servaggio, che ella, levandosi come un solo uomo, non tarderà ad infrangere. I primi passi nella via della liberazione sono dati; già una schiera di patriotti… Ma che più? Corrado, vuoi associarti meco al riscatto della patria? Vuoi essermi compagno nei perigli che dovremo durare, e divider con me la gloria che acquisteremo, ridonando al suolo natio la libertà ed un provvido governo? se acconsenti, alla metà della notte attendimi presso la piazza del Capo. Verrò per guidarti fra i magnanimi che avremo a compagni alla malagevole ma nobilissima impresa.
Corrado che intanto tacea, dopo pochi istanti con voce tremante, disse: 
- Prospero, che mi proponi? Quale insidiosa ed abbagliante luce fai sfavillare ai miei sguardi? Deh, per pietà taci; fa ch'io serbi intemerato l'onore; fa ch'io non manchi ai miei giuramenti. 
- Ai tuoi giuramenti? – ripigliò Fialdi con enfasi. – Ma che! un fantasma, una larva cotanto ti atterrisce? Che, vana larva, impalpabile fantasma sono i dubbii che ti sorgono in mente. E che! il grido disperato dei tuoi fratelli non ti giunge all'orecchio? non ti commuove il loro acerbo dolore? Ma il tuo cuore prima di palpitare sotto la divisa spagnuola non batteva in petto siciliano? Pria di essere soldato, non fosti cittadino? Ah, Corrado, unisci i tuoi sforzi a quelli dei generosi che ritorranno la patria al giogo spagnuolo. Vieni al convegno, e mostrati non degenere figliuolo di questa terra di eroi. Che rispondi?
Corrado, come ammaliato da tali insidiosi detti, preso da istantaneo vivissimo ardore rispose:
- Verrò – e stretta la mano al perfido Fialdi, precipitosamente partì, quasi volesse involarsi e celare la vergogna della defezione e dello spergiuro che si accingeva a commettere.
Il tempo che fugge rapido nei piaceri e tra le utili occupazioni, sembra spogliarsi delle sue instancabili ali, e rallentare l'incessante suo corso allorquando si attende, E lunghe ed interminabili parvero le ore all'infelice Corrado, che quasi preso da irresistibile fascino, udendo i detti dell’ambizioso Fialdi stava per precipitare nell'abisso della colpa e del disonore. Il magico nome di libertà, il dolce ma talvolta ingannevole amore di patria l’aveano fatto transigere coi più sacri doveri, soffocando il santo grido della coscienza, che gli ricordava la fedeltà al sacro giuro, con cui alla spagnuola dinastia si era ligata. Sciagurato! egli credea unirsi ad uomini generosi e devoti al vero bene del natio suolo, credea, macchiando il suo onore, potere rendere libera la terra che gli avea dato vita, ridonandole l’indipendenza ed il pristino splendore; e non sapeva che coloro i quali si adornano de' nobilissimi titoli di liberali e di patriotti, bene spesso nascondono le sozze piaghe, che il verme roditore dell'invidia, della cupidigia e della ambizione, ha loro aperte nel seno, e che nomandosi ad alta voce, sinceri amanti del pubblico bene, non sono in realtà che amanti di sè stessi, spinti e guidati da sordida brama di acquistare agi ed onori. Tal è la storia de' cospiratori antichi e moderni.

Rosalia Pignone Del Carretto: Un vero amore ovvero I Beati Paoli. Romanzo storico siciliano. 
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato dalla casa editrice M. Savastano nel 1876 (Napoli)
Prefazione di Massimo Bonura.
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Pagine 210 - Prezzo di copertina € 20,00
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martedì 28 maggio 2024

Un nuovo volume si aggiunge alla collana L'Isola a Tre Punte edita I Buoni Cugini: U mè paisi. U dialettu attruvatu arrè di Totò Mazzara

Totò Mazzara, già autore di Chiàcchiari e pinsera nella stessa collana, ci presenta oggi la sua nuova raccolta di novelle e poesie tratte da avvenimenti realmente accaduti negli anni '50, nel tempo della sua giovinezza a Villafrati. Tempi, come dice lo stesso autore, che visti con le lenti appannate di nostalgia brillano come gioielli preziosi. Protagonista del libro è il dialetto che si parlava fino alla metà degli anni cinquanta, quello parlato dai nostri genitori, dai nostri avi... 

Quannu jiu di nicu ‘ncuntrava stranii, mi dumannavanu: Di u dialettu attruvatu arrè unni sini?” E jiu sempri cci rispunnia: “Di la Sammuca”. ‘Na vota dicianu: di la Terra di la Sammuca, perché le persone appartenevano alla terra che in qualche modo li aveva generati, il dialetto fa parte di quella terra che ci ha generato.
Totò Mazzara, emigrato in Svizzera da più di 55 anni, ha conservato il suo patrimonio culturale di Villafrati, ha viaggiato, ha incontrato altri popoli, altre culture e le ha fatte proprie, le ha mescolate, ma a differenza di altri suoi amici di viaggio, integrandosi nel nuovo paese, è rimasto se stesso, ha conservato il suo patrimonio culturale di una Sicilia antica, la sua generosità, la solarità e cosa ancora più profonda l’amore per la lingua dei suoi antenati: il dialetto.

Dalla prefazione di Salvatore Maugeri


…Intanto, si sono accumulate più di quaranta novelle e, insieme ad alcune poesie, penso che sia arrivato il tempo di pubblicarle. Sono sempre novelle tratte da avvenimenti realmente accaduti o verosimili nell'ambito della realtà dei tempi della mia giovinezza trascorsa in paese. Tempi che paragonati con la realtà di oggi, sembrano impossibile che siano mai veramente esistiti, ma che visti con le lenti appannate di nostalgia, brillano come gioielli preziosi in ognuno di noi, nella mente e nel cuore.
A far brillare questi preziosi, più di quanto realmente potrebbero, è il dialetto rimasto fermo là dove avvenne il distacco dal parlare, dallo scrivere e dal pensare nel 1968, anno della mia partenza per la Svizzera. Ma il dialetto riportato in queste novelle è quello che si parlava fino alla metà degli anni cinquanta…
Con la pubblicazione di queste novelle spero di apportare un piccolo contributo al ritrovamento del dialetto come espressione di una cultura passata, ma non dimenticata, e che vale la pena proteggere attivamente parlando, scrivendo e pensando. 

Totò Mazzara

Il volume è disponibile:
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venerdì 24 maggio 2024

Febo Della Minerva: Se ne andò nel giorno di Maria, che pazzamente amò: il 24 maggio alle ore 16:30... Tratto da: Il pazzo che piacque a Dio. Biografia di padre Giovanni Messina.

 
Poco più tardi un mucchio di corrispondenza. E la lettera fatale. 
Lesse, rilesse; lesse ancora...
Non gli dava pace, gli toglieva il fiato quella conclusione: 
“L’Ill.mo signor Sindaco, presidente della Commissione Edilizia, ha convalidato la decisione come sopra espressa”. 
Le Suore non ricordano d’aver visto il loro Padre, piangere tanto – in tanti anni. Il volto si tinse color dei morti. Cadde in uno stato di vera impressionante angoscia. 
La Rev.da Superiora, Madre Serafina Lanza, per tranquillizzarlo si precipitò ai Lavori Pubblici per scongiurare l’esecuzione dei drastici provvedimenti. 
L’Ingegnere Direttore Boscaino non c’era. Parlò a lungo con il Sig. Girolamo Luciano, consigliere comunale, il quale aveva fatto tanto per l’acquisto del terreno arenile. Questi disse che il buon padre Messina poteva star sicuro che niente gli sarebbe capitato di male. 
Tentò anche giustificare il sindaco dicendo che era sua abitudine apporre la firma sui documenti senza prenderne visione. 
Tutte le assicurazioni non valsero a far nascere nell’animo depresso del Padre, un barlume di speranza. 
Ingoiò pochi bocconi di minestra, di mala voglia, e solo per tacitare le istanze delle buone Figlie.
Si ritirò poi, a passo lento, nella sua stanzetta, piccola più d’una cella, tenendo stretta tra le dita nervose, quella lettera e ripetendo a fior di labbra:
– Cinquant’anni di fatiche, distrutti... i miei bambini sulla strada... cinquant’anni di stenti... mio Dio, non me la fido più!...
Si chiuse a chiave, come sempre. 
Quella che doveva essere la solita mezzoretta di siesta dovette essere agitatissima, se riapparve presto tra le Figlie a passo incerto e col volto chiazzato color paonazzo. 
La Rev.ma Superiora e Suor Bernardina, che negli ultimi anni gli stavano più da presso, allarmate insistettero perché tornasse a riposare, a star tranquillo. 
Pochi minuti dopo dei lamenti:
– Sono morto... sono morto…
– Aprite Padre... per carità aprite…
A scassinare la porta furono don Giovannino Catalano – capomastro dei lavori in corso – e il giovane Giovanni Gandolfo, affezionatissimo al Padre che l’aveva accolto nella Casa, all’età di nove anni. 
Il Padre, riverso sul letto, parea ferito a morte. Sangue veniva fuori dall’orecchio. 
Una sola ansiosa domanda sulle labbra di tutti: 
– Padre cosa avete... Padre che vi sentite...
– Niente... niente... il sindaco Cusenza ha ammazzato padre Messina!...
Furono le sole parole dette. 
Per sei giorni e sei notti fu una dura, spossante lotta tra la vita e la morte. 
Nel camerino del bagno furono trovate chiazze di sangue e i suoi occhiali. 
Quel meraviglioso campione di Dio che, per oltre cinquant’anni, avea sbalordito per quel che aveva fatto avversari e benefattori, autorità e povera gente, era stato messo a tappeto da un pezzo di carta dalla testata autorevole. Un pezzo di carta contenente il veleno che gli avea fatto scoppiare il cuore. 
Alla morte andò serenamente. Aveva fatto quanto possibile, perché il Bene fosse ben fatto. 
Coscienza pulita e retta, non aveva sentito peccare d’orgoglio quando, un anno prima di morire, aveva detto: – Ho qualche cosa da potere, un giorno, mostrare indegnamente e umilmente al Padreterno. 
Per ciò si rese degno d’aver scolpito sulla tomba l’epigrafe da lui dettata per i consacrati a Dio:  – Qui giace un amante di Gesù. 
“La morte è il momento più bello dell’uomo. Chè trova allora tutte le virtù praticate, la forza e la pace di cui si è provvisto” scrisse il pio padre Lacordaire. Ed è vero per chi vive e muore come è vissuto e morto il padre Giovanni Messina.
Per quell’ “amante di Gesù” il morire fu davvero il “cadere” nelle braccia di Dio. Se n’andò nel giorno di Maria, che pazzamente amò: il 24 maggio. 
Alle ore 16,30 se n’andò “in sul calar del sole” che dolcemente e lentamente, tingeva d’oro fino, l’orizzonte lontano, il mare attonito e commosso, il Pellegrino vigile e silente. Se n’andò prima che il sole se n’andasse per tuffarsi gioiosamente nella immensa Luce dell’infinito Amore. 
Si tacquero le labbra smorte alla preghiera umana, e le pupille vivide e lucenti lentamente s’ascosero dietro le palpebre sonnolenti e stanche. 
Allora ogni pietra della Casa ridonò alla sua lacrima cocente al Costruttore tenace e vigoroso. Nelle lacrime abbondanti delle Figlie sconsolate e nei singhiozzi incontrollati dei “dolci orfanelli” rimasti, ancora una volta senza il Padre, si lesse lo smarrimento di un vuoto che non si sarebbe più potuto colmare. 
Ogni pietra della Casa rivelò allora, i gemiti occulti del Fondatore santo nei gemiti sinceri della folla riverente, diventata un mare. 
Ogni pietra della Casa lanciò allora la sua sfida agli uomini del mondo e al tempo che s’eterna: noi non ci muoveremo mai più da qui. 
(Nella foto la tomba di padre Giovanni Messina, presso la Casa Lavoro e Preghiera)


Febo della Minerva: Il pazzo che piacque a Dio. Biografia di padre Giovanni Messina.
Pagine 384 - Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
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La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Nike (Via Marchese Ugo 56), Libreria Macajone (Via M.se di Villabianca 102), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Forense (Via Macqueda 185), La Nuova Bancarella (Via Cavour).

lunedì 20 maggio 2024

Rosalia Pignone Del Carretto: Il giuoco della Corrida nella Palermo del 1707. Tratto da: Un vero amore ovvero I Beati Paoli. Romanzo storico siciliano

Non credo tornerà discaro ai miei cortesi leggitori avere i particolari del giuoco del Toro, da me attinti da un accurato scrittore.
E qui mi piace notare un aneddoto avvenuto in quel tempo.
Il re Filippo V, passionato della caccia del Toro, premiò il valore del Torero Espada, Giovanni Alberez, col dono di una ricca spada, che i discendenti di costui conservarono religiosamente fino al l8l0 epoca dell’invasione francese.
Intorno all’arena era disposto un assito formato di tavole rosse, alte incirca sei piedi. Di tratto in tratto erano fatte delle aperture, a fine di lasciare libero il varco al Toro, e raccogliere i feriti ed i morti; che bene spesso quel selvaggio dramma ha termine con dolorose catastrofi. Poco più oltre innalzavasi un secondo assito, e lo spazio posto tra esso ed il primo era deputato a contenere i Chulos ed i Picadores Sebrestantes, o di surrogazione, i quali dovevano attendere quivi armati di tutto punto pronti ad occupare il posto del Picador ferito o morto. L'assito era cinto di una rete di corda, per impedire che il Toro sfrenato, ancorchè oltrepassasse il primo recinto, non potesse entrare nel circo a spargere il terrore e la morte tra gli spettatori.
Eppure si narrano dei tristissimi, ma lode al cielo, rari casi, in cui il Toro furioso abbia anche saltato il secondo assito.
I Toreadores, cioè Picadores, Chulos, o Capeadores, Banderilleros ed Espada erano già presti alla pugna.
Primi ad uscire nel circo furono i due Picadores.
Montavano cavalli bendati, ad evitare che la vista del Toro non li atterrisse, esponendo a crudele periglio la vita del cavaliere. Il loro abbigliamento era elegantissimo. Componevasi di una giubba di velluto di vivaci colori ricamata in oro o in argento, ed ornata di bottoni di filagrana.
Essa lasciava vedere un giustacuore simile per il drappo e per gli ornamenti, e lo sparato di una finissima camicia di tela a gala ricamata. Un fazzoletto di seta legato negligentemente loro cadea sul petto.
Al cinto aveano una ciarpa di seta; le loro gambe erano coperte da calzoni di pelle di bufalo guerniti di liste di cuoio a punto di ferro, simili agli stivali dei postiglioni. Tale precauzione li preservava dal cozzar del Toro, e li garentiva dalle cadute da sella. Il loro capo era coperto da un cappello di feltro bigio molto basso, a larghe tese, ornato da fiocchi e ciondoli di nastri colorati.
I Picadores erano armati di lancie a punti di ferro lunghe due o tre pollici le quali non potevano ferire gravemente il Toro, ma dovevano incitarlo alla lotta, metterlo in timore, e respingerlo. Una striscia di cuoio adattata alla mano destra del Picador impediva che la lancia non gli sfuggisse.
Essi stavano, quasi direi, incastrati, in una sella, altissima dinanzi e di dietro, simile affatto a quella dei cavalieri del medioevo. Le staffe celavano interamente i loro piedi, i cui talloni erano armati di sproni di ferro lunghissimi.
I Chulos o Campeadores portavano calzoni corti di raso, calze di seta, ed una giubba ornata di splenditi arabeschi. Recavano sotto il braccio la cappa o mantello di drappo rosso, che dovevano svolgere e far rotare innanzi agli occhi del Toro per aizzarlo, se mai fosse troppo tardo all'attacco, o per distrarlo, se inseguisse molto da presso il Picador.
Essi erano stati scelti trai giovani più svelti ed abili al corso, talchè erano la perfetta an antesi dei Piccadores, ordinariamente uomini robusti e di forze erculee.
I Banderilleros vestivano come i Chulos; era loro speciale ufficio piantare sulle spalle del Toro delle banderuole a varii colori, attaccate all’estremità di piccole freccie a fine di stimolarlo, se mai fosse stanco o lento a proseguire la lotta ed a contrastare la palma della vittoria, all’Espada suo ultimo competitore. Le banderillas, dovevano piantarsi due per volta sul dorso del Toro, e per far ciò, ambo le braccia del Banderillero dovevano passare tra le corna della selvaggia bestia. Le banderillas de Fuego si adoperavano in estremo caso, quando cioè l’animale spossato dal combattimento avea d'uopo di un forte stimolo. Queste banderuole contenevano della polvere da sparo, che accesa destramente nel piantarle sul corpo della stanca bestia, collo scoppiare che faceva, la destava e la ingagliardiva a proseguire la tenzone. Talvolta non bastava neanche questo ritrovato a muovere l’assopito coraggio del Toro; e la calca degli spettatori sdegnati con furenti grida chiedeva si lasciasse in balia dei perros o cani, i quali erano scagliati contro la bestia per ferirla, o per esserne vittima, aizzandone la rabbia. L’Espada finalmente, ultimo dei Toreadores, indossava vestimenti ancora più ricchi ed eleganti di quelli dei Chulos e dei Banderilleros.
Le sue armi erano una lunga spada con l’elsa a forma di croce, ed un brandello di lana scarlatto detto muleta, debole scudo male adatto a respingere il cozzare dell’inferocito animale.
Dopo di aver fatto passare a rassegna tutti gli attori di quel dramma atroce, riprendiamo il filo dell’interrotta narrazione, riserbandoci di notare soltanto alcuni episodii che avvennero durante la rappresentazione.


Rosalia Pignone Del Carretto: Un vero amore ovvero I Beati Paoli. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato unicamente nel 1876 dalla casa editrice M. Savastano (Napoli)
Prefazione di Massimo Bonura.
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Pagine 210 - Prezzo di copertina € 20,00
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Disponibile su Amazon e tutti gli store di vendita online.
In libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro) Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60).  

Rosalia Pignone Del Carretto: La setta dei Beati Paoli nel 1707. Tratto da: Un vero amore ovvero I Beati Paoli. Romanzo storico siciliano

Lo stato di oppressione e di avvilimento, in cui il debole ma duro reggimento spagnuolo aveva immerse la misera Sicilia già dilaniata da intestine lotte, da tremende discordie, e dagli attentati de' sovrani stranieri, che se ne contendevano il possesso, aveva messo a ben dura prova la pazienza dei Siciliani, per indole e per affetto alla terra che li educò e nutrì, insofferenti di estraneo giogo ed acerrimi nemici di prepotenze e di soprusi.
Non è quindi da maravigliare se alcuni uomini, forse mossi a pietà dal miserrimo spettacolo che loro offria la patria languente, si fossero collegati segretamente e convenendo in remoto e sicuro loco, provvedessero arbitrariamente alla spedita amministrazione della giustizia, adoperando mezzi non sempre lodevoli, e bene spesso crudeli. L'abolizione de' grandi ufficii della Corona, e la instabile residenza della Magna Curia che nella città capitale inceppavano il corso della giustizia e l'applicazione delle pene ai rei, lasciandosi talvolta i giudizii sospesi, era maladatto a frenare gli abusi. Gli uomini che convenivano in quell'oscuro antro erano in maggior numero plebei, artigiani, marinai, ai quali si erano altresì associati curiali e piccoli commercianti.
Essi si erano proposti raddrizzare i torti altrui; e riparare il male oprato dalla parzialità nel giudicare ed avevano preso il nome di Beati Paoli.
Nel mezzo della notte e nella solitaria spelonca che descrivemmo, tenevano i loro consessi, giudicavano i rei, emanavano tremende sentenze che con esattezza da far raccapricciare erano immantinenti eseguite.
Il mistero ed il silenzio erano le basi fondamentali di quella società, forse immaginata da un animo retto ed amante della giustizia, ma per ignoranza o per privati fini, deviata dal pristino suo scopo. Avvegnacchè non solo pochi uomini non rivestiti di alcuna pubblica autorità si arrogavano il sacro dritto di giudicare e di far porre in atto le sanguinose loro sentenze, ma bene spesso queste accuse, queste sentenze, queste esecuzioni, non erano che vendette volute dalla setta per punire offese arrecate ad alcuno dei suoi membri, come nel prosieguo di questo racconto chiaramente vedremo. Tanto è vero che le umane istituzioni non ispirate e dirette dal solo principio che giammai non erra, cioè della Religione, ancorchè per l’idea motrice non avverse al bene, si pervertiscono sempre e divengono pessime e nocive, essendo informate dello spirito mondano, al male più che al bene corrivo. S'ignora chi fosse il fondatore di questa setta. I Beati Paoli, ipocriti come i farisei spendevano lunghe ore nelle chiese, ostentando devozione. La mattina, con un rosario tra le mani si aggiravano per le piazze, mettendo pace tra i litiganti, calmando i tumulti e con la parola mostrando voler ricondurre l'armonia nelle famiglie. Per le vie, nelle case, e fino nelle allegre brigate s'introducevano. Spediti da questa numerosa setta ed orecchiando, spiando i discorsi e se fosse stato possibile, anche i pensieri altrui, ne facevano poi esatto rapporto al capo ed ai fratelli nelle notturne riunioni, ove l’interesse della società lo esigesse.
Fino a quei giorni, tale segreta associazione non si era occupata di politica; ma vi era tra i suoi membri chi all’iniquo carattere di settario univa quello non meno riprovevole di cospiratore, come già accennammo nel precedente capitolo.
In tale perigliosa società, in mezzo a quegli uomini perversi, era stato condotto lo sciagurato Corrado...



Rosalia Pignone Del Carretto: Un vero amore ovvero I Beati Paoli. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato unicamente nel 1876 dalla casa editrice M. Savastano (Napoli)
Prefazione di Massimo Bonura.
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Pagine 210 - Prezzo di copertina € 20,00
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