Tutti i volumi sono disponibili: dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia), su tutti gli store di vendita online e in libreria. Gli e-book sono disponibili su streetlib store e tutte le piattaforme online.

mercoledì 19 febbraio 2020

Liliana Segre: E fummo nel carcere di San Vittore... - Tratto da: La civile indifferenza. Le parole di Liliana Segre fedelmente raccolte e trascritte dalle sue testimonianze

Nata e cresciuta a Milano, ero andata tante volte in piazza Aquileia in bicicletta, e il carcere l’avevo sempre visto da fuori, come è normale che si faccia, senza mai pensare a chi stava dentro.
Beh devo dire che vedere la piazza Aquileia da dentro, e vedere il tram che gira, è diverso... è molto diverso.
Non avrei mai pensato di vederlo da dentro.
Ma ricordo il sollievo immenso di quel momento in cui capii che non sarei stata divisa da mio papà.
Ero felice.
Forse è una bestemmia quella che dico.
Un raggio del grande carcere di San Vittore era adibito agli Ebrei che arrivavano rastrellati in tutta l’Italia del nord. Era uno dei punti di raccolta. Quando entrammo io e mio papà c’erano circa 200 persone. Poi si doveva arrivare a vederne 600 o 700 perché si formasse un convoglio per la deportazione. La sorpresa di essere insieme fu straordinaria.
L’unica «fortuna» di questa storia è che io l’ho vissuta da figlia, perché farlo da genitore penso che sia assolutamente insopportabile. Mio papà non poteva tornare vivo da questa esperienza, non era pensabile. La sua sofferenza fu tale, fu terribile, che non potrò mai dimenticare i suoi occhi.
E quella cella n. 202 del quinto braccio adibito agli ebrei fu l’ultima cameretta, piccola e povera cella, vuota di tutto che non fossero una branda e un pagliericcio dove stava mio papà per terra e un secchio per i bisogni, che io divisi con lui.
Fu l’ultima casina.
Come si fa a essere arrestati?
A essere in attesa della deportazione? E tu milanese, sei dentro il carcere della tua città perché sei colpevole d’esser nato.
Le giornate erano sospese, in attesa di quello che poteva succedere e che non sapevamo.
La Gestapo portava via gli uomini, due, tre volte la settimana per degli interrogatori, terribili, feroci. Sapevo quello che succedeva da quanto raccontavano quelli che poi uscivano...  Picchiavano, torturavano... Volevano sapere dove erano nascosti amici, parenti, dove erano i nostri soldi, il numero del conto corrente bancario, dove erano i nostri beni. Veniva messa completamente a nudo una persona, e doveva dire quello che era.
Io restavo sola in quella cella.
A tredici anni non si è più piccoli ma non si è ancora grandi. Si è così estremamente sensibili, si è così proiettati verso la vita futura, che sembra manchi un secolo a diventare grandi ma non si è più piccoli. Si è così esposti al bello e al brutto della vita...
La solitudine di quella cella.
Solo delle parole, delle scritte graffite di quelli che erano passati prima di noi da lì, e che avevano lasciato addii, firme, bestemmie, benedizioni, maledizioni. Erano scritte che imparavo a memoria e che mi facevano compagnia.
Non avevo un libro, non avevo una spalla su cui piangere, non ero religiosa.
Aspettavo.
Non ho mai dimenticato quelle ore.
Diventavo vecchia, vecchissima. Lo racconto sempre ai ragazzi, ai miei nipoti ideali di come si può diventare vecchi in un giorno, in una settimana.
E lui tornava, dopo un’ora, due ore.
E io lo abbracciavo senza parole.
E non ero più la sua bambina, ero la sua mamma, ero sua sorella.
Aveva bisogno di me.
Aveva un bisogno enorme.
Mi chiedeva scusa di avermi messa al mondo, era tremendo sentirsi dire una cosa simile.
Era tremendo.
Ci abbracciavamo.
Non mi raccontava niente. Aveva le occhiaie più profonde...
È importante stringersi ai propri genitori, perché non sono sempre fortissimi, non sono sempre vincenti. I genitori possono essere deboli, possono avere bisogno del nostro aiuto, possono essere dei perdenti così come era il mio meraviglioso padre. Lui nel mio ricordo è struggente come un figlio perduto, ora che sono vecchia. 

La civile indifferenza. Le parole di Liliana Segre fedelmente raccolte e trascritte dalle sue testimonianze. A cura di Anna Squatrito
In appendice i testi delle leggi razziali a partire dal 05 settembre 1938 e le foto dei giornali dell'epoca. 
Pagine 176 - Prezzo di copertina € 13,00
Copertina di Maria Squatrito. Foto in copertina: Maria Luisa Lamanna. 
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica
Disponibile online su Amazon, Ibs e tutti i siti vendita
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

mercoledì 12 febbraio 2020

Romanzi storici editi I Buoni Cugini editori che narrano il Cholera del 1837

Luigi Natoli: I morti tornano...
Siamo a Palermo. L'anno è il 1837. Il periodo è turbolento. I tentativi di cospirazione antiborbonica sono complicati dall'insorgenza di una grande epidemia di colera che miete vittime in maniera spaventosa. L'ambientazione storica, il contesto politico e sociale, la tragedia dell'epidemia sono abilmente descritti da Natoli all'interno di questo romanzo appartenente alla letteratura del contagio insieme alle celeberrime opere de "I promessi sposi" di Manzoni e "La peste" di Camus. 

Ne "I morti tornano..." Luigi Natoli lascia parlare da sole le miserie dell'uomo legate al dolore, alla fedeltà, all'onore, all'ira e tutte le altre pulsioni umane che, imbrigliate nelle maglie di una rete di un ineluttabile destino imposto dalle convenzioni, degenerano nella distruzione e nella pochezza dell'animo umano, non più libero e non più nobile. Una storia che proprio nel momento in cui sembra intorcinarsi dentro i canoni del più classico e banale feulleitton, effettua una nuova e inattesa virata rivelando la sua vera natura: quella - appunto - di una storia nera; anzi nerissima. E lo fa togliendo la speranza su tutto, tracciando un vero Noir. Un grande Noir storico. 

Massimo Maugeri
Prezzo di copertina € 22,00
Nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 21 gennaio 1931


Vincenzo Linares: Maria e Giorgio o Il Cholera in Palermo
Maria e Giorgio o il Cholera in Palermo è un romanzo storico di Vincenzo Linares scritto all’indomani dell’epidemia del terribile morbo che nel 1837 flagellò la Sicilia e in particolare Palermo, portando con sé nel solo capoluogo 27.604 morti. All’inizio si credette che il cordone sanitario predisposto dal Pretore della città avesse impedito l’entrata del colera ed in effetti per tutto l’autunno e l’inverno non ci furono problemi, ma poi alla fine della primavera, una caldissima estate favorì la diffusione della malattia e subito cedettero le organizzazioni preposte al contenimento del morbo, e gli annosi problemi igienici della città facilitarono l’incontrollata strage di cittadini contando circa 1.800 morti al giorno. In questa ambientazione drammaticamente fedele alla realtà, Linares narra di due giovani cuori, Maria e Giorgio, osteggiati nel loro amore dagli interessi di gente senza scrupoli, ma il vero motivo della scelta dell’autore di concepire un romanzo così strutturato era solo quello di poter descrivere la città di Palermo, stretta nella mano dell’orribile malattia con tutte le sue inefficienze, miserie, speranze ed atti di eroismo disinteressato. Da sopravvissuto al colera, Linares riporta il suo lucido ricordo di quei giorni, carichi di dolore, paura, viltà, e attesa, e sebbene stemperato dal feuilleton, il romanzo rappresenta un caposaldo della cosiddetta letteratura “da contagio” insieme a I promessi sposi di Manzoni, I morti tornano… di Luigi Natoli o dell’ancor più moderno La peste di Albert Camus. Ma il romanzo di Linares va ancora oltre, infatti, basterà leggere il brano qui di seguito riportato per farsi un’idea precisa delle mirabili intuizioni del narratore siciliano. Lasciate i dubbi e i timori, la civiltà grida più potente della ragione, lasciate i vecchi usi. Or che i miracoli del vapore si diffondono per tutto il mondo, restate anche voi nel mondo, aprite i vostri porti. Che vi conturba? Il cholera! Vili! Gli uomini cadranno è vero, cadranno migliaia di vittime, ma entreranno migliaia di zecchini. Il commercio la vinca una volta sulle vite, le cose sulle persone; non si spegnerà l’umana razza, s’aumenterà a pubblica ricchezza. Aprite i vostri porti. E l’ammirabile dottrina si spargeva come per incanto dall’uno all’altro polo. 

Prezzo di copertina € 16,00
Nella versione originale pubblicata dalla tipografia Lao nel 1838

Disponibili 
Presso La Feltrinelli Libri e Musica - Via Cavour 133 - Palermo
On line su Amazon, Ibs e tutti i siti vendita
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 




Vincenzo Linares: Effetto di civiltà. Tratto da: Maria e Giorgio o Il Cholera in Palermo

Poco dopo all’uscire dal giardino mi fu nota la cagione di quel bisbiglio, di quello spavento. Era il sette giugno, e il formidabile malore, che da venti anni percorre l’Europa, scoppiava inopinatamente a disertare la bella Palermo. Due miserabili marinari (Angelo Tagliavia e Salvadore Mancini) giacevano i primi sul letto di morte: il perché lo spavento e il bisbiglio prendevano un carattere più generale ed aperto a misura ch’io mi veniva raccostando alla città. La folla si avviava al quartiere della Kalsa; colà si alzavano profumi, si affaccendavano colà guardie, soldati, medici, magistrati, e un codazzo di popolo più incredulo che atterrito dal presente pericolo.
- È dunque vero? – dicevano cento e mille voci.
- Poveretti!... non si riconoscono!
- Son morti di cholera!
- Di cholera?
- Ma che cholera!
- Son vivi!
- Dagli a bere un bicchieretto di quello... eh! staran bene!
- Gli ammazzano con quei profumi, gli ammazzano!
Queste cose e molte altre correvano per le bocche di coloro che stavano lontani dalla scena; gli altri, che erano nella strada, si affollavano alla porta della casa senza cautela, senza cautela entravano dove giaceva uno degl’infelici già fatto cadavere, ne toccavano le vesti ed anche il corpo; e non vedendo i terribili segni indicati da’ medici, nè uscirne cosa che potesse al momento farli pentire dell’atto sconsigliato, scoppiavano in iscrosci di risa. Alcuni si affrettavano temendo la burrasca di trasportar casse, mobili, tavole e che so io.
- Il medico, il medico!
Tutti voltarono gli occhi alla porta, tutti si fecero da canto: entrò il medico, anzi non entrò, restossi avanti la porta a dieci palmi (misura legale!) del cadavere, fissò gli occhi spalancati sul letto di morte, guardò meglio con la lente per due minuti, fece una contorsione di labbra, gittò un largo fiato dal naso, si pose un fazzoletto alla bocca, e via. La qual cosa fu motivo di risa e di spavento nella folla.
- Vedesti? gli è fuggito!
- Dunque è cholera!
a strada intanto fu cinta di guardie, chi era dentro restò dentro, uomini, donne, vecchi, giovani, novanta circa, la gente di fuori in parte si disperse, in parte restò con animo di vederne la fine. I magistrati davano forti provvedimenti, una commissione medica si preparava a fare la sezione de’ cadaveri. Furono questi portati di notte al Lazzeretto e distesi sopra uno scoglio. La commissione a dieci palmi di distanza (misura legale!) osservò i cadaveri con cannocchiali e con lenti, un chirurgo li tagliò non per amore dell’arte ma pel caro suono di trecento ducati. Fu deciso ch’eran forti i sospetti del cholera.
Quando la nuova se ne diffondeva per la città, e più certa giorni dopo per altri casi avvenuti, furon varii i pareri quanto gli uomini, varie le voci quanto le lingue; chiudevansi le porte dell’Università; disertavansi i collegi, i licei, le scuole; non echeggiavano più di bei concerti le volte del Carolino. Oh come cangiò ad un tratto l’aspetto della città! Come sparirono e i volti ridenti, e il romore de’ cocchi, e l’allegra veduta del Foro borbonico! L’infernale parola girava per tutte le bocche, risuonava per tutte le orecchie, prendeva tutti gli aspetti fra i fantasmi del timore, fra i motteggi, fra gli scherzi, fra le dispute solenni. E in mezzo a tante diverse passioni il volgo incredulo sprezzava i fantasmi e i timori.
- Effetto della crapula! – gridava, – effetto del vino!
V’era qualcuno più saggio che diceva come ora scrivo;
- Effetto di civiltà!
Vincenzo Linares: Maria e Giorgio o Il Cholera in Palermo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo devastata dal Cholera del 1837.
Nella versione originale pubblicata dalla Tipografia Lao nel 1838. Postfazione del dott. Rosario Atria.
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Prezzo di copertina € 16,00
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica
Disponibile on line su Ibs, Amazon e tutti i siti vendita online.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 


martedì 28 gennaio 2020

Salvatore Cuccia:Era la fine del mondo. Un soldato siciliano nella Grande Guerra

Dalla premessa di Salvo Cuccia, regista e nipote dell'autore. 
Dopo decenni di racconti a parenti, amici e familiari, tra il 1968 e il 1972 mio nonno Salvatore scrisse le sue memorie della Prima guerra mondiale in tre stesure e appunti sparsi. Pragmaticamente aveva deciso di dar vita a tutti suoi ricordi nero su bianco e si mise a scrivere per quattro anni, iniziando esattamente a 50 anni dalla fine della guerra. Ricordo che stava tra la cucina e il salone di casa sua a rimettere insieme quei pezzi di memoria, con la consapevolezza di chi vuole lasciare ai propri cari una testimonianza di vita vissuta. Anche se i suoi cari allora sembravano già estenuati dalle versioni orali, sentivo a volte mio padre o i miei zii dire che il nonno stava continuando a scrivere e dunque c’era un interesse attorno a quell’atto storico e stoico. Io ricordo che il nonno era orgoglioso di scrivere il suo diario della Prima guerra mondiale. Era lo stesso orgoglio che ogni 4 novembre lo portava insieme ai suoi coetanei a commemorare i caduti di quella guerra disgraziata, vissuta tra il fango, la neve, il ghiaccio e le bombe...

Salvatore Cuccia: Era la fine del mondo. Un soldato siciliano nella Grande Guerra. 
Premessa di Salvo Cuccia, nipote dell'autore e regista.
Prefazione di Santo Lombino, direttore artistico del Museo delle Spartenze. 
Prezzo di copertina € 10,00
Disponibile presso La Feltrinelli libri e Musica
Disponibile su Amazon, Ibs e tutti i siti vendita online. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Salvatore Cuccia: Sul Carso si muore sotto i bombardamenti... - Era la fine del mondo. Un soldato siciliano nella Grande Guerra

Vita da cani, anzi per portare l’acqua per bere in linea la portavano i cani chiamati San Bernardo, una piccola bisaccia con due bidoncini per ogni cane, e l’accompagnava un soldato. Nevicava sempre, i muli non potevano portare viveri alle cucine. Allora ebbimo ordine di sbucare per sotto la neve facendo una galleria larga due metri altrettanto alta, noialtri nelle scarpe avevamo grappetti di ferro per non scivolare nel ghiaccio e i muli i rampini nei ferri, la neve dove 5 metri dove 10 e posti di più, perché anche che non nevicava c’era la tormenta, un forte vento che la neve delle alture la portava nella valle che la neve era asciuttissima come polvere.
Una sera ebbimo ordine in trincea di trincerare sotto la neve e fare delle gallerie che si diceva che gli Austriaci stavano facendo una galleria per venire all’assalto di sotto la neve, e noialtri sbucavamo e riempivamo il telo da tenda e con una corda tiravamo il telo da tenda, e come tante bestie portavamo la neve fuori... dovevano mettere qualche sentinella lì sotto. Volevano che si lavorava dalle ore 19 alle 4 la mattina, ma noi non potevamo resistere fino a mezzanotte l’una, e ritornavamo nella baracca sempre per mezzo di una galleria al buio, che qualche volta davamo la faccia in un muro di neve, significava che la galleria era già crollata, e di notte ritornavamo indietro e prendere allo scoperto, che ogni tanto ci rotolavamo in mezzo la neve.
Quanti poveri soldati se ne andavano all’Ospedale con i piedi congelati, una mattina scendevano da monte Croce 22 alpini, una valanga di neve se li è inghiottiti a tutti, ma dove andarono a finire non si sa.
Finalmente l’otto Febbraio del ’17 siamo scesi, abbiamo respirato, ma dove ci portano? Intanto ci portarono sul Carso, aimè era meglio che ci lasciavano in Carnia, e no qua.
Noialtri del ’97 vedevamo a quelli anziani che avevano stato sul Carso e gli occhi ci lagrimavano, dicevano
«Sul Carso si muore sotto i bombardamenti.»
E noialtri ragazzi ci facevamo più piccoli. Intanto ci portarono sul Vallone di Opacchiasella, al di là di San Michele, il fronte più pericoloso. Da Palermo eravamo io, Vaccaro Nunzio da Palermo, che al ’68 mi cercò per mezzo di giornale, e già ci siamo visti e siamo in corrispondenza, Carlo Giammarresi da Bagheria, e un certo Potenzano, questi tre eravamo al 3° Reparto zappatori. Vito e Marco erano in compagnia. Dopo giorni ci portarono in linea (Dosso Fajti Dollina Pinerolo) posti bruttissimi, spesso arrivava qualche granata, ma peggio erano i 420 che come scoppiavano, saltavano massi in aria, e quanti soldati morivano.
Prima di arrivare al Fajti in una galleria c’era piazzato un cannoncino nostro che era del 75 oppure 105 non so, gli Austriaci spesso ci sparavano col 420, e prendevano parte a destra parte a sinistra, ma una mattina presero in pieno quella galleria, e saltò in aria, dovete premettere che c’era più di quattro metri di roccia, e saltò tutto in aria, e cannoni e soldati restarono tutti seppelliti.
Noi Zappatori lavoravamo sempre la notte, a giustare retticolati e trincee, il giorno andavamo a dormire dentro una galleria, di sopra scolava acqua e di sotto acqua, e mettevamo sopra dei teli da tenda e sotto legna e ci buttavamo di sopra come tanti porci.
Una mattina ritiratici dal lavoro siccome non si poteva resistere dai pidocchi, sette soldati ci siamo messi dietro un cocuzzolo a spidocchiarci, in questo mentre scoppia una granata nemica e quei sei compagni tutti feriti chi grave e chi meno grave, io in mezzo a loro rimasi illeso, mi ricordo un Napoletano della mia classe si abbracciò a me
«Cuccia sto morendo.»
Mi fece più impressione di tutti, intanto si portarono al pronto soccorso ma non ho saputo più nulla, questo Napoletano era più bello di tutti, bianco in faccia. 


Salvatore Cuccia: Era la fine del mondo. Un soldato siciliano nella Grande Guerra.
La testimonianza di Salvatore Cuccia, soldato siciliano di Villafrati che avendo vissuto la Prima mondiale scrive la sua esperienza in un memoriale, oggi pubblicato da I Buoni Cugini editori. 
Premessa del nipote e regista Salvo Cuccia, prefazione di Santo Lombino, direttore artistico del Museo delle Spartenze di Villafrati. 
Prezzo di copertina € 10,00 
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica
Disponbile su Amazon, Ibs e tutti i siti vendita online. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it

giovedì 21 novembre 2019

Remo Bassini: Il bar delle voci rubate.

"Sa di antico il mio piccolo bar, è sotto i vecchi portici, nel cuore di questo paese, proprio vicino alla grande piazza dove si svolgono i comizi, si va al mercato oppure in Municipio, dove gli operai salgono sull'autobus che li porta nella zona industriale e dove la domenica la gente prima va a sentir messa nella maestosa chiesa di Santa Flavia e poi va a comprare i dolci nella pasticceria Delrosso. Un bar d'altri tempi, questo, con qualche trasgressione: un televisore, un telefono a gettoni, un biliardo e un vecchio flipper. Ma il banco è più vecchio di me..."
Questo è il bar di Luca, e Luca è una persona che ascolta. Ascolta di giorno, di notte. Ascolta sempre, ma con riservatezza, e colleziona "voci" che annota su un quaderno a quadretti.
Ha iniziato per gioco, scrivendo le barzellette sentite al bar per non dimenticarle, poi ha continuato seriamente. Racconta di storie passate come quelle del nonno (un vecchio socialista un po' balordo) o del padre (fragile e incompreso). Racconta di storie presenti come quella di Luca, dei suoi amici, dei suoi amori. Racconta magistralmente storie che sono e saranno quelle di gente comune di una piccola città nella provincia torinese.
Remo Bassini: Il bar delle voci rubate
Pagine 167 - Prezzo di copertina € 16,00
Disponibile su Ibs con lo sconto del 15%
Disponibile su Amazon
Sconto del 15% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
In copertina: Danae e la pioggia d'oro di Lorena Fonsato

Remo Bassini - Il bar delle voci rubate.

Ed ecco il quarto volume della collana Albatro Randagio:
Il bar delle voci rubate - di Remo Bassini
L'autore lo presenta così: "Venticinque anni fa scrissi il mio primo libro, Il quaderno delle voci rubate, ormai introvabile. L'ho riletto e in gran parte rivisto. Modificato anche. Molto è rimasto, molto è cambiato (migliorato) rispetto alla stesura originale, e quindi - affinchè abbia una vita nuova, l'ho intitolato Il bar delle voci rubate. Per me sarà come assistere a un parto: perchè questo vecchio libro è finalmente rinato. Ed è meglio - credetemi - del suo predecessore".
Grazie a Remo Bassini, che ci ha scelti come suoi editori per questo bellissimo progetto. Un altro importante tassello nella costruzione della casa editrice, che ci rende orgogliosi del lavoro che portiamo avanti.
#remobassini #ilbardellevocirubate #ilquadernodellevocirubate #ibuonicuginieditori #romanzo #narrativa
Disponibile su Ibs, su Amazon Prime e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 15% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Copertina: Danae e la pioggia d'oro di Lorena Fonsato 

mercoledì 20 novembre 2019

Era la colpa di essere nata. Tratto da: La civile indifferenza. Le parole di Liliana Segre fedelmente raccolte dalle sue testimonianze.

Espulsi furono tutti gli ebrei dalle cariche pubbliche, insegnanti, professionisti, persone che avevano qualche grado nell’esercito, che lavoravano nei Ministeri. Perfino i libri adottati nelle scuole di colti professori ebrei furono cancellati, furono tolti dalle biblioteche comunali, furono tolti dai programmi scolastici.
Le leggi razziali furono infinite, lunghissime, e andavano dalla impossibilità di tenere piccioni, di vendere stracci se non di lana a quella  di non poter fare l’orefice, il bidello.
Qualunque cosa era vietata.
La fantasia di chi le redasse fu così sfrenata, che era veramente difficile trovare una branca qualsiasi in cui fosse possibile stare.
Si veniva cancellati dagli elenchi del telefono, si veniva cancellati dagli albi professionali, si diventava di colpo cittadini di serie B per poi pian piano...
Mi ricordo che una volta venne a casa la maestra, la mia maestra di prima e seconda elementare, ma non per trovare me, semplicemente perché l’aveva convocata mio papà che le aveva chiesto:
«Venga a casa a trovare la mia bambina, provi a dirle lei una parola di conforto...»
Lei venne a casa, non mi abbracciò. La sentii che diceva:
«Io cosa c’entro? Non è mica colpa mia, non le ho fatte io le leggi razziali!»
E quello fu l’inizio dell’indifferenza, di quel «Se una cosa non mi riguarda e riguarda l’altro, non me ne importa niente.»
Cambiai scuola e andai in un istituto privato  che mi accettò.
Andando lì, passavo dalla mia vecchia scuola.
Di tutte le bambine furono solo tre indimenticabili, che continuarono ad aprirmi la loro casa alle piccole feste, agli incontri per giocare, che mi telefonarono...
Tutte le altre sparirono nell’indifferenza.
Era molto dura passare da lì e vedere questi gruppetti di bambine che mi segnavano col dito e dicevano:
«Quella lì è la Segre, non può più venire a scuola perché è ebrea...»
Sono sicura che non sapessero che cosa significa essere ebree.
I banchi vuoti dei bambini espulsi non fecero sensazione.
Cancellati nell’indifferenza generale.
E cominciò nella mia famiglia, come in tutte le famiglie ebraiche, quel senso di farci sentire diversi: noi che eravamo italiani, patrioti... per esempio mio papà e mio zio erano stati ufficiali nella Prima Guerra mondiale e si sentivano italiani profondamente. Venne restituita loro la tessera di ufficiali in congedo. Quella di mio papà diceva: “Alberto Segre di razza ebraica viene cancellato dalle file degli ufficiali in congedo.”
Dopo che erano stati in trincea, dopo che avevano combattuto per la loro Italia!
Poi, man mano che le leggi razziste, molto severe, venivano applicate ecco che veramente per gli ebrei, italiani ebrei, cominciò una vita estremamente difficile anche dal punto di vista economico.



La civile indifferenza. Le parole di Liliana Segre fedelmente raccolte dalle sue testimonianze. A cura di Anna Squatrito
In appendice una selezione delle principali leggi razziali del 1938, in particolare quelle relative alla difesa della razza italiana nelle scuole. 
Pagine 172 - Prezzo di copertina € 13,00
Disponibile su Ibs e in tutti i siti di vendita online. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it

Poi scoppiò la guerra... - Tratto da: La civile indifferenza. Le parole di Liliana Segre fedelmente raccolte dalle sue testimonianze

Io mi ricordo lo scoppio, mentre le leggi razziali aumentavano di Consiglio dei Ministri in Consiglio dei Ministri con delle limitazioni che erano vergognose, ridicole. Cominciarono i bombardamenti su Milano molto forti, quasi tutte le notti e, come tutti quelli che potevano permetterselo, anche noi sfollammo in un paese della Brianza che si chiama Inverigo.
Ci trovammo lì al 25 luglio, alla caduta del Fascismo, e mio papà che era stato un antifascista della prima ora, mai iscritto al partito, era finalmente felice, pensava che avremmo potuto tornare a Milano, che la guerra sarebbe finita e avremmo potuto riprendere il nostro posto nel mondo.
Lì io non potevo andare a scuola
perché non c’erano le scuole private ma un’unica scuola pubblica di paese. Avrei dovuto fare la seconda media.
Ero una ragazzina di dodici anni nel 1942, l’unica ragazzina di quel paese che non poteva andare a scuola.
Le bambine che mi incontravano, mi dicevano:
«Ma tu, Liliana, come mai non vieni a scuola?»
E io che avevo adottato il sistema di non parlare mai di quello che succedeva a casa mia, rispondevo:
«Mah, io sto a casa perché mio nonno è molto malato e lo devo curare.»
Avevo imparato a vivere su due piani: uno era quello della casa, dove gli affetti si stringevano ancora di più, in cui vi erano gli sguardi preoccupati e tristi dei grandi, e io cercavo di interpretarli, di rallegrarli, cercavo di fare la scema, di ballare, cantare, capendo non fino in fondo, ma per una sensibilità che i ragazzi hanno quanto erano importanti la mia presenza e il mio modo di fare.
Capivo che l’atmosfera era tutta un’altra, per questo quando uscivo non parlavo mai di quello che succedeva in casa mia.
Avevo imparato a tacere.
A tacere per non esporre i miei a qualche tiro, a qualche cattiveria maggiore di quella che già si sopportava.
Ma in realtà quello che rispondevo era anche vero.
Io stavo a casa a curare mio nonno.
Oggi sono nonna e so che cosa sia di straordinario quell’osmosi che c’è fra nonni e nipoti, quando c’è. Sento una tenerezza enorme nei confronti dei miei nipoti e quando Filippo mi dice: «Tu nonna sei il mio arcobaleno» io sono una donna felice, cosa posso desiderare di più dalla vita di essere l’arcobaleno del mio nipotino adorato?
Io adoravo mio nonno.
Lui aveva il morbo di Parkinson all’ultimo stadio, che negli anni è stato in parte curato, ma allora no, e mio nonno tremava irrefrenabilmente in tutto il corpo, le braccia, le gambe, la testa, la bocca. Era un rottame umano in cui solo il cervello funzionava perfettamente, intelligente e attivo.
Io mi curavo di lui. Lo amavo tantissimo.
Con lui, quando stava bene, andavamo al cinema di pomeriggio, a vedere quei filmetti molto semplici, molto ingenui che c’erano prima della guerra. Film che erano adatti a vecchi e bambini. Ed in seguito era diventato lui il mio bambino perché io lo curavo, facevo una specie di teatro per tenerlo allegro...
Purtroppo gli leggevo il giornale.
Io non capivo francamente quello che gli stavo leggendo, ma lui così distrutto nel corpo e con la mente perfetta, lui che era stato un grande lavoratore, piangeva. Era un uomo fisicamente distrutto che piangeva, vedendo la rovina che arrivava e io cercavo di distrarlo.
Lui aveva il morbo di Parkinson all’ultimo stadio, che negli anni è stato in parte curato, ma allora no, e mio nonno tremava irrefrenabilmente in tutto il corpo, le braccia, le gambe, la testa, la bocca. Era un rottame umano in cui solo il cervello funzionava perfettamente, intelligente e attivo.
Io mi curavo di lui. Lo amavo tantissimo.
Con lui, quando stava bene, andavamo al cinema di pomeriggio, a vedere quei filmetti molto semplici, molto ingenui che c’erano prima della guerra. Film che erano adatti a vecchi e bambini. Ed in seguito era diventato lui il mio bambino perché io lo curavo, facevo una specie di teatro per tenerlo allegro...
Vivevamo preoccupati dalle notizie della radio dei vicini
Gli ebrei non potevano avere la radio.
I vicini erano persone molto buone e mi permettevano di andare a sentire la loro. Ascoltavo quella Radio Londra, che chi ha vissuto quei tempi si ricorda, perché c’erano dei messaggi cifrati per i partigiani, che in un italiano perfetto venivano trasmessi a tutte le ore.
Ci facevano sentire come qualche cosa si muoveva mentre in quel momento, in quei primi anni di guerra, l’esercito tedesco dilagava in tutta Europa, mettendo come dei birilli per terra tutte le truppe che avessero cercato di contrastarli, a meno che non diventassero loro alleati e allora combattevano insieme. E man mano che conquistavano una nuova nazione, ecco che con una ferocia incredibile vessavano tutti i cittadini, ma soprattutto perseguitavano gli ebrei di qualunque nazionalità.
Quando riportavo queste notizie a casa mia, sentivo la disperazione aleggiare e capivo, capivo senza fare domande, che qualcosa di grave stava per accadere.
Ecco che l’Italia passa un periodo incredibile nell’estate del 1943 perché, dopo la provvisoria caduta di Mussolini e la speranza di potere tornare a essere cittadini normali di serie A, dopo l’8 settembre i tedeschi diventano padroni anche dell’Italia del nord e alle leggi razziali fasciste, che erano state severe e umilianti, si sovrapposero le leggi della repubblica di Salò, che erano molto crudeli e quelle di Norimberga che avevano nel loro testo due parole: “Soluzione finale.”  Erano due parole sibilline di cui più tardi capimmo la portata, ma che allora non si voleva capire o non si capiva veramente.
La gente era talmente lontana dal pensare...  anche gli ebrei stessi non capivano che “soluzione finale” volesse dire “soluzione finale”, quello che poi si vide. 


La civile indifferenza. Le parole di Liliana Segre fedelmente raccolte dalle sue testimonianze. A cura di Anna Squatrito
Pagine 172 - Prezzo di copertina € 13,00
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venerdì 15 novembre 2019

Nel 1938 avevi otto anni... - La civile indifferenza. Le parole della senatrice Liliana Segre fedelmente raccolte dalle sue testimonianze

Nel 1938 avevo otto anni, andavo alla scuola pubblica di via Ruffini, come una bambina qualunque.
Abitavo lì vicino.
L’unica differenza tra me e le mie compagne era che nell’ora di religione (eravamo forse in tre nelle elementari) essendo esonerate, ovviamente, correvamo in corridoio ed eravamo molto invidiate da quelle altre che dovevano stare in classe.
Arrivò come uno Tsunami, oggi si direbbe, un temporale violentissimo, lo snocciolarsi di quelle prime avvisaglie, come quando sta per venire un temporale e ci sono i tuoni lontani, i lampi... ma speriamo che forse non avverrà, non pioverà qui... le avvisaglie di un antisemitismo che non si era sentito prima in Italia, non si era recepito assolutamente.
Ed era la fine dell’estate del 1938 quando mio papà cercò di spiegarmi che non potevo fare la terza elementare in via Ruffini, perchè per le leggi razziali fasciste, vergognose, avevamo perso i diritti civili.
E fra le leggi razziali c’era il divieto di andare a scuola.
Mi sentii dire quindi con voce rotta, con voce emozionata, umiliata, da mio papà che io, come tutti i bambini ebrei, tutti gli studenti ebrei delle scuole pubbliche d’Italia, ero stata espulsa.
Espulsa...
Voi ragazzi sapete bene che cosa vuol dire essere espulsi da una scuola, alle elementari poi non ne parliamo. Bisogna aver fatto davvero  qualche cosa di molto molto grave nell’ambito scolastico.
E io, che andavo a scuola con gioia, mi sentii dire mentre eravamo a tavola e c’erano tutti e due i miei nonni:
«Sei stata espulsa dalla scuola perché noi siamo ebrei.»
Fu veramente un colpo gravissimo. Io subito chiesi:
«Ma perché? Che cosa ho fatto?»
Era un momento tremendo, era soprattutto l’espressione di queste tre persone, che mi guardavano con grande pena, con grande preoccupazione per me.
Era amore, amore e disperazione.
Da quel momento cominciai a chiedere a tutti ma perché? perché? perché? perché? Ed ero ossessiva con questo perché, al quale a quel tempo era molto difficile dare una risposta. Soprattutto perchè ai bambini, allora non si parlava così chiaramente come si parla adesso, si cercava di tenerli separati, protetti dalle brutture della vita.
E quel perché mi ha seguita poi mille volte: ma perché, perché, perché, perchè, perché io non posso più andare a scuola? Perché sono stata espulsa?
Era la colpa di essere nata. 

La civile indifferenza. Le parole di Liliana Segre fedelmente raccolte dalle sue testimonianze. A cura di Anna Squatrito. 
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Foto in copertina: Maria Luisa Lamanna
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giovedì 14 novembre 2019

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Segui il blog di Luigi Natoli edito I Buoni Cugini editori: 
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La civile indifferenza. Le parole di Liliana Segre fedelmente raccolte dalle sue testimonianze. A cura di Anna Squatrito

A marzo di quest’anno ho ideato un progetto: raccogliere e trascrivere le testimonianze della senatrice Liliana Segre sulla sua esperienza di ragazzina che ha vissuto la Shoah e farne un volume da proporre soprattutto ai giovani, quale preziosa lezione sul valore della vita.
Ho sottoposto il progetto alla Senatrice Segre che con mia grande gioia lo ha accettato: da quel momento, ho ascoltato le sue parole nei diversi incontri da lei fatti con i giovani nelle scuole (gli incontri sono indicati nella premessa del libro) ed ho composto il libro trascrivendo tutti i passi della sua terribile esperienza, in ordine cronologico, dal momento in cui sono emesse le leggi razziali del 5 settembre 1938 e Liliana Segre, bambina di otto anni, non può più frequentare la scuola pubblica, fino alla fuga, all’arresto, alla deportazione, alla vita nel campo di Aushwitz-Birkenau, alla marcia della morte, ai successivi campi, fino alla liberazione nell’aprile del 1945. Ogni passo della pubblicazione è stato sottoposto all’attenzione della Senatrice Segre e da lei approvato: dalla prima bozza del libro, alla composizione della copertina, al titolo, alla quarta di copertina… Non abbiamo fatto nulla senza prima avere il suo consenso. 
Ed ecco il libro, LA CIVILE INDIFFERENZA, che si compone di due parti: nella prima la testimonianza di Liliana Segre diretta, chiara, in diversi punti commovente, nel suo complesso tragica e “indicibile”. Nella seconda “La dichiarazione sulla razza e le leggi razziali del 1938”: la trascrizione delle leggi razziali emesse il 5 settembre, il 6 ottobre, il 15 novembre, il 17 novembre del 1938 e l’elenco delle successive. La foto in copertina, che riassume perfettamente il titolo del libro, è di Maria Luisa Lamanna: "la civile indifferenza" chiude le finestre, e ti lascia dietro a un muro grigio.  

Il volume fa parte della collana “nel Bene e nel Male” edita I Buoni Cugini editori che raccoglie diari, testimonianze, cronache, biografie, affinché nulla venga dimenticato. 

Anna Squatrito

Pagine 172 - Prezzo di copertina € 13,00
Foto in copertina: Maria Luisa Lamanna 
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