Tutti i volumi sono disponibili: dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia), su tutti gli store di vendita online e in libreria. Gli e-book sono disponibili su streetlib store e tutte le piattaforme online.

martedì 5 aprile 2022

Santo Lombino: Bolognetta. Quattro secoli di storia. Il secondo volume della collana L'Isola a Tre Punte edita I Buoni Cugini

Nel secondo volume della collana L'Isola a Tre Punte, di 358 pagine, riccamente corredato di foto dell'epoca, 
Santo Lombino ricostruisce i quattro secoli di storia del paese di Bolognetta in provincia di Palermo. 
Quando, a partire dal Cinquecento, i baroni siciliani, allo scopo di incrementare le colture cerealicole e vitivinicole e acquisire potere nel Parlamento, danno vita alla colonizzazione della Sicilia interna, fondano centinaia di “città nuove”, tra cui Santa Maria dell’Ogliastro, diventata Bolognetta dal 1883. Il centro abitato ha origine in collina facendo perno su un fondaco molto frequentato, posto ad una giornata di viaggio da Palermo e attraendo numerosi lavoratori agricoli (e le loro famiglie) cui vengono concessi spazi abitativi, licenze e fertili poderi da coltivare. La comunità si sviluppa per due secoli grazie al lavoro di braccianti, mezzadri, contadini piccoli e medi, balie ed imprenditrici nel settore dell’accoglienza, artigiani, sotto la dinastia della famiglia aristocratica dei Mancino, principi di Torrebruna. L’Ottocento sarà caratterizzato da rivolte popolari, tra cui quella famosa del “Sette e Mezzo”, da un perdurante disordine amministrativo, dallo scontro tra la nuova proprietà terriera e il ceto dei “galantuomini”. Il Novecento si aprirà con la ripresa del fenomeno mafioso e con il grande esodo migratorio che fa nascere oltreoceano una vivace comunità derivata. Le vicende e fenomeni che vedono la storia della piccola comunità come metafora di quella più grande della Sicilia sono indagate da Santo Lombino con una pluriennale ricerca che utilizza un’ampia documentazione, la puntuale consultazione di archivi pubblici e privati, i risultati di inchieste parlamentari, le testimonianze scritte o orali di chi ha vissuto le vicende contemporanee.

"Nel panorama storiografico italiano la storia locale si è sviluppata come storia civica, luogo privilegiato in cui elaborare la memoria di una comunità. Su questo sfondo si inserisce l’ultimo lavoro di Santo Lombino, che ha scavato in archivi e biblioteche per ricostruire le vicende del paese di Bolognetta – un tempo chiamato Santa Maria dell’Ogliastro – dalle origini agli anni ’60 del secolo scorso, realizzando un minuzioso affresco dove convivono storia politica e storia sociale. 
La strada che attraversa Ogliastro continua a essere importante, dopo Misilmeri è la seconda tappa nel percorso dei corrieri postali che ogni martedì si dirigono a «Messina per le montagne». Per quella strada arrivano anche soldati, ufficiali con famiglia, tecnici inviati dal governo per tracciare o ampliare le strade di Sicilia: contrariamente ai paesi interni la futura Bolognetta si presenta quindi come «un porto di mare, un luogo di continuo transito di gente che animò notevolmente la vita del paese, comportando una maggiore circolazione di danaro e l’aumento di maestranze locali». Quando in Sicilia arriva re Ferdinando, in fuga da Napoli occupata dai francesi di Napoleone, anche il re passa per Ogliastro per recarsi nella casina di caccia costruita nei boschi della Ficuzza e assieme a lui ci sono i tanti personaggi che animano la corte in esilio. Sembra che il futuro di Ogliastro-Bolognetta si possa dispiegare sereno, purtroppo la realtà sarà diversa. Per secoli il paese aveva legato la sua fortuna alla vicinanza di un’importante via di comunicazione; ma quando, dopo l’Unità, la luogotenenza dispone la costruzione di strade comunali, alla pari di molti altri paesi siciliani anche gli amministratori di Ogliastro risultano inadempienti. 
Ogliastro-Bolognetta ha ormai perduto il suo ruolo di centro nevralgico, le emergenze si succedono sullo sfondo della lotta fra fazioni per il potere locale. La grande migrazione verso «posti assai lontani» diventa l’esito naturale. Dal 1894 al 1915 la popolazione si dimezza mentre in Argentina, in Venezuela, nell’Ohio, nel Texas, nell’Illinois, a New York e in Pennsylvania si creano comunità che sempre mantengono vive le radici nella lontana Sicilia. Il libro di Santo Lombino si chiude con i primi anni ’60 del secolo scorso, con la ripresa dell’emigrazione: stavolta non più oltreoceano ma interna, con gli operai meridionali che di nuovo svuotano i paesi e si dirigono verso il triangolo industriale permettendo la crescita di quella fase della storia italiana non a caso definita “miracolo economico”. E dall’osservatorio di Bolognetta ancora una volta lascia intravedere lo svolgersi di una storia che supera la dimensione locale. (Dalla prefazione di Amelia Crisantino) 

Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (Consegna a mezzo corriere in tutta Italia). Ordina alla mail ibuonicugini@libero.it o al Whatsapp 3894697296.
Disponibile su Amazon, La Feltrinelli, Ibs e tutti gli store online.
Al momento in libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour)

martedì 15 febbraio 2022

Massimo Finocchiaro: La famiglia di Luigi Natoli. Tratto da: I sette fratelli Natoli.

Tutti a Palermo conoscono Luigi Natoli come autore de I Beati Paoli, romanzo d’appendice pubblicato a puntate tra il 1909 e il 1910 su un quotidiano cittadino, più volte ristampato, tradotto in varie lingue, diventato infine nell’immaginario popolare l’epopea identitaria della città, un classico la cui fortuna editoriale è oggi più viva che mai. Ma la fama di Luigi Natoli non è limitata a Palermo o alla Sicilia, se è stato apprezzato da tanti, in luoghi ed epoche diverse, da Antonio Gramsci a Luigi Pirandello, e Umberto Eco. Era uomo di grande personalità, di erudizione enciclopedica, animato da un amore sconfinato per la Sicilia, alla quale dedicò tutta la sua produzione letteraria. Fortemente patriottico benché nato suddito delle Due Sicilie, nutriva una venerazione per il Risorgimento di Mazzini e Garibaldi, e in questo culto aveva allevato i figli. Al contempo si trovava radicalmente lontano dalle idee socialiste, che gli erano estranee e che non comprendeva. 
Meno noto è che Luigi Natoli fu anche genitore assai prolifico, avendo avuto undici figli da due mogli diverse. Dal suo primo matrimonio con Emma Turretta, ebbe Giuseppe, Domenico, Aurelio, e Lidia. Rimasto vedovo nel 1891, Luigi Natoli si risposò l’anno successivo con Teresa Ferretti, da cui ebbe Clodomiro, Romualdo, Marcello, Edgardo, Maria, Lidia e Hedda. In tutto sette fratelli e quattro sorelle, due delle quali non giunsero all’età adulta. 
A causa della sua attività lavorativa, maestro, poi professore d’italiano, infine preside della Scuola Normale, nel 1897 Luigi Natoli lasciò Palermo per iniziare un lungo periodo di continui trasferimenti che dovette molto condizionare la vita della famiglia, dalla quale talvolta era seguito nelle sue peregrinazioni. In quell’anno fu a Pisa, a Nuoro tra il 1898 e il 1900, a Napoli tra il 1901 e il 1907, a Cagliari nel 1908, ad Avellino tra il 1911 e il 1912, a Manfredonia tra il 1913 e il 1917, a Foggia tra il 1917 e il 1921; solo allora tornò definitivamente a Palermo, dove comunque manteneva casa e tornava appena possibile tra un trasferimento e l’altro e per le vacanze estive.
I fratelli Natoli erano membri di una famiglia borghese, dato che il padre, acceso repubblicano mazziniano, non amava ricordare certe indirette ascendenze aristocratiche del proprio casato, suscitando con ciò l’irritazione della seconda moglie; anzi piccolo-borghese, nel senso che i mezzi finanziari del capofamiglia erano quelli, in fondo modesti, derivanti dalla sua attività di professore e scrittore. Famiglia orgogliosamente intellettuale, perché leggeva e studiava e molti dei suoi membri coltivavano buoni rapporti col mondo della cultura. Inoltre, sebbene palermitana d’origine, di cultura e d’elezione, ebbe modo di sperimentare altre realtà, evitando con ciò di fissarsi nel provincialismo siculo.
Non era una di quelle famiglie felici dove si vive tranquillamente in armonia. Prendendo a prestito una frase di Tolstoj, era infelice in un modo tutto suo, che si esprimeva soprattutto litigando. Furibondi bisticci si scatenavano per le più varie ragioni, anzitutto tra marito e moglie, tra la madre e i figli, e poi tra un fratello e l’altro.
Benché fosse spesso assente, Luigi Natoli riuscì a tenere unita la famiglia per un tempo piuttosto lungo, date le premesse e il carattere spiccato di tutti i suoi componenti. Era un punto di riferimento fondamentale per i figli, che lo adoravano, e aveva un ascendente rico­nosciuto perfino su dei ribelli assoluti come Marcello ed Edgardo. Teresa Ferretti, la seconda moglie, costituiva invece parte del problema. Era una donna colta, volitiva, intelligente, ma di carattere non facile. Si faceva chiamare “donna Teresa”, vantava parentele importanti e, per la disperazione del marito, coltivò per qualche tempo l’assurda ambizione di competere, col proprio salotto, con quello delle dame aristocratiche di Palermo e di Franca Florio in particolare. I figli di primo letto dicevano tra loro, un po’ per scherzo e un po’ sul serio, che “donna Teresa” aveva ereditato dalla famiglia d’origine una sottile vena di follia, e l’aveva a sua volta trasmessa ai suoi figli. D’altra parte nemmeno questi ultimi, a eccezione forse di Miro, il prediletto, andavano d’accordo con la madre, la quale, pare, non era troppo generosa di affetto materno...


Massimo Finocchiaro: I sette fratelli Natoli. Le vite singolari dei figli di Luigi Natoli tra la Belle Epoque e il secondo dopoguerra in giro per il mondo. 
La narrazione delle vite dei sette fratelli, ricostruite e documentate essenzialmente attraverso i fascicoli del Casellario Politico Centrale e della Polizia Politica, comincia durante la Belle Époque, continua sui fronti della Prima Guerra Mondiale, attraversa la dittatura fascista e arriva fino alla Repubblica; e spazia da Palermo a Parigi, da Madrid a Berlino, da Casablanca a New York, dal Cile all'Africa Orientale italiana. Riccamente corredato di foto dell'epoca
Pagine 330 - Prezzo di copertina € 24,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
(consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store online
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni) Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15)

giovedì 20 gennaio 2022

Giulia Petrucci: La Sposa del mare. Storia di Ziz, una sirena a Romagnolo.


La Sposa del Mare è l'inizio di un percorso che vuole portare bambini e adulti alla riscoperta della natura e dei suoi doni, primo fra tutti il Mare. Vivere in una città aperta sul mare, non conoscerlo e non amarlo quanto si dovrebbe, lasciando nel degrado la magnifica costa palermitana è inimmaginabile, ma purtroppo vero. Il futuro dell'intero pianeta dipende da ciò che sapremo insegnare a chi verrà dopo di noi.

Giulia Petrucci 
Disegni di Tony Lombardo

Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store online
In libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133) 

lunedì 10 gennaio 2022

Dall'articolo su La Repubblica di Amelia Crisantino: LA SAGA DEI NATOLI ROMANZO DI VITA


 Litigiosi, guerrieri, errabondi: esce  per i tipi dei Buoni Cugini la vicenda dei sette figli dello scrittore, avuti da due madri diverse

Massimo Finocchiaro racconta una serie di foto istantanee. A sfogliarle si compone il carattere di un’epoca concitata e nazionalista.


Sette fratelli dalle vite a incastro, che sembrano venir fuori da un romanzo del grande Luigi Natoli. Sono invece i suoi figli carnali, ne “I sette fratelli Natoli. Le vite singolari dei figli di Luigi Natoli tra la Belle Epoque e il secondo dopoguerra in giro per il mondo”. (I Buoni Cugini editori, 337 pagine, 24 euro). Massimo Finocchiaro li racconta con attenta partecipazione e scrive un libro “natoliano”: nel ritagliare il profilo di ogni rampollo ricompone così una saga familiare, e anche uno spaccato storico per niente scontato che costruisce su tracce documentali. E peccato per le sorelle Lidia ed Hedda che non hanno lasciato tracce, limitandosi al ruolo di mogli e madri come come spesso accadeva alle donne.
I sette fratelli Natoli vivono intensamente la loro epoca. Sono stati educati al culto di Mazzini e Garibaldi, combattono tutti e sette nella prima guerra mondiale: in Italia sono solo 725 le famiglie che partecipano al tragico conflitto in misura così massiccia. Aurelio, Miro e Marcello Natoli vanno da volontari, gli altri partono da richiamati e Clodimiro (detto Miro) muore per salvare delle reclute durante un’esercitazione.
I fratelli sono figli di due madri diverse, nel 1890 lo scrittore rimasto vedovo si è risposato e ai primi tre si sono aggiunti gli altri figli: si è formata una famiglia che non riesce a essere unita, sono molti litigiosi e presto i più grandi si allontanano dalla casa paterna. Ma quando si riuniscono, come accadde nel settembre del 1913, può capitare che al nuovissimo cafè-chantant all’aperto, il Trianon, possano assistere all’esibizione dell’esotica Mata Hari in una Palermo dove il liberty più raffinato si esprime anche nei chioschi che fanno da cornice al teatro Massimo.
Le vite dei Natoli raccontate da Massimo Finocchiaro somigliano a una serie di foto istantanee, a sfogliarle si ricompone il carattere di tutta un’epoca concitata con il nazionalismo sempre nell’aria: il volontario Miro, a Parigi allo scoppio della guerra, si arruola nella Legione Straniera ed è assegnato a uno dei due battaglioni italiani, sono più di duemila volontari. Anche il fratello Aurelio, redattore del giornale repubblicano “Il Crepuscolo”, cerca di arruolarsi nell’esercito francese mentre nel frattempo, a Palermo, Luigi Natoli fonda il Comitato Interventista e ne diventa presidente.
I Natoli litigano fra loro ma sono ansiosi di andare a combattere, vogliono servire la patria. Il primo a riuscirci è Romualdo, è sul fronte dell’Isonzo ed è specializzato in esplosivi; viene ferito dallo scoppio di un ordigno, ci rimette una gamba. Il più giovane dei fratelli è il volontario Marcello che quando si arruola non ha nemmeno vent’anni: è un irrequieto, non sopporta la disciplina militare e arriva a rischiare la corte marziale.
Anche a Caporetto, nella battaglia della disfatta italiana, troviamo uno dei fratelli Natoli: è Aurelio, sarà prigioniero. E chi l’avrebbe mai detto che, per decisione del governo, i soldati prigionieri non possono ricevere pacchi dalla famiglia? Solo agli italiani è negato questo conforto e in tanti muoiono di stenti, da prigionieri.
Finita la guerra i Natoli imboccano strade diverse, a volte opposte. Mimmo comincia a lavorare per il “Corriere dei Piccoli” ed esordisce nel novembre del 1918 con un’avventura di Schizzo, il primo personaggio della sua carriera di fumettista. Geppe è nell’ufficio stampa della delegazione italiana alla conferenza di pace, diventerà un confidente: sarà doverosamente equivoco, in epoca fascista finirà per tradire anche suo fratello Marcello, di tutt’altra pasta. Durante la dittatura Marcello viene schedato come “anarchico pericolosissimo” e ricercato dalle polizie di mezza Europa: nel 1946 sarebbe diventato segretario della Federazione palermitana dei perseguitati antifascisti. Un altro fratello, Romualdo, diventa scrittore e scrive “gialli di regime” del tutto ossequiosi, ahimè, anche all’antisemitismo: il suo romanzo di maggior successo s’intitola “Il marchio di Giuda” e trasuda stereotipi.
Idee molto diverse coltiva Aurelio, che è fra i dirigenti del partito repubblicano in esilio: vive in Spagna, specie dopo l’aggressione all’Etiopia scrive sui giornali e, ad esempio, organizza la protesta degli intellettuali spagnoli contro il giuramento al regime dei professori universitari. Allo scoppio della guerra, nel 1939, Aurelio è in Francia: la fuga dall’Europa è da film, al punto che pare avere ispirato il famoso Casablanca. Nel 1946, da capolista dei repubblicani, Aurelio Natoli sarebbe stato eletto in Sicilia per l’Assemblea costituente.
Aurelio forse ispira un film, ma Edgardo è un eroe da romanzo. Nel 1935 è in Etiopia, riesce a diventare factotum al comando di Gimma, duecentocinquanta chilometri al sud di Addis Abeba: deve battere il territorio e procurare cibo per l’esercito. Impara la lingua e comincia una nuova vita. Se ne va in giro con un pitone al collo e una scimmia per mano, è convinto della sua superiorità di bianco ma professa rispetto per il mondo che l’ha accolto e diventa una specie di principe onorato dagli etiopi. Lavora per l’esercito mentre vive come in una bolla sospesa. Saranno le vicende della guerra a costringerlo ad abbandonare il suo effimero paradiso esotico, è l’aprile del 1941 e ad Addis Abeba sono arrivati gli inglesi.
Edgardo entra in clandestinità, aiuta gli italiani, viene catturato, fugge, di nuovo e più volte viene catturato, alla fine della guerra è ancora prigioniero in Rhodesia. Rientra in Italia fra gli ultimi e solo nel gennaio 1947 arriva alla stazione di Palermo. È un reduce che sembra non starci tanto con la testa, la povertà gli impedisce di curare le figlie che undici anni prima ha lasciato bambine. Come in un romanzo del grande Luigi Natoli, l’anarchico principe-straccione che a Gimma dominava anche i serpenti era tornato a casa. Dove tutto era più difficile.

Amelia Crisantino

martedì 23 novembre 2021

Massimo Finocchiaro: I sette fratelli Natoli. Le vite singolari dei figli di Luigi Natoli tra la Belle Epoque e il secondo dopoguerra in giro per il mondo

La collana L'Isola a Tre Punte si apre con: I sette fratelli Natoli. Le vite particolari dei figli di Luigi Natoli tra la Belle Epoque e il secondo dopoguerra in giro per il mondo. 
Autore del prezioso volume è Massimo Finocchiaro, nipote dal lato materno di Edgardo Natoli che, come dice lui stesso: “Non sono uno storico di professione, ma ho sentito ugualmente la necessità e il dovere di non tenere solo per me quanto avevo trovato, e mi sono posto il problema di come dargli forma ed eventualmente farlo conoscere”.
Il libro è infatti il frutto delle intense ricerche di Massimo Finocchiaro, iniziate per caso: “Anni fa venni a sapere che, dal 2011, l’Archivio Centrale dello Stato aveva reso disponibile su Internet la lista dei nomi degli oppositori antifascisti a suo tempo schedati nel Casellario Politico Centrale. Quasi per gioco cercai i loro nomi, per vedere se la leggenda familiare corrispondeva a verità. Li trovai; e insieme a loro, trovai anche gli altri fratelli, quelli sopravvissuti alla Grande Guerra, e il loro padre, schedati come antifascisti”.
Da quel “quasi per gioco” iniziano gli studi veri e propri: “Non potrò dimenticare l’emozione provata quando aprii il primo dossier. Mi pareva d’avere la Storia, quella con la S maiuscola, davanti agli occhi. Non riuscivo ad allontanarmene: passai tutto il giorno a leggere quelle vecchie carte di polizia ingiallite e polverose, e ci tornai il giorno successivo, e quello ancora dopo. Fotografai un bel po’ di documenti, ma ci volle parecchio tempo prima che mi decidessi a mettere in ordine tutto quel materiale che avevo trovato. Relazioni di informatori, rapporti delle questure, lettere intercettate, foto segnaletiche erano come i pezzi di un rompicapo che doveva essere ricomposto con pazienza. E questi pezzi dovevano essere pesati, vagliati, interpretati attentamente, perché insieme a fatti e notizie veri e affidabili c’erano dicerie, pettegolezzi e invenzioni belle e buone. Un po’ alla volta emersero i racconti di vita vissuta di persone scomparse  da tanti anni, alcune delle quali avevo conosciuto da bambino. Ma c’erano ancora tante lacune e troppe domande senza risposta...”
Nel volume si intrecciano quindi le vite dei sette fratelli Natoli insieme a quella di Luigi, l’illustre scrittore e storiografo palermitano di cui da anni siamo impegnati nella pubblicazione della sua possente opera, spinti dall’interesse di tutti voi. Il tutto arricchito da foto d’epoca che illustrano al lettore fatti e personaggi.
E, come scrive l’autore “Le vite di cui parlo furono infatti già singolari di per sé; ma se viste tutte insieme, non disegnano solo una particolare vicenda familiare, che può al massimo incuriosire i discendenti: piuttosto esse si possono considerare in un certo senso esemplari, perché traspare sempre, sullo sfondo, un’intera epoca, senza abbracciare la quale sfuggono il senso e la spiegazione dei fatti individuali. La memoria delle emozioni, degli entusiasmi, dei contrasti, dei tradimenti, delle sofferenze, dei lutti si sfarina inesorabilmente col trascorrere degli anni. Mi contenterei che l’impegno e la passione profusi in questa ricerca servano almeno a preservare il ricordo di quegli uomini vissuti in un’epoca di fuoco, tanto tempo fa.”

Il volume (330 pagine, prezzo di copertina € 24,00) è disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store online.
In libreria attualmente presso La Feltrinelli libri e musica, Via Cavour 133, Palermo.
Acquistatelo per farvi, o per fare, un bellissimo e originale dono natalizio.

lunedì 22 novembre 2021

Massimo Finocchiaro: Perchè questo libro? Tratto da: I sette fratelli Natoli. Le vite singolari dei figli di Luigi Natoli tra la Belle Epoque e il secondo dopoguerra

L'attenzione a suo tempo esercitata dalla Polizia Politica sui fratelli Natoli mi aveva dato la possibilità di conoscere le loro storie personali, talvolta nei minuti dettagli. 
Non sono uno storico di professione, ma ho sentito ugualmente la necessità e il dovere di non tenere solo per me quanto avevo trovato, e mi sono posto il problema di come dargli forma ed eventualmente farlo conoscere.
Il principale dilemma era: date tante vite, redigere piccole biografie separate? Ma in questo modo si sarebbero potuti evidenziare chiaramente gli intrecci, le interazioni reciproche e le sovrapposizioni degli eventi? E poi, non avrei rischiato di perdere quello che mi pareva di maggior interesse, vale a dire il quadro generale, la storia che si dipana secondo dinamiche proprie e condiziona le vite degli uomini? Le vite di cui parlo furono infatti già singolari di per sé; ma se viste tutte insieme, non disegnano solo una particolare vicenda familiare, che può al massimo incuriosire i discendenti: piuttosto esse si possono considerare in un certo senso esemplari, perché traspare sempre, sullo sfondo, un’intera epoca, senza abbracciare la quale sfuggono il senso e la spiegazione dei fatti individuali. 
L’esistenza adulta dei fratelli Natoli coincise appunto con anni decisivi per la storia d’Italia e del mondo, durante i quali una successione di inauditi sconvolgimenti spazzò via una cultura secolare e ne creò un’altra del tutto  diversa, spesso estranea e incomprensibile per chi si era formato in un tempo precedente. 
Nell’intervallo temporale tutto sommato breve fra le due guerre mondiali, cambiarono i confini politici sulle carte geografiche, ma anche le persone, il loro modo di pensare e di vivere, i loro sentimenti e le loro speranze per il futuro. E i fratelli Natoli, se non protagonisti di primo piano, nemmeno furono semplici comparse o spettatori passivi di quanto accadeva: anzi, parteciparono attivamente, e le loro traiettorie esistenziali ne furono molto influenzate.
Il racconto comincia durante la Belle Époque, continua sui fronti della Prima Guerra Mondiale, attraversa il Ventennio fascista e arriva fino alla Repubblica, spaziando da Palermo a Parigi, da Madrid a Berlino, da Casablanca a New York, dal Cile all’Africa Orientale e comprende storia, politica, avventura, amore. Ho provato a dare un’idea di tutto questo, almeno per grandi linee. Non so dire se ci sono riuscito. Ho comunque cercato di sviluppare la narrazione secondo un ordine cronologico coerente e di inquadrarla in uno specifico conte­sto: anche se forse, saltellando da un personaggio all’altro e da un luogo all’altro, ne ho reso più complicata la comprensione. 
La memoria delle emozioni, degli entusiasmi, dei contrasti, dei tradimenti, delle sofferenze, dei lutti si sfarina inesorabilmente col trascorrere degli anni. Mi contenterei che l’impegno e la passione profusi in questa ricerca servano almeno a preservare il ricordo di quegli uomini vissuti in un’epoca di fuoco, tanto tempo fa.

Massimo Finocchiaro: I sette fratelli Natoli. Le vite singolari dei figli di Luigi Natoli tra la Belle Epoque e il secondo dopoguerra
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
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A Palermo in libreria attualmente presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour) 

Massimo Finocchiaro: Edgardo era mio nonno materno... Tratto da: I sette fratelli Natoli. Le vite singolari dei figli di Luigi Natoli tra la Belle Epoque e il secondo dopoguerra in giro per il mondo.

 
«Tutti intelligenti, ma ognuno in un partito diverso da quelli degli altri»: così si diceva dei sette figli maschi del più conosciuto Luigi Natoli, uno dei quali, Edgardo, era mio nonno materno. Lui e suo fratello Marcello, mi raccontavano, erano stati perseguitati dal fascismo perché anarchici.
Anni fa venni a sapere che, dal 2011, l’Archi­vio Centrale dello Stato aveva reso disponibile su Internet la lista dei nomi degli oppositori antifascisti a suo tempo schedati nel Casellario Politico Centrale.
Quasi per gioco cercai i loro nomi, per vedere se la leggenda familiare corrispondeva a verità. Li trovai; e insieme a loro, trovai anche gli altri fratelli, quelli sopravvissuti alla Grande Guerra, e il loro padre, schedati come antifascisti. Evidentemente, mi dissi, gli italiani durante il Ventennio non erano stati tutti fascisti, come spesso si sente ripetere di questi tempi.
Mi capitò poi di trovarmi a Roma. Decisi di approfittarne per improvvisarmi ricercatore presso l’Archi­vio Centrale dello Stato all’EUR; qui, grazie all’aiuto di impiegati molto gentili che si resero conto della mia assoluta ignoranza in materia archivistica, riuscii a individuare i fascicoli che mi interessavano. 
Non potrò dimenticare l’emozione provata quando aprii il primo dossier. Mi pareva d’avere la Storia, quella con la S maiu­scola, davanti agli occhi. Non riuscivo ad allon­ta­narmene: passai tutto il giorno a leggere quelle vecchie carte di polizia ingiallite e polverose, e ci tornai il giorno successivo, e quello ancora dopo. Fotografai un bel po’ di documenti, ma ci volle parecchio tempo prima che mi decidessi a mettere in ordine tutto quel materiale che avevo trovato. Relazioni di informatori, rapporti delle questure, lettere intercettate, foto segnaletiche erano come i pezzi di un rompicapo che doveva essere ricomposto con pazienza. E questi pezzi dovevano essere pesati, vagliati, interpretati attentamente, perché insieme a fatti e notizie veri e affidabili c’erano dicerie, pettegolezzi e invenzioni belle e buone.
Un po’ alla volta emersero i racconti di vita vissuta di per­sone scomparse  da tanti anni, alcune delle quali avevo conosciuto da bambino. 
Ma c’erano ancora tante lacune e troppe domande senza risposta...

Massimo Finocchiaro: I sette fratelli Natoli. Le vite singolari dei figli di Luigi Natoli tra la Belle Epoque e il secondo dopoguerra in giro per il mondo. 
Pagine 330 - Prezzo di copertina € 24,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile online su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store.
In libreria attualmente a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour)

Massimo Finocchiaro: I sette fratelli Natoli. Le vite singolari dei figli di Luigi Natoli tra la Belle Epoque e il secondo dopoguerra in giro per il mondo

 
«Tutti intelligenti, ma ciascuno in partito diverso dagli altri»: così erano descritti i sette figli maschi dello scrittore palermitano Luigi Natoli, autore di una trentina di romanzi storici popolari tra i quali il famoso I Beati Paoli. Sebbene meno conosciuti del più illustre padre, furono a loro volta personaggi abbastanza straordinari, a suo tempo quasi tutti schedati dal regime fascista come oppositori, a ragione o (talvolta) a torto. Tutti e sette combatterono per l’Italia durante la Prima Guerra Mondiale. Tra loro, un eroe caduto tragicamente e decorato al valore militare; un famoso dirigente del Partito Repubblicano Italiano in esilio, dapprima animatore in Francia del milieu antifascista, in seguito sostenitore della repubblica spagnola contro Franco, protagonista di una fuga drammatica dall’Europa occupata dai nazisti che ha probabilmente ispirato, almeno in parte, la trama del film Casablanca, e infine deputato alla Costituente; un celebre militante anarchico «pericolosissimo», protagonista di sanguinose zuffe con i fascisti a Palermo, costretto a fuggire all’estero e implicato in attentati dinamitardi e complotti per uccidere Mussolini; un altro militante anarchico, perseguitato in patria fino a essere indotto al tradimento, che cercò di ricostruirsi una vita (e che vita!) tra le tribù dell’Abissinia per poi perdere tutto, travolto dalla caduta dell’Impero; uno dei disegnatori e fumettisti più noti d’Italia tra le due guerre; una delle spie più importanti dell’OVRA, attivo in Francia negli stessi anni; in ultimo, un fascista fanatico, veterano della Marcia su Roma e autore, negli anni della guerra, di romanzi gialli di successo di stampo antisemita. Non un romanzo, ma le vere storie di uomini singolari. 
La narrazione delle vite dei sette fratelli, ricostruite e documentate essenzialmente attraverso i fascicoli del Casellario Politico Centrale e della Polizia Politica, comincia durante la Belle Époque, continua sui fronti della Prima Guerra Mondiale, attraversa la dittatura fascista e arriva fino alla Repubblica; e spazia da Palermo a Parigi, da Madrid a Berlino, da Casablanca a New York, dal Cile all'Africa Orientale italiana. 
Questo non è il racconto di vicende familiari: piuttosto la storia vera di uomini singolari, sempre condizionati da una bruciante passione politica che li mise spesso l'uno contro l'altro e ne influenzò profondamente le traiettorie esistenziali. I loro destini si separarono, si riunirono, si divisero di nuovo, e si intrecciarono con gli avvenimenti storici epocali della prima metà del Novecento. 

Pagine 330 - Prezzo di copertina € 24,00
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Disponibile su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store online.
In libreria a Palermo ad oggi presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour) 

giovedì 22 ottobre 2020

Vincenzo Linares: Cosa non si disse all'estero? Tratto da: Maria e Giorgio o Il Cholera in Palermo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1837 devastata dal Cholera

Quando queste cose fra noi avvenivano, ne correva la voce all’estero ben varia e diversa. Qua si soffriva, si piangeva, si moriva, colà si creavano le più strane fantasie: qua un’orribile tragedia, colà una ridicola farsa. Si narrarono cose orrende, si dipinse Palermo in preda alle stragi, alle rapine, agl’incendi, preda di una plebe insolente. Ministri della fama furono i giornali d’oltremonte, e la fama colle sue mila trombe ne sparse la voce dovunque. 
Nel secolo di Victor Hugo ogni talento è una fantasia, ogni scrittore un romantico: nè c’era miglior soggetto di questo in un tempo in cui il brutto e il grottesco son di moda, e le scritture riboccano di boia, di veleni e di mannaie. Mano dunque alla penna, anzi a cento penne; mano alla descrizione, in cui il secol nostro è così inventivo e prodigioso. Quindi il dramma, il romanzo o la tragedia (come volete chiamarlo) divenne più vivo e animato: Palermo teatro di orrende scene: le strade insanguinate, le case incendiate, le teste de’ medici galleggianti pel mare, perché ogni dramma dee aver le sue teste: quindi il Capo del Governo trucidato, perché una catastrofe al dramma era pur necessaria. 
Tutto fu raccolto con estrema pazienza ciò che si era detto e non detto, ciò ch’era avvenuto e non avvenuto: ci furon morti, ci furon stragi, ci furon veleni, ci fu ancora la chiesetta (idea romantica!) dove si erano riuniti gli assassini al modo dell’ultimo canto della Gerusalemme, e dove fu accanito  il combattimento, e decisiva la vittoria pei soldati, quei soldati che grazie a Dio non ebbero qui fra noi occasione di tirare una fucilata. 
Ma chi pensava allora tra noi a sì strani aborti di fantasia? Chi dolevasi di tante calunnie? Anzi che sdegno quell’effetto produssero che suole la vista di una ridicola farsa; e se ripetevansi egli era fra le risa e il contento; sì fra le risa e il contento, che già cessava il divino flagello. Agosto sorgeva con più lieti auspici. 
Tanto avea fatto un mese di sventura, tanti affetti destati, tanti odî sbanditi; un mese era per noi un secolo, ma un secolo di pene e di sventure. Trentamila uomini eran caduti, il fior della bellezza, il fior delle lettere e delle scienze: Scinà, quel sole della nostra letteratura, Bivona il botanico, Palmeri lo storico-economista, Foderà il nostro Cuiacio, Greco il medico, Tranchina lo scopritore del nuovo sistema d’imbalsamazione, Costantini il poeta, Pisani, Di Giovanni, Riolo, ed altri tutti onore e decoro di questa nostra patria. 

Vincenzo Linares: Maria e Giorgio o Il Cholera in Palermo.
Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo devastata dal Cholera del 1837.
Il volume è la fedele trascrizione dell'opera originale pubblicata nel 1838 dalla Tipografia Francesco Lao. Postfazione del dott. Rosario Atria, cultore di Letteratura italiana nell'Università degli studi di Palermo.
Prezzo di copertina € 16,00
Copertina di
Niccolò Pizzorno
.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito ibuonicuginieditori.it (spedizioni in tutta Italia)
Disponibile su Ibs, Amazon e tutti i siti vendita on line.
In libreria presso La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133, Palermo)

Vincenzo Linares: Il timor panico. Tratto da: Maria e Giorgio o Il Cholera in Palermo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo devastata dal Cholera del 1837

Il popolo, come vi ho detto, da che si sparse la nuova fatale fece orecchie da mercante, rimase incredulo alle buone ragioni, ai buoni consigli; emise anzi la sua sentenza: non esservi cholera. Ad accreditar la quale assai valse l’incertezza de’ medici, lo sfrenato gridare di alcuni anche fra loro, che gli era un mezzo di far danaro. Il sospetto corso di bocca in bocca, agitato e discusso in varii crocchi divenne una certezza: nè giovò a distruggerlo il fatto stesso, i cadaveri che passavano per le strade, lo sperpero generale, la morte d’illustri vittime. Fermo nel suo proposito spregiava la presenza del morbo, mangiava, beveva, rideva gridando:
- Vedete come si cura il cholera! 
Io potrei contarvi più d’un fatto funesto, che seguì questa insana aberrazione di mente, ma allora dicevasi “È morto del vino, dello stravizzo.” Bel modo in vero di ragionare, che persuadendo gli eccessi trovava negli eccessi la causa del funesto avvenimento. La quale incredulità accrescendo la crapula non poco forse contribuì all’aumento del morbo. E questo era il minor male, perché in sostanza non si possono obbligare gli altri a pensare come volete; e se male faceano, lo faceano per sè stessi: il peggio fu che non si contennero allo stravizzo, ma scoppiarono in odio ed in sarcasmi contro i medici.
- Vedete questi dottori; ora vi danno un rimedio, ora un altro; ora c’è cholera, ora non c’è cholera; oggi è epidemico, domani è contagioso. Eh! gatta ci cova! Vogliono malattie, vogliono ospedali, chi sa che cosa essi vogliono! 
Il morbo intanto, sebbene lentamente, cresceva e con lui altri mali non meno funesti. Tutto ad un tratto cessò il lavoro, cessò il commercio, l’annona rincarì, il monopolio fu nelle piazze: il popolo si vide privo di mezzi e di soccorsi. Quinci doglianze, quinci sinistri augurî e voci di spavento. Il popolo pria dominato da un cieco scetticismo, poi atterrito dalla miseria si diede in braccio a terrori di fantasia, al che contribuirono non poco le circostanze! Un teschio fu trovato nel cancello del Duomo, varii cartelli minaccevoli per le mura; qualcuno insolentiva per forza togliendo il pane ai venditori, di che la fama pel momento magnificava la violenza ed il numero: le quali cose operate da pochi, che volean pescare nel torbido, lungi d’incitare atterrivano. Nulla veramente di reo si macchinava, come il fatto istesso ha dimostrato, nulla era di positivo tranne il timore del disordine. 
I magistrati della città, i sanitarî e la pubblica forza operavano dal canto loro con quella prudenza che i tempi volevano. Si chiudevano le case degli appestati, si portavano a lazzeretto le persone sospette, si promuoveva per quanto era possibile la salubrità e l’abbondanza delle vettovaglie: l’annona rincarita fu in sulle prime moderata, finchè diffuso poi il morbo, ruppe ogni freno l’ingordigia dei venditori: si profumavano le piazze e i luoghi immondi; si pubblicavano avvisi prescriventi un metodo più esatto di vita e misure di cautela. Fu raddoppiata la vigilanza, raddoppiata la pubblica forza, richiamata dalle provincie buona mano di soldati d’arme, gente di mal affare arrestata; punito solennemente quel solo che avea dato il mal esempio di rubare il pane nella piazza, con pronta pena se non approvata dal buon senso, certo dalle circostanze che erano difficili: le feste che chiamano folla di popolo proibite pel doppio oggetto della pubblica salute e della tranquillità pubblica: furon cacciati via i legni venuti da Napoli, ancorati al nostro porto. Le quali saggie e prudenti misure impedirono disoneste voglie e disordini; ma non bastarono a togliere l’agitazione degli animi che cresceva collo scorrer de’ giorni. 
Ecco gli eccessi del popolo; poco avanti non badava ad un male presente, ora tremava di un pericolo futuro. Col cadere del giorno ventitrè parvero avverarsi i sinistri augurj. Come, quando e da chi, s’ignora; certo sorse una gran voce di scoppiato tumulto, sorse a un punto dall’uno all’altro lato della città. Quanti erano per le strade correvano a tutta furia, gridavano a piena gola, fuggivano come se la città fosse posta a ferro ed a fuoco. Invano gridavasi “è nulla è nulla” invano la pubblica forza sboccando da tutti i lati fermava i fuggenti, cercava di rianimare gli animi atterriti: fu generale il trambusto. 
La pressa maggiore era, appunto, nel luogo ove si trovavano i nostri personaggi: ei si videro urtati e assordati da una moltitudine di persone, che scompigliata si aggirava per la chiesa. Ognuno faceasi avanti per gittarsi alla porta; qua peggio: gente di fuori, gente di dentro, quella irrompeva, questa lanciavasi, e nell’urto accresceva il terrore e lo scompiglio. Don Bartolo fu sbattuto sopra una panca, Pasquale trasportato dalla folla venne a rotolarsi nella gradinata della chiesa; solo rimasero avanti il prete, che avea avuto la forza di resistere a tanta furia, la fanciulla tenendosi stretta alle sue ginocchia, e un giovane che in atto rispettoso le stava allato. Il prete credendo che ei fossero i fidanzati:
- Non è tempo di nozze!  – lor disse e andò via frettoloso. Maria alzò la testa, guardò il giovine che le era allato, e quasi dubitando della sua vista gli chiese:
- Sei tu, Giorgio?

Vincenzo Linares: Maria e Giorgio o Il Cholera in Palermo. 
Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo devastata dal Cholera del 1837. 
Il volume è la fedele trascrizione dell'opera originale pubblicata nel 1838 dalla Tipografia Francesco Lao. Postfazione del dott. Rosario Atria, cultore di Letteratura italiana nell'Università degli studi di Palermo. 
Prezzo di copertina € 16,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito ibuonicuginieditori.it (spedizioni in tutta Italia)
Disponibile su Ibs, Amazon e tutti i siti vendita on line.
In libreria presso La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133, Palermo)

Espulsa... tratto da: La civile indifferenza. Le parole di Liliana Segre fedelmente raccolte e trascritte dalle sue testimonianze.

Arrivò come uno Tsunami, oggi si direbbe, un temporale violentissimo, lo snocciolarsi di quelle prime avvisaglie, come quando sta per venire un temporale e ci sono i tuoni lontani, i lampi... ma speriamo che forse non avverrà, non pioverà qui... le avvisaglie di un antisemitismo che non si era sentito prima in Italia, non si era recepito assolutamente.
Ed era la fine dell’estate del 1938 quando mio papà cercò di spiegarmi che non potevo fare la terza elementare in via Ruffini, perchè per le leggi razziali fasciste, vergognose, avevamo perso i diritti civili. E fra le leggi razziali c’era il divieto di andare a scuola. 
Mi sentii dire quindi con voce rotta, con voce emozionata, umiliata, da mio papà che io, come tutti i bambini ebrei, tutti gli studenti ebrei delle scuole pubbliche d’Italia, ero stata espulsa. 
Espulsa... 
Voi ragazzi sapete bene che cosa vuol dire essere espulsi da una scuola, alle elementari poi non ne parliamo. Bisogna aver fatto davvero  qualche cosa di molto molto grave nell’ambito scolastico. 
E io, che andavo a scuola con gioia, mi sentii dire mentre eravamo a tavola e c’erano tutti e due i miei nonni:
«Sei stata espulsa dalla scuola perché noi siamo ebrei.»
Fu veramente un colpo gravissimo. Io subito chiesi: 
«Ma perché? Che cosa ho fatto?»
Era un momento tremendo, era soprattutto l’espressione di queste tre persone, che mi guardavano con grande pena, con grande preoccupazione per me. 
Era amore, amore e disperazione. 
Da quel momento cominciai a chiedere a tutti ma perché? perché? perché? perché? Ed ero ossessiva con questo perché, al quale a quel tempo era molto difficile dare una risposta. Soprattutto perchè ai bambini, allora non si parlava così chiaramente come si parla adesso, si cercava di tenerli separati, protetti dalle brutture della vita. 
E quel perché mi ha seguita poi mille volte: ma perché, perché, perché, perchè, perché io non posso più andare a scuola? Perché sono stata espulsa?
Era la colpa di essere nata. 
Era incredibile. 
Espulsi furono tutti gli ebrei dalle cariche pubbliche, insegnanti, professionisti, persone che avevano qualche grado nell’esercito, che lavoravano nei Ministeri. Perfino i libri adottati nelle scuole di colti professori ebrei furono cancellati, furono tolti dalle biblioteche comunali, furono tolti dai programmi scolastici. 
Le leggi razziali furono infinite, lunghissime, e andavano dalla impossibilità di tenere piccioni, di vendere stracci se non di lana a quella di non poter fare l’orefice, il bidello. 
Qualunque cosa era vietata. 
La fantasia di chi le redasse fu così sfrenata, che era veramente difficile trovare una branca qualsiasi in cui fosse possibile stare. 
Si veniva cancellati dagli elenchi del telefono, si veniva cancellati dagli albi professionali, si diventava di colpo cittadini di serie B per poi pian piano...
Mi ricordo che una volta venne a casa la maestra, la mia maestra di prima e seconda elementare, ma non per trovare me, semplicemente perché l’aveva convocata mio papà che le aveva chiesto: 
«Venga a casa a trovare la mia bambina, provi a dirle lei una parola di conforto...»
Lei venne a casa, non mi abbracciò. La sentii che diceva: 
«Io cosa c’entro? Non è mica colpa mia, non le ho fatte io le leggi razziali!»
E quello fu l’inizio dell’indifferenza, di quel «Se una cosa non mi riguarda e riguarda l’altro, non me ne importa niente.»
Cambiai scuola e andai in un istituto privato  che mi accettò. 
Andando lì, passavo dalla mia vecchia scuola. 
Di tutte le bambine furono solo tre indimenticabili, che continuarono ad aprirmi la loro casa alle piccole feste, agli incontri per giocare, che mi telefonarono... 
Tutte le altre sparirono nell’indifferenza. 
Era molto dura passare da lì e vedere questi gruppetti di bambine che mi segnavano col dito e dicevano: 
«Quella lì è la Segre, non può più venire a scuola perché è ebrea...» 
Sono sicura che non sapessero che cosa significa essere ebree. 
I banchi vuoti dei bambini espulsi non fecero sensazione.
Cancellati nell’indifferenza generale.

La civile indifferenza. Le parole di Liliana Segre fedelmente raccolte e trascritte dalle sue testimonianze a cura de I Buoni Cugini editori. 
Segue, in appendice, il testo delle leggi razziali del 5 settembre 1938 e seguenti con le foto dei giornali dell'epoca.
Pagine 176 - Prezzo di copertina € 13,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (spedizione in tutta Italia)
Disponibile su Ibs, Amazon e tutti i siti vendita on line. 

lunedì 19 ottobre 2020

Vincenzo Linares: La civiltà. Tratto da: Il Cholera in Palermo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1837 devastata dal cholera.

Poco dopo all’uscire dal giardino mi fu nota la cagione di quel bisbiglio, di quello spavento. Era il sette giugno, e il formidabile malore, che da venti anni percorre l’Europa, scoppiava inopinatamente a disertare la bella Palermo. Due miserabili marinari (Angelo Tagliavia e Salvadore Mancini) giacevano i primi sul letto di morte: il perché lo spavento e il bisbiglio prendevano un carattere più generale ed aperto a misura ch’io mi veniva raccostando alla città. La folla si avviava al quartiere della Kalsa; colà si alzavano profumi, si affaccendavano colà guardie, soldati, medici, magistrati, e un codazzo di popolo più incredulo che atterrito dal presente pericolo.
- Son morti di cholera!
- Di cholera?
- Ma che cholera!
- Son vivi!
- Dagli a bere un bicchieretto di quello... eh! staran bene!
- Gli ammazzano con quei profumi, gli ammazzano! 
Queste cose e molte altre correvano per le bocche di coloro che stavano lontani dalla scena; gli altri, che erano nella strada, si affollavano alla porta della casa senza cautela, senza cautela entravano dove giaceva uno degl’infelici già fatto cadavere, ne toccavano le vesti ed anche il corpo; e non vedendo i terribili segni indicati da’ medici, nè uscirne cosa che potesse al momento farli pentire dell’atto sconsigliato, scoppiavano in iscrosci di risa. Alcuni si affrettavano temendo la burrasca di trasportar casse, mobili, tavole e che so io. 
- Ohè largo!
- Il medico, il medico! 
Tutti voltarono gli occhi alla porta, tutti si fecero da canto: entrò il medico, anzi non entrò, restossi avanti la porta a dieci palmi (misura legale!) del cadavere, fissò gli occhi spalancati sul letto di morte, guardò meglio con la lente per due minuti, fece una contorsione di labbra, gittò un largo fiato dal naso, si pose un fazzoletto alla bocca, e via. La qual cosa fu motivo di risa e di spavento nella folla. 
- Vedesti? gli è fuggito! 
- Dunque è cholera!
- Non conosciamo meglio de’ medici che cosa sa fare il vino?
- Effetto di bettola!
- Effetto di vino! 
La strada intanto fu cinta di guardie, chi era dentro restò dentro, uomini, donne, vecchi, giovani, novanta circa, la gente di fuori in parte si disperse, in parte restò con animo di vederne la fine. I magistrati davano forti provvedimenti, una commissione medica si preparava a fare la sezione de’ cadaveri. Furono questi portati di notte al Lazzeretto e distesi sopra uno scoglio. La commissione a dieci palmi di distanza (misura legale!) osservò i cadaveri con cannocchiali e con lenti, un chirurgo li tagliò non per amore dell’arte ma pel caro suono di trecento ducati. Fu deciso ch’eran forti i sospetti del cholera. 
Quando la nuova se ne diffondeva per la città, e più certa giorni dopo per altri casi avvenuti, furon varii i pareri quanto gli uomini, varie le voci quanto le lingue; chiudevansi le porte dell’Università; disertavansi i collegi, i licei, le scuole; non echeggiavano più di bei concerti le volte del Carolino. Oh come cangiò ad un tratto l’aspetto della città! Come sparirono e i volti ridenti, e il romore de’ cocchi, e l’allegra veduta del Foro borbonico! L’infernale parola girava per tutte le bocche, risuonava per tutte le orecchie, prendeva tutti gli aspetti fra i fantasmi del timore, fra i motteggi, fra gli scherzi, fra le dispute solenni. E in mezzo a tante diverse passioni il volgo incredulo sprezzava i fantasmi e i timori.
- Effetto della crapula! – gridava, – effetto del vino! 
V’era qualcuno più saggio che diceva come ora scrivo;
- Effetto di civiltà! 
La città intanto dopo il primo spavento erasi abbandonata a belle illusioni per la tregua che seguì il caso fatale. Sei giorni interi eran passati senz’altri accidenti, già tornava la calma, si rideva del temuto pericolo, e si rianimavano le sale ed i passeggi. Ma la subita morte del medico Angileri fè svanire ogni mal concepita speranza, e il giorno medesimo e quelli appresso altri casi avvennero che non fecero più dubitare della temuta calamità. La certezza sconvolse allora le menti, e si pensò solo a mezzi di salvezza e di cautela, e tutti si provvedevano di medicine, e tutti raccoglievano vettovaglie, e folle di persone popolavano le campagne, e i villaggi vicini; i ricchi si barricavano come in castelli; i provinciali salvavansi ne’ loro nativi paesi, e carri senza fine trasportavano robe e masserizie, e carrozze e cavalli partivan volando per ogni punto, e per le strade, nelle campagne, nelle case, ne’ monasteri, nei conventi, dovunque era un andare, un venire, un chiedere, un temere, un dolersi, uno sgombrar di persone, un iscansare il contatto, un fuggire. E il volgo incredulo spregiava solo i timori ed i pericoli, e i saggi ripetevano: Ecco gli effetti della civiltà. 


Vincenzo Linares: Maria e Giorgio o Il Cholera in Palermo. 
Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo devastata dal Cholera del 1837. Il volume è la fedele riproduzione dell'opera originale pubblicata nel 1838 dalla tipografia Francesco Lao. 
Postfazione del dott. Rosario Atria, cultore di Letteratura italiana nell’Università degli Studi di Palermo.
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Pagine 163 - Prezzo di copertina € 16,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (spedizioni in tutta Italia € 2,90) 
Disponibile su Ibs, Amazon e tutti i siti vendita online. 
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133 - Palermo)