venerdì 13 settembre 2024
Un nuovo volume si aggiunge alla Collana Risorgimentalia: Carlo Pisacane, il realismo utopistico di un rivoluzionario. Di Santo Lombino e Giuseppe Spallino
venerdì 9 agosto 2024
Antonino Cutrera: L'agosto dal 1517 al 1583 a Palermo, quando nel piano della Marina si giustiziavano i Condannati... Tratto da Cronologia del giustiziati di Palermo 1541-1819
3 agosto 1517 – Nel piano della Marina furono impiccati; Simona Branciforte, Giuseppe di Tarando, Nicolò Russo e Cataldo di Gangi.
17 agosto 1517 – Nel piano della Marina furono impiccati Giovanni… e
Pietro La Matina. Altro individuo, del quale si sconosce il nome, fu
decapitato.
22 agosto 1549 – Nel piano della Marina, furono impiccati: Antonino
Crapi, Antonino la Castellana, Filippo Malerva, Pietro di Tusa, Antonino la
Ferrera, Bartolomeo Castellana, Silvestri Castellana, Girolamo Pirrello, Ponzio
Chiavetta, Annibale Pirrello, Pietro Lauricella, Cataldo di Buscemi, Mariano di
Palma, Antonino Ricco alias lo Virdello ed Antonio d’Amico alias Chirca.
22 agosto 1553 – Nel piano della Marina furono impiccati: Giovanni
Bellacera, alias Surci e Giovanni Failla.
4 agosto 1557 – Nel piano della Marina fu impiccato Lorenzo
Benestanti.
9 agosto 1557 – Nel piano della Marina furono impiccati: Pietro,
Michele e Marco di Marino.
4 agosto 1564 – Alla via di S. Antonio presso porta di Termini fu
giustiziato Filippo di Gangi. Secondo la sentenza egli fu posto nudo sopra un
carro e portato in giro per la città, arrivato sul luogo dell’esecuzione fu
quasi strozzato, e ancora semivivo diviso in otto pezzi.
11 agosto 1567 – Furono impiccati: Vincenzo li Pecori di Piazza,
Bartolomeo di Rosa, alias Milicchia da Nicosia e Tomaso di Dionisio da Sutera.
Vincenzo Li Pecuri per lo furto
commesso nel Convento et Ecclesia di S. Francesco di questa città, fu
impiccato in piazza S. Francesco. Bartolo di Rosa discursore di campagna e reo
di altri delitti e Masi di Dionisio prosecuto di nece, fu impiccato in piazza
Marina. I cadaveri furono portati alle forchi
di fuori.
12 agosto 1569 – Furono giustiziati: Pietro d’Ajello di Castelvetrano
e Gaspare lo Coco, calabrese, condannati dalla Corte Capitaniale di Palermo: “per
haviri ammazzato la quondam Lauria la Catanisa in la casa di la sua solita
habitactioni… si havirà di exequiri la Iusticia in lo Cortiglio di Amato di
Pettineo, undi fu commisso ditto omicidio e si hanno di strascinare, in ditto
loco”.
6 agosto 1571 – Nel piano della Marina, fu impiccato per sentenza
della R. Corte Capitaniale Bartolomeo la Tinella.
8 agosto 1572 – Nel piano della Marina fu impiccato e lasciato sulle
forche, per sentenza della R.G.C. Vincenzo Marotta latrone pubblico e scorritore di campagna.
26 agosto 1573 – Nel piano della Marina fu impiccato Fabrizio Palombo
detto Giov. Antonio d’Arienti, condannato dalla Corte Capitaniale di Palermo per
avere fatta moneta falsa.
26 agosto 1574 – Nel piano della Marina, per sentenza della R.G.C. fu
decapitato lo Magnifico Girolamo Valdaura, accusato: “de mandato circa nicem et
mortem quondam miserandi Guglielmi Valdaura cum illu scopettarum”. La sua testa
fu lasciata a lu loco di la Iustitia per
demostratione de esecutione di Iustitia.
2 agosto 1575 – Nel piano della Marina furono impiccati: Pietro di
Reina da Cammarata, per sentenza della R.G.C. e Costantino la Marabella per
sentenza della Corte Capitaniale.
16 agosto 1575 – Nel piano della Marina, per sentenza della R. Corte
Capitaniale venne impiccato Giuseppe Bongiorno, per avere ammazzata e rubata
Margarita Castella. Fu portato al supplizio sopra un carro e tenagliato lungo
il tragitto; in loco delitti gli fu
tagliata la mano destra.
7 agosto 1577 – Nel piano della Marina, per sentenza della R.G.C. fu
impiccato Mondo Valastro di Linguagrossa perché: “presecuto per lo Fisco de
discursu Campania, furtis commissis in ditta Campania, in comitiva
delinquentium”.
12 agosto 1577 – Nel piano della Marina fu impiccato, per sentenza
della R.G.C. Giovan Batta Marziani da Taormina, scorridore di campagna ed
autore di vari furti. Il condannato lasciò per testamento fatto ai confrati dei
Bianchi un “ferrajuolo quale si deve dare à due fratelli che sono carcerati in
Castellammare, che si chiamano li Vigneri di Catania”
26 agosto 1577 – Nel piano della Marina per sentenza della R.G.C. fu
impiccato Vito Passalacqua, alias Colletto per: “apportatione Scopettonis con
lo quale fu preso in fragrante”.
18 agosto 1578 – Nel piano della Marina, per sentenza della R. Corte
Capitaniale furono giustiziati Pietro Gargotta e Abbattista Gerbino. Il primo
per avere stuprato e conosciuto carnalmente a sua figlia, fu condotto a
supplizio, nudo sopra un carro, tenagliato durante il tragitto, in fine
strozzato. Il Gerbino fu impiccato per avere ucciso entro la chiesa di S.
Sebastiano un Genovese.
3 agosto 1579 – Nel piano della Marina, per sentenza della R. Corte
Capitaniale furono giustiziati d. Paolo Beveaceto e Carlo Barone, che furono
decapitati e dopo bruciati; D. Carlo Abate e Zimbaldo de Pietro Ponzio, che
vennero decapitati; Giacomo Russitano e Antonio Scolaro che furono strozzati e
dopo bruciati; Vincenzo Cannata, Filippo Genco alias Scacciaferro e Francesco
Ferranti i quali vennero impiccati.
25 agosto 1581 – Nel piano della Marina, per sentenza della R. Corte
Capitaniale furono strozzati Bastiano di Polizzi e Francesco La Rocca.
8 agosto 1583 – Nel piano della Marina, per sentenza della R. Corte Capitaniale, furono impiccati e lasciati sulle forche a pubblico esempio: Salvatore Lo Monte, Andrea Sogliano e Francesco Bartuccello.
giovedì 8 agosto 2024
Giuseppe Garibaldi: Leggetela sino in fondo, se il cuore vi basta e letta che l'abbiate adorate ancora, se ve ne par degno, San Domenico di Guzman! Tratto da: Clelia ovvero il governo dei preti.
martedì 6 agosto 2024
Giulia Petrucci: Il giorno 6 agosto 1985 la mafia uccideva il Vice Questore Ninni Cassarà... Tratto da: Giustizia a Palermo. Romanzo ambientato nella Palermo degli anni '80.
La fine ingiusta di una persona amata e stimata da chiunque lo conoscesse veramente lascia tutti nel dolore e nel panico, ma colpisce particolarmente me e mio fratello, che del Cassarà era stato compagno di classe alle scuole elementari e suo compagno di liceo al Garibaldi di Palermo nel periodo in cui anche io frequentavo quel liceo. Per me, che ero più piccola, Ninni era il ragazzo più bravo, più bello, più intelligente del liceo.
Non riuscivo ad accettare l'idea che avessero potuto ammazzarlo così. Con tanta crudeltà e disprezzo. Mi capitò di vedere delle foto, una in particolare, che ancora oggi non riesco a dimenticare. La mia mente cominciò ad elaborare l'ipotesi di un romanzo in cui cittadini onesti, stanchi dei delitti della mafia, ma soprattutto stanchi della lentezza e della inefficienza della Legge, si riunissero in una società segreta, come era stata la leggendaria setta dei Beati Paoli, per fare finalmente giustizia a Palermo, cominciando a eliminare per primi i veri intoccabili della mafia, i veri e nascosti responsabili dei delitti perpetrati contro magistrati e uomini di legge.
Il tema era abbastanza scottante e difficile da trattare, soprattutto da un punto di vista morale perché rischiavo di giustificare, comunque, degli omicidi. Il risultato è questo romanzo, che solo ora ho pensato di pubblicare, essendo passato tanto tempo e avendo avuto la possibilità di considerare le vicende narrate con maggiore obbiettività. Non ho modificato quasi nulla per non guastare ciò che spontaneamente era sgorgato dalla mia fantasia in quei momenti così drammatici.
La mafia oggi non uccide con la frequenza e la facilità di allora, continua i suoi loschi traffici in modo meno appariscente ma non meno pericoloso di allora.
Chi mai sarà capace di fare davvero giustizia a Palermo, in questa città meravigliosa e terribile nello stesso tempo?
Ma poi, esiste veramente la giustizia in questo mondo o bisognerà attendere la giustizia divina?
venerdì 12 luglio 2024
Oreste Lo Valvo: La vita della gloriosa Santuzza. Tratto da: L'ultimo ottocento palermitano. Storie e ricordi di vita vissuta.
giovedì 11 luglio 2024
Alexandre Dumas: Finalmente al corpo della Santa fu sostituita una bella statua di marmo... Tratto da: Pasquale Bruno. Romanzo storico siciliano.
Pagine 129 - Prezzo di copertina € 13,50
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60)
Benedetto Naselli: Dal tepor di quelle ossa le benedizioni sgorgarono, ed il sorriso. Tratto da: I misteri di Palermo. Romanzo storico
martedì 25 giugno 2024
Rosalia Pignone Del Carretto: La grotta dei Beati Paoli. Tratto da: Un vero amore ovvero I Beati Paoli. Romanzo storico siciliano.
Traversata la vasta piazza del Capo, volsero a destra e giunsero sullo spiazzo che è innanzi al tempio, intitolato ai santi Cosimo e Damiano. Oltrepassata l'antica chiesa e confrateria dei neri, mettendosi pel vicolo detto degli Orfani, riuscirono in una piazzetta, nel cui mezzo ergeva il suo alto tronco un noce, i cui rami, spogli di fronde, agitati dal soffiare del vento che furioso erasi levato, scricchiolavano cupamente. Non anima viva quivi vedevasi, e pure si notava come un lontano rumore di passi che parea sorgere dalle viscere della terra.
L'ora notturna, l'oscurità del deserto loco, il mugghiare del tuono precursore dello scoppiare dell'uragano che solo di tratto in tratto interrompea quel silenzio, il tremendo stato dell'animo in cui acerba tenzone muovevansi il dovere, l'onore, ed un puro ma cieco amor di patria, tutto insomma straziava e faceva rabbrividire l'infelice Corrado, che con vacillante passo seguiva il suo compagno. La pioggia cadea a rovescio, e le dense tenebre che coprivano il cielo mal consentiano procedere più oltre, quando al balenar di un lampo scorsero una porticina.
Appressaronsi ad essa: ad un lieve segno dell’uomo del mantello si schiuse, lasciando appena uno stretto adito, talchè piegando il corpo per metà poterono a stento entrare. Varcata quella soglia funesta, udirono lentamente rinchiudersi, dietro di loro, l'uscio.
L'oscurità quasi intieramente invadea quel luogo rischiarato debolmente dall’incerta luce di una lampada che pendeva dalle volte ed ardea appiè dell'immagine del crocefisso Redentore del mondo. Inoltrandosi per un lungo e stretto corridojo, dalle cui mura stillanti acqua, pendevano armi di ogni maniera, dalla carabina del micheletto, al pugnale dell’assassino, e lasciando a destra una vasti sala cinta di vecchi armadii ed ingombra di tavole coperte di carte e di libri, penetrarono in una ampia grotta. L'umidità che tramandavano le pareti di essa, resa più sensibile dal freddo dell’invernale stagione, penetrò nelle membra dei due nuovi arrivati e di griciori e di sussulti nervosi le agitò. Di forma ellittica era quella, diremo, sala, il suolo ineguale e le pareti erano interamente ricoperti di tela nera. Numerose nicchie simili agli stalli di un coro la cingevano intorno, ed in quelli erano assisi uomini in lunghe vesti nere pari a toghe, con il capo coperto della gorra dei magistrati spagnuoli .
In fondo alla grotta, sopra un piedistallo di pietra nera ergevasi la statua della Giustizia che con la destra librava l’equa sua bilancia e teneva con la sinistra la spada sguainata. Gli occhi della Giustizia erano sbendati quasichè si volesse dimostrare che in quel luogo i giudizii che si emettevano, erano chiari e sicuri. Appiè della effigie della moderatrice di ogni civile comunanza; erano gettati mucchi di armi, antitesi perfetta di ciò che voleasi simboleggiare con la immagine della ministra delle leggi, della dispensatrice del premio e della pena. Avvegnacchè se gli esatti giudizi hanno d’uopo talvolta del sussidio della forza per essere posti in atto, non è però che nella forza o dalla forza sola, dovranno vantare il loro dritto.
Dalla volta della grotta, pendeva una grossa lampada che di tremula e rossiccia luce rischiarava quei volti fieri e minacciosi. Come furono entrati, Corrado e la sua guida, questa si appressò ad un uomo che dal seggio più elevato che occupava e da un cappello a larghe tese che portava sulla testa, sembrava essere il capo di quella misteriosa adunanza, e gli susurrò qualche parola all’orecchio. Come l’ebbe udito, colui rivolgendosi a Corrado:
- Fratello, – disse, – il cielo qui ti manda: siedi ed ascolta.
Il capo della setta:
Il capo, Prospero, Corrado, Guido e pochi altri fratelli rimasero ancora in quell'oscuro e tremendo loco.
- Siamo soli – disse il primo, poichè ebbe attentamente ascoltato morire l'eco lontani dei leggieri passi dell'ultimo uscito dalla grotta. – Si, ora n’è dato parlare apertamente e conoscerci fra noi – Così dicendo, egli si tolse il cappello, e tutti gli altri lasciarono cadere il cappuccio che ne celava in parte le sembianze. Ma qual fu la sorpresa dell'improvvido Corrado ravvisando nel capo di quella orribile setta un avvocatuccolo, vero azzeccagarbugli, il quale avea contribuito, o per malizia o per ignoranza, allo sperpero del già gramo retaggio del padre suo?
Tra un falso amico ed un uomo cupido ed intrigante, cosa poteva sperare di bene? M troppo tardi, lo ripetiamo, egli facea tali inopportune ed istrazianti riflessioni...
Rosalia Pignone Del Carretto: A proposito dei principi di libertà dei cospiratori. Tratto da: Un vero amore ovvero I Beati Paoli. Romanzo storico siciliano
martedì 28 maggio 2024
Un nuovo volume si aggiunge alla collana L'Isola a Tre Punte edita I Buoni Cugini: U mè paisi. U dialettu attruvatu arrè di Totò Mazzara
venerdì 24 maggio 2024
Febo Della Minerva: Se ne andò nel giorno di Maria, che pazzamente amò: il 24 maggio alle ore 16:30... Tratto da: Il pazzo che piacque a Dio. Biografia di padre Giovanni Messina.
lunedì 20 maggio 2024
Rosalia Pignone Del Carretto: Il giuoco della Corrida nella Palermo del 1707. Tratto da: Un vero amore ovvero I Beati Paoli. Romanzo storico siciliano
E qui mi piace notare un aneddoto avvenuto in quel tempo.
Il re Filippo V, passionato della caccia del Toro, premiò il valore del Torero Espada, Giovanni Alberez, col dono di una ricca spada, che i discendenti di costui conservarono religiosamente fino al l8l0 epoca dell’invasione francese.
Intorno all’arena era disposto un assito formato di tavole rosse, alte incirca sei piedi. Di tratto in tratto erano fatte delle aperture, a fine di lasciare libero il varco al Toro, e raccogliere i feriti ed i morti; che bene spesso quel selvaggio dramma ha termine con dolorose catastrofi. Poco più oltre innalzavasi un secondo assito, e lo spazio posto tra esso ed il primo era deputato a contenere i Chulos ed i Picadores Sebrestantes, o di surrogazione, i quali dovevano attendere quivi armati di tutto punto pronti ad occupare il posto del Picador ferito o morto. L'assito era cinto di una rete di corda, per impedire che il Toro sfrenato, ancorchè oltrepassasse il primo recinto, non potesse entrare nel circo a spargere il terrore e la morte tra gli spettatori.
Eppure si narrano dei tristissimi, ma lode al cielo, rari casi, in cui il Toro furioso abbia anche saltato il secondo assito.
I Toreadores, cioè Picadores, Chulos, o Capeadores, Banderilleros ed Espada erano già presti alla pugna.
Primi ad uscire nel circo furono i due Picadores.
Montavano cavalli bendati, ad evitare che la vista del Toro non li atterrisse, esponendo a crudele periglio la vita del cavaliere. Il loro abbigliamento era elegantissimo. Componevasi di una giubba di velluto di vivaci colori ricamata in oro o in argento, ed ornata di bottoni di filagrana.
Essa lasciava vedere un giustacuore simile per il drappo e per gli ornamenti, e lo sparato di una finissima camicia di tela a gala ricamata. Un fazzoletto di seta legato negligentemente loro cadea sul petto.
Al cinto aveano una ciarpa di seta; le loro gambe erano coperte da calzoni di pelle di bufalo guerniti di liste di cuoio a punto di ferro, simili agli stivali dei postiglioni. Tale precauzione li preservava dal cozzar del Toro, e li garentiva dalle cadute da sella. Il loro capo era coperto da un cappello di feltro bigio molto basso, a larghe tese, ornato da fiocchi e ciondoli di nastri colorati.
I Picadores erano armati di lancie a punti di ferro lunghe due o tre pollici le quali non potevano ferire gravemente il Toro, ma dovevano incitarlo alla lotta, metterlo in timore, e respingerlo. Una striscia di cuoio adattata alla mano destra del Picador impediva che la lancia non gli sfuggisse.
Essi stavano, quasi direi, incastrati, in una sella, altissima dinanzi e di dietro, simile affatto a quella dei cavalieri del medioevo. Le staffe celavano interamente i loro piedi, i cui talloni erano armati di sproni di ferro lunghissimi.
I Chulos o Campeadores portavano calzoni corti di raso, calze di seta, ed una giubba ornata di splenditi arabeschi. Recavano sotto il braccio la cappa o mantello di drappo rosso, che dovevano svolgere e far rotare innanzi agli occhi del Toro per aizzarlo, se mai fosse troppo tardo all'attacco, o per distrarlo, se inseguisse molto da presso il Picador.
Essi erano stati scelti trai giovani più svelti ed abili al corso, talchè erano la perfetta an antesi dei Piccadores, ordinariamente uomini robusti e di forze erculee.
I Banderilleros vestivano come i Chulos; era loro speciale ufficio piantare sulle spalle del Toro delle banderuole a varii colori, attaccate all’estremità di piccole freccie a fine di stimolarlo, se mai fosse stanco o lento a proseguire la lotta ed a contrastare la palma della vittoria, all’Espada suo ultimo competitore. Le banderillas, dovevano piantarsi due per volta sul dorso del Toro, e per far ciò, ambo le braccia del Banderillero dovevano passare tra le corna della selvaggia bestia. Le banderillas de Fuego si adoperavano in estremo caso, quando cioè l’animale spossato dal combattimento avea d'uopo di un forte stimolo. Queste banderuole contenevano della polvere da sparo, che accesa destramente nel piantarle sul corpo della stanca bestia, collo scoppiare che faceva, la destava e la ingagliardiva a proseguire la tenzone. Talvolta non bastava neanche questo ritrovato a muovere l’assopito coraggio del Toro; e la calca degli spettatori sdegnati con furenti grida chiedeva si lasciasse in balia dei perros o cani, i quali erano scagliati contro la bestia per ferirla, o per esserne vittima, aizzandone la rabbia. L’Espada finalmente, ultimo dei Toreadores, indossava vestimenti ancora più ricchi ed eleganti di quelli dei Chulos e dei Banderilleros.
Le sue armi erano una lunga spada con l’elsa a forma di croce, ed un brandello di lana scarlatto detto muleta, debole scudo male adatto a respingere il cozzare dell’inferocito animale.
Dopo di aver fatto passare a rassegna tutti gli attori di quel dramma atroce, riprendiamo il filo dell’interrotta narrazione, riserbandoci di notare soltanto alcuni episodii che avvennero durante la rappresentazione.


















