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mercoledì 8 aprile 2020

Vincenzo Linares: La casa maledetta. Tratto da: Maria e Giorgio o Il Cholera in Palermo

- Vedi – rabbiosamente gli diceva una delle vecchie, battendogli la testa con la conocchia – vedi a che hai ridotto quella creatura innocente? – e indicò nell’angolo della stanzuccia un giaciglio donde uscivano de’ sospiri e de’ lamenti, e attorno al quale si affaticava una donna, la giovane appunto che sappiamo, recitando rosarii, e bagnando la bocca del moribondo bambino.
- Dì – continuava la vecchia – che intendevi di fare con quella carta? Dì, figlio del demonio, da chi avesti il veleno?
- Io! veleno! che so io di veleno!
Allora i sospiri e i lamenti raddoppiarono presso il giaciglio, forse perché il bambino lottava con la morte, e la giovane affannata dal dolore, e perduta quasi di speranza si stracciò i capelli.
- Figlio, figlio! – gridando con voce che spezzava il cuore. Le sue strida furono interrotte da non so che rumore.
Era una sera di luglio, un vento caldo e diabolico facea saltar per aria le tegole della casuccia, e piegare sino a terra le alte cime degli ulivi che la circondavano. Si vedevano pei campi grandi fiamme, da cui usciva un fumo denso di zolfo e di pece, e a quando a quando sentivasi lo scricchiolare delle ruote di qualche funebre carro. Invece del russo dello stanco mietitore, e del canto monotono del villanzone rompeva il silenzio della notte lo squillo della campana, che ricordava l’ora di migliaia di uomini.
Le donne furono scosse altra volta dal rumore, origliarono alcun poco, e loro parve udire vicino un calpestìo di persone, e un lontano scalpitar di cavalli. Certo sembrerà strano a chi rifletta lo stato spaventevole che dipingo, trovarsi gente all’aria aperta con quel vento che soffiava.
È da sapersi però che non tutti la pensavano ad un modo. Come vi ho detto una voce circolava nella città, che metteva in forse l’esistenza del morbo, e che poi fu cagione di accreditare nella mente del volgo i più neri sospetti di veleno. Nelle campagne e nei villaggi questa voce correva più aperta: nel volto de’ foresi si leggeva il dispetto, lo sdegno, la minaccia: si adunavano nelle piazze, convenivano nei cimiterj, sparlavano, tumultuavano. Quella sera appunto più gruppi di persone si aggiravano in quei dintorni, e una banda di soldati a cavallo dava loro la caccia.
Subitamente si aprì l’uscio ch’era socchiuso, e comparve un uomo, nel cui abito e nell’aspetto spiccava non so che di bizzarro e di sorprendente. Avea le brache corte di color bruno, strette al di sopra del ginocchio, una pelle nera che gli copriva la gamba e metà del piede, un cinturino a’ fianchi, a cui stava appeso un coltellaccio; in capo un berretto, che gli cascava sulle larghe spalle co’ lunghi e rossi capelli. Il suo viso aveva una tinta bruna, folto di peli, fiero ma bello. Pareva trafelato e sudante dal correre, grondava sangue dal braccio, e da una scalfitura nella fronte. Si piantò innanzi l’uscio come uno spettro, volgendo attorno uno sguardo, in cui scorgevasi l’uomo della sventura: s’arrestò come chi fosse colpito da una rimembranza, e portò una mano alle ciglia per nascondere la vista di quel luogo. Scorsi un quattro minuti l’uomo si fece avanti, pose a un angolo della stanza l’archibugio, e accostò il braccio manco alla lucerna.
- Oh! è nulla! – egli disse tastando una piccola ferita che aveva sul braccio. – Non è questa la casa di Francesco?
Le donne rimaste estatiche non risposero, prendendo un’attitudine disegnata dallo spavento, Giorgio atterrito si strinse ad esse. Un forte sbuffo di vento spense la lucerna, s’udì vicino lo scalpitar de’ cavalli.
- Maledetta casa! – sclamò con voce cupa l’uomo nel riprendere l’archibugio, e uscì dalla porta ripetendo – maledetta casa!
Non appena fu egli uscito, s’udì un gran fischio, più spesso il calpestio delle persone, uno stormire di fronde. I soldati a cavallo fecero un giro attorno della capanna. 

Vincenzo Linares: Maria e Giorgio o Il Cholera in Palermo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1837 devastata dal Cholera. Nella versione originale pubblicata dalla tipografia Francesco Lao nel 1838.
Pagine 163 - Prezzo di copertina € 16,00
Copertina di Niccolò Pizzorno

Vincenzo Linares: Il timor panico. Maria e Giorgio o Il Cholera in Palermo.

Il popolo, come vi ho detto, da che si sparse la nuova fatale fece orecchie da mercante, rimase incredulo alle buone ragioni, ai buoni consigli; emise anzi la sua sentenza: non esservi cholera. Ad accreditar la quale assai valse l’incertezza de’ medici, lo sfrenato gridare di alcuni anche fra loro, che gli era un mezzo di far danaro. Il sospetto corso di bocca in bocca, agitato e discusso in varii crocchi divenne una certezza: nè giovò a distruggerlo il fatto stesso, i cadaveri che passavano per le strade, lo sperpero generale, la morte d’illustri vittime. Fermo nel suo proposito spregiava la presenza del morbo, mangiava, beveva, rideva gridando:
- Vedete come si cura il cholera!
Io potrei contarvi più d’un fatto funesto, che seguì questa insana aberrazione di mente, ma allora dicevasi “È morto del vino, dello stravizzo.” Bel modo in vero di ragionare, che persuadendo gli eccessi trovava negli eccessi la causa del funesto avvenimento. La quale incredulità accrescendo la crapula non poco forse contribuì all’aumento del morbo. E questo era il minor male, perché in sostanza non si possono obbligare gli altri a pensare come volete; e se male faceano, lo faceano per sè stessi: il peggio fu che non si contennero allo stravizzo, ma scoppiarono in odio ed in sarcasmi contro i medici.
- Vedete questi dottori; ora vi danno un rimedio, ora un altro; ora c’è cholera, ora non c’è cholera; oggi è epidemico, domani è contagioso. Eh! gatta ci cova! Vogliono malattie, vogliono ospedali, chi sa che cosa essi vogliono!
Il morbo intanto, sebbene lentamente, cresceva e con lui altri mali non meno funesti. Tutto ad un tratto cessò il lavoro, cessò il commercio, l’annona rincarì, il monopolio fu nelle piazze: il popolo si vide privo di mezzi e di soccorsi. Quinci doglianze, quinci sinistri augurî e voci di spavento. Il popolo pria dominato da un cieco scetticismo, poi atterrito dalla miseria si diede in braccio a terrori di fantasia, al che contribuirono non poco le circostanze! Un teschio fu trovato nel cancello del Duomo, varii cartelli minaccevoli per le mura; qualcuno insolentiva per forza togliendo il pane ai venditori, di che la fama pel momento magnificava la violenza ed il numero: le quali cose operate da pochi, che volean pescare nel torbido, lungi d’incitare atterrivano. Nulla veramente di reo si macchinava, come il fatto istesso ha dimostrato, nulla era di positivo tranne il timore del disordine.
I magistrati della città, i sanitarî e la pubblica forza operavano dal canto loro con quella prudenza che i tempi volevano. Si chiudevano le case degli appestati, si portavano a lazzeretto le persone sospette, si promuoveva per quanto era possibile la salubrità e l’abbondanza delle vettovaglie: l’annona rincarita fu in sulle prime moderata, finchè diffuso poi il morbo, ruppe ogni freno l’ingordigia dei venditori: si profumavano le piazze e i luoghi immondi; si pubblicavano avvisi prescriventi un metodo più esatto di vita e misure di cautela. Fu raddoppiata la vigilanza, raddoppiata la pubblica forza, richiamata dalle provincie buona mano di soldati d’arme, gente di mal affare arrestata; punito solennemente quel solo che avea dato il mal esempio di rubare il pane nella piazza, con pronta pena se non approvata dal buon senso, certo dalle circostanze che erano difficili: le feste che chiamano folla di popolo proibite pel doppio oggetto della pubblica salute e della tranquillità pubblica: furon cacciati via i legni venuti da Napoli, ancorati al nostro porto. Le quali saggie e prudenti misure impedirono disoneste voglie e disordini; ma non bastarono a togliere l’agitazione degli animi che cresceva collo scorrer de’ giorni.
Ecco gli eccessi del popolo; poco avanti non badava ad un male presente, ora tremava di un pericolo futuro. Col cadere del giorno ventitrè parvero avverarsi i sinistri augurj. Come, quando e da chi, s’ignora; certo sorse una gran voce di scoppiato tumulto, sorse a un punto dall’uno all’altro lato della città. Quanti erano per le strade correvano a tutta furia, gridavano a piena gola, fuggivano come se la città fosse posta a ferro ed a fuoco. Invano gridavasi “è nulla è nulla” invano la pubblica forza sboccando da tutti i lati fermava i fuggenti, cercava di rianimare gli animi atterriti: fu generale il trambusto.
La pressa maggiore era, appunto, nel luogo ove si trovavano i nostri personaggi: ei si videro urtati e assordati da una moltitudine di persone, che scompigliata si aggirava per la chiesa. Ognuno faceasi avanti per gittarsi alla porta; qua peggio: gente di fuori, gente di dentro, quella irrompeva, questa lanciavasi, e nell’urto accresceva il terrore e lo scompiglio. 


Vincenzo Linares: Maria e Giorgio o Il Cholera in Palermo. 
Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1837 devastata dal Cholera. Nella versione originale pubblicata nel 1838 dalla Tipografia Francesco Lao. 
Pagine 163 - Prezzo di copertina € 16,00
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venerdì 13 marzo 2020

Liliana Segre: La marcia della morte. Tratto da: La civile indifferenza. Le parole di Liliana Segre fedelmente raccolte e trascritte dalle sue testimonianze.

I prigionieri «ancora in piedi» e in vita, uomini e donne, circa 56.000 persone, di colpo, intorno al 20 di gennaio del 1945, senza aver capito che cosa stesse succedendo, furono obbligate tutte a uscire, messe in fila. E cominciò senza nessun preavviso, senza nessuna preparazione, senza nessuna provvista, senza nulla di nulla quella che giustamente si è chiamata la «Marcia della Morte.»
Settecento chilometri a piedi.
Voi pensate queste schiere di 56.000 scheletri.
Di gente che aveva perso già tutto.
Che era prigioniera da un anno come ero io o da più tempo, o qualcuno da poco.
Avviata per chilometri, per mesi, sulle strade prima polacche, poi tedesche, per sfuggire all’Armata Rossa. E i tedeschi non volevano far trovare noi.
Il 27 di gennaio del 1945, giorno della Memoria, io ero una di quelle disgraziate che camminava e che non poteva cadere per terra.
Non potevi appoggiarti a nessuno, e nessuno poteva appoggiarsi a te.
Non si poteva cadere: chi cadeva, in quei sentieri pieni di neve, veniva finito con una fucilata alla testa dalle guardie della scorta che venivano cambiate perché si dovevano riposare.
Nessuno poteva rimanere lì, sulla neve, vivo.
Tornata in Italia, alla fine di agosto del 45, dopo qualche tempo ho cominciato a guardare la carta geografica, perché la mia ignoranza era totale, e non avevo neanche ben capito da Auschwitz   dove ci avessero portato. E quando ho visto che da lì a piedi, in varie marce, siamo arrivati (quelli che sono arrivati vivi) fino al nord della Germania, che avevamo fatto settecento chilometri, beh... una volta di più ho pensato:
«Ma come ha fatto quella Liliana lì, di quattordici anni, compiuti ad Auschwitz da sola?»
Una gamba davanti all’altra.
Una gamba davanti all’altra, una gamba davanti all’altra, una gamba davanti all’altra...
Cammina, cammina, cammina...
Voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere...

Ci gettavamo sui letamai, negli immondezzai, mangiavamo qualunque schifezza che avessimo trovato, gli scarti dei civili tedeschi che ci rubavamo una con l’altra, ossa rosicchiate già da un cane, sicure che il giorno dopo avremmo avuto vomito, diarrea... scheletri orribili con le bocche sporche... ma intanto lo stomaco si riempiva e il cervello comandava.
Cammina, cammina, cammina, cammina...
E allora la Marcia della Morte si trasforma in marcia per la Vita.
Voi giovani dovete sempre pensare che la vostra marcia deve esser sempre una marcia per la vita! Mai buttarla via questa vita! La vita è una cosa importantissima, è una cosa meravigliosa, è una cosa straordinaria perché anche attraverso il dolore, attraverso le esperienze più negative, ti può arrivare alla fine un bambino che ti dice: «Ma tu nonna sei il mio arcobaleno.»

La civile indifferenza. Le parole di Liliana Segre fedelmente raccolte e trascritte dalle sue testimonianze. A cura di Anna Squatrito. In appendice i testi delle leggi razziali dal 5 settembre 1938 e le foto dei giornali dell'epoca. 
Prezzo di copertina € 13,00
Disponibile su Amazon, Ibs, Feltrinelli e tutti i siti vendita online.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

mercoledì 26 febbraio 2020

La civile indifferenza: Gli ebrei di quel raggio dovevano restare nelle celle...

Gli ebrei di quel raggio dovevano restare nelle celle, ma c’era un orario, verso sera, in cui potevano incontrarsi, ed era terribile.
Una disperazione profonda. Quelli che avevano visto partire un trasporto sapevano già che erano viaggi senza ritorno, alcuni erano completamente disperati, altri credevano in cose non vere. Per esempio mi ricordo che un giorno fecero sposare una ragazza con un ragazzo che non si erano mai visti, perché pareva al padre di questa giovane che le donne sposate fossero più protette dagli eventuali abusi.
Passarono 40 giorni in un alternarsi di speranze e di disperazioni perché un trasporto era già partito e i più saggi dicevano:
«Adesso quando saremo sei o settecento partiremo anche noi.»
Altri dicevano:
 «Ma non è possibile che Mussolini faccia partire dei cittadini italiani, sia pure declassati come siamo noi. Per dove poi? Per la Germania?»
Non si immaginava, non si voleva credere.
Invece un pomeriggio, entrò un tedesco nel raggio e lesse un elenco interminabile di 605 nomi che si dovevano preparare a partire il giorno dopo. Per ignota destinazione.
Lì Rino Ravenna, che con tanta fatica aveva passato la montagna d’inverno, quando sentì il suo nome decise che non lo avrebbe fatto il viaggio. Andò su, all’ultimo piano di quei ballatoi che ora sono stati chiusi, ma che allora distinguevano il carcere di San Vittore, scavalcò e si buttò giù. Morì sul colpo.
Io non avevo mai visto un morto, me lo ricordo così scomposto, e con che fatica mio papà si assunse il compito di andare a dire al fratello Giulio, più vecchio di lui, che non si alzava più da quella branda, che Rino si era suicidato.
Rino aveva scelto lui il suo viaggio.

La civile indifferenza. Le parole di Liliana Segre fedelmente raccolte e trascritte dalle sue testimonianze. A cura di Anna Squatrito.
In appendice i testi delle leggi razziali dal 05 settembre 1938 con le foto dei giornali dell'epoca. 
Pagine 176 - Prezzo di copertina € 13,00
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica
Disponibile online su Amazon, Ibs e tutti i siti vendita.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it

mercoledì 19 febbraio 2020

Vincenzo Linares: Si narrarono cose orrende... - Tratto da Maria e Giorgio o Il Cholera in Palermo

Quando queste cose fra noi avvenivano, ne correva la voce all’estero ben varia e diversa. Qua si soffriva, si piangeva, si moriva, colà si creavano le più strane fantasie: qua un’orribile tragedia, colà una ridicola farsa. Si narrarono cose orrende, si dipinse Palermo in preda alle stragi, alle rapine, agl’incendi, preda di una plebe insolente. Ministri della fama furono i giornali d’oltremonte, e la fama colle sue mila trombe ne sparse la voce dovunque.
Nel secolo di Victor Hugo ogni talento è una fantasia, ogni scrittore un romantico: nè c’era miglior soggetto di questo in un tempo in cui il brutto e il grottesco son di moda, e le scritture riboccano di boia, di veleni e di mannaie. Mano dunque alla penna, anzi a cento penne; mano alla descrizione, in cui il secol nostro è così inventivo e prodigioso. Quindi il dramma, il romanzo o la tragedia (come volete chiamarlo) divenne più vivo e animato: Palermo teatro di orrende scene: le strade insanguinate, le case incendiate, le teste de’ medici galleggianti pel mare, perché ogni dramma dee aver le sue teste: quindi il Capo del Governo trucidato, perché una catastrofe al dramma era pur necessaria.
Tutto fu raccolto con estrema pazienza ciò che si era detto e non detto, ciò ch’era avvenuto e non avvenuto: ci furon morti, ci furon stragi, ci furon veleni, ci fu ancora la chiesetta (idea romantica!) dove si erano riuniti gli assassini al modo dell’ultimo canto della Gerusalemme, e dove fu accanito  il combattimento, e decisiva la vittoria pei soldati, quei soldati che grazie a Dio non ebbero qui fra noi occasione di tirare una fucilata.
Ma chi pensava allora tra noi a sì strani aborti di fantasia? Chi dolevasi di tante calunnie? Anzi che sdegno quell’effetto produssero che suole la vista di una ridicola farsa; e se ripetevansi egli era fra le risa e il contento; sì fra le risa e il contento, che già cessava il divino flagello. Agosto sorgeva con più lieti auspici. Affacciammo pavidi la testa dai balconi, come le rane di Esopo dopo la caduta del serpente fatale; e vedemmo le botteghe aperte, le piazze animate, le finestre spalancate, le belle testine affacciarsi con occhi sereni e tranquilli. Via i becchini, via i carri, via ogni tristo apparato di morte. 
Tanto avea fatto un mese di sventura, tanti affetti destati, tanti odî sbanditi; un mese era per noi un secolo, ma un secolo di pene e di sventure. Trentamila uomini eran caduti, il fior della bellezza, il fior delle lettere e delle scienze: Scinà, quel sole della nostra letteratura, Bivona il botanico, Palmeri lo storico-economista, Foderà il nostro Cuiacio, Greco il medico, Tranchina lo scopritore del nuovo sistema d’imbalsamazione, Costantini il poeta, Pisani, Di Giovanni, Riolo, ed altri tutti onore e decoro di questa nostra patria.

Vincenzo Linares: Maria e Giorgio o Il Cholera in Palermo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo devastata dal Cholera del 1837.
Nella versione originale pubblicata dalla Tipografia Lao nel 1838
Disponibile presso La Feltrinelli Libri e Musica
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Vincenzo Linares: Il timor panico. Tratto da: Maria e Giorgio o Il Cholera in Palermo

Il popolo, come vi ho detto, da che si sparse la nuova fatale fece orecchie da mercante, rimase incredulo alle buone ragioni, ai buoni consigli; emise anzi la sua sentenza: non esservi cholera. Ad accreditar la quale assai valse l’incertezza de’ medici, lo sfrenato gridare di alcuni anche fra loro, che gli era un mezzo di far danaro. Il sospetto corso di bocca in bocca, agitato e discusso in varii crocchi divenne una certezza: nè giovò a distruggerlo il fatto stesso, i cadaveri che passavano per le strade, lo sperpero generale, la morte d’illustri vittime. Fermo nel suo proposito spregiava la presenza del morbo, mangiava, beveva, rideva gridando:
- Vedete come si cura il cholera!
Io potrei contarvi più d’un fatto funesto, che seguì questa insana aberrazione di mente, ma allora dicevasi “È morto del vino, dello stravizzo.” Bel modo in vero di ragionare, che persuadendo gli eccessi trovava negli eccessi la causa del funesto avvenimento. La quale incredulità accrescendo la crapula non poco forse contribuì all’aumento del morbo. E questo era il minor male, perché in sostanza non si possono obbligare gli altri a pensare come volete; e se male faceano, lo faceano per sè stessi: il peggio fu che non si contennero allo stravizzo, ma scoppiarono in odio ed in sarcasmi contro i medici.
- Vedete questi dottori; ora vi danno un rimedio, ora un altro; ora c’è cholera, ora non c’è cholera; oggi è epidemico, domani è contagioso. Eh! gatta ci cova! Vogliono malattie, vogliono ospedali, chi sa che cosa essi vogliono!
Il morbo intanto, sebbene lentamente, cresceva e con lui altri mali non meno funesti. Tutto ad un tratto cessò il lavoro, cessò il commercio, l’annona rincarì, il monopolio fu nelle piazze: il popolo si vide privo di mezzi e di soccorsi. Quinci doglianze, quinci sinistri augurî e voci di spavento. Il popolo pria dominato da un cieco scetticismo, poi atterrito dalla miseria si diede in braccio a terrori di fantasia, al che contribuirono non poco le circostanze! Un teschio fu trovato nel cancello del Duomo, varii cartelli minaccevoli per le mura; qualcuno insolentiva per forza togliendo il pane ai venditori, di che la fama pel momento magnificava la violenza ed il numero: le quali cose operate da pochi, che volean pescare nel torbido, lungi d’incitare atterrivano. Nulla veramente di reo si macchinava, come il fatto istesso ha dimostrato, nulla era di positivo tranne il timore del disordine.
I magistrati della città, i sanitarî e la pubblica forza operavano dal canto loro con quella prudenza che i tempi volevano. Si chiudevano le case degli appestati, si portavano a lazzeretto le persone sospette, si promuoveva per quanto era possibile la salubrità e l’abbondanza delle vettovaglie: l’annona rincarita fu in sulle prime moderata, finchè diffuso poi il morbo, ruppe ogni freno l’ingordigia dei venditori: si profumavano le piazze e i luoghi immondi; si pubblicavano avvisi prescriventi un metodo più esatto di vita e misure di cautela. Fu raddoppiata la vigilanza, raddoppiata la pubblica forza, richiamata dalle provincie buona mano di soldati d’arme, gente di mal affare arrestata; punito solennemente quel solo che avea dato il mal esempio di rubare il pane nella piazza, con pronta pena se non approvata dal buon senso, certo dalle circostanze che erano difficili: le feste che chiamano folla di popolo proibite pel doppio oggetto della pubblica salute e della tranquillità pubblica: furon cacciati via i legni venuti da Napoli, ancorati al nostro porto. Le quali saggie e prudenti misure impedirono disoneste voglie e disordini; ma non bastarono a togliere l’agitazione degli animi che cresceva collo scorrer de’ giorni.
Ecco gli eccessi del popolo; poco avanti non badava ad un male presente, ora tremava di un pericolo futuro. Col cadere del giorno ventitrè parvero avverarsi i sinistri augurj. Come, quando e da chi, s’ignora; certo sorse una gran voce di scoppiato tumulto, sorse a un punto dall’uno all’altro lato della città. Quanti erano per le strade correvano a tutta furia, gridavano a piena gola, fuggivano come se la città fosse posta a ferro ed a fuoco. Invano gridavasi “è nulla è nulla” invano la pubblica forza sboccando da tutti i lati fermava i fuggenti, cercava di rianimare gli animi atterriti: fu generale il trambusto.
La pressa maggiore era, appunto, nel luogo ove si trovavano i nostri personaggi: ei si videro urtati e assordati da una moltitudine di persone, che scompigliata si aggirava per la chiesa. Ognuno faceasi avanti per gittarsi alla porta; qua peggio: gente di fuori, gente di dentro, quella irrompeva, questa lanciavasi, e nell’urto accresceva il terrore e lo scompiglio. 

Vincenzo Linares: Maria e Giorgio o Il Cholera in Palermo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo devastata dal Cholera del 1837.
Nella versione originale pubblicata dalla Tipografia Lao nel 1838
Pagine 163 - Prezzo di copertina € 16,00
Copertina di Niccolò Pizzorno - Elaborazione grafica: Maria Squatrito 
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Remo Bassini: Sa di antico il mio piccolo bar... tratto da Il bar delle voci rubate

Sa di antico il mio piccolo bar, è sotto i vecchi portici, nel cuore di questo paese, proprio vicino alla grande piazza dove si svolgono i comizi, si va al mercato oppure in Municipio, dove gli operai salgono sull’autobus che li porta nella zona industriale e dove la domenica la gente prima va a sentir messa nella maestosa chiesa di Santa Flavia e poi va a comprare i dolci della pasticceria Delrosso.
È un bar d’altri tempi, questo, con qualche trasgressione: un televisore, un telefono a gettoni, un biliardo e un vecchio flipper. Ma il banco è più vecchio di me, i tavoli e le seggiole son tutti di noce.
Per tanti anni mi sono fatto un sedere tanto: barista, cameriere, anche un po’ cuoco e naturalmente cassiere. Sempre solo. Tanto, troppo lavoro al mattino per le prime colazioni degli operai che vanno a lavorare in autobus per le otto, e che hanno fretta di caffè, cappuccini, mentre leggono la Gazzetta dello Sport. Va peggio nel primo pomeriggio, tra l’una e mezza e le due e un quarto. Mentre gli impiegati della banca che c’è qui, all’angolo tra la via principale e la piazza, trangugiano panini e insalate miste arrivano i primi pensionati che in piedi, consumano caffè aspettando che si liberino i tavoli per giocare a scopone tutto il pomeriggio. Tra le due e le due e un quarto vivo quindici minuti d’inferno: gli impiegati vogliono, e in fretta, il conto e il caffè, così possono sgranchirsi le gambe prima di rientrare in banca. E i pensionati, per lo più ex operai ed ex muratori, che non hanno simpatie per quei bancari vestiti bene e che masticano con la bocca chiusa, pretendono anche loro un trattamento veloce: vivono di ricordi, di partite a carte, di chiacchiere e tanta noia, ma non hanno tempo di aspettare. E, appena entrati, alcuni (diciamo i più) hanno un modo tutto loro di salutare: indicandomi la macchina del caffè. Corretti, normali o macchiati, in quel quarto d’ora ne preparo dai quaranta ai settanta, niente male per la cassa.
Ma preferisco la sera: meno incassi, ma perlomeno respiro, perché è la sera che c’è il giro di gente che piace a me.
Di giorno, anche se il lavoro è tanto, io comunque ascolto. Ascolto sempre. Quando mi avvicino ai tavoli per servire, le persone continuano a parlare senza badare a me. Raramente s’interrompono. Pare quasi che le persone siano convinte che io sia sordo, o che a me delle loro storie, delle loro confidenze, anche intime, non importi nulla. La mia riservatezza è un fatto scontato: del resto il paese è piccolo e la gente sa che bado ai fatti miei.
Non è così. Per un certo periodo della mia vita, quando restavo da solo, su un quaderno avevo preso l’abitudine di collezionare le “voci” che più mi colpivano.
Ho iniziato per gioco, per un quaderno a quadretti, con la copertina nera e lucida, nuovo, senza nemmeno un rigo scritto, dimenticato da una ragazzina che non conoscevo e che non avrei più rivista Aveva marinato la scuola, era chiaro. Con lo sguardo rivolto alla porta d’ingresso, aveva trascorso un’ora nel mio bar, col terrore che entrasse qualche viso noto, un parente, un professore.
In quel quaderno, inizialmente, avevo cominciato ad annotare le barzellette più divertenti che ascoltavo: le riscrivevo per non dimenticarle e, all’occorrenza, raccontarle. Ma questo non è mai avvenuto. Passai ad altro.
Volevo vedere se esistono risposte furbe alla domanda che quasi tutti fanno quando si vedono, anche a distanza di poche ore: «Come va?»
Così, nella terza pagina del mio quaderno, in alto e in maiuscolo, ho scritto il titolo: «Come va?»
Sotto, dovevano starci le risposte furbe. Quelle diverse. Fu un tentativo inutile. Feci solo un’indigestione di “Bene grazie”, “Potrebbe andare meglio”, “Facciamola andare”, “Così così”, “Va!”, di “Non c’è male”, “Insomma”, di (tantissimi) “Finché c’è la salute”, di (qualche) “Va di merda.” Era destino che in quella pagina, sotto quel titolo, dovesse restare solo dello spazio bianco. Del resto anch’io una risposta furba non l’ho ancora trovata. Faccio parte della categoria di chi dice “Insomma.” Insomma, fiato sprecato.

Remo Bassini: Il Bar delle voci rubate. Romanzo. 
Pagine 171 - Prezzo di copertina € 16,00
In copertina: Danae e la pioggia d'oro di Lorena Fonsato.
Elaborazione grafica copertina: Maria Squatrito
Disponibile presso La Feltrinelli Libri e Musica
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Liliana Segre: E fummo nel carcere di San Vittore... - Tratto da: La civile indifferenza. Le parole di Liliana Segre fedelmente raccolte e trascritte dalle sue testimonianze

Nata e cresciuta a Milano, ero andata tante volte in piazza Aquileia in bicicletta, e il carcere l’avevo sempre visto da fuori, come è normale che si faccia, senza mai pensare a chi stava dentro.
Beh devo dire che vedere la piazza Aquileia da dentro, e vedere il tram che gira, è diverso... è molto diverso.
Non avrei mai pensato di vederlo da dentro.
Ma ricordo il sollievo immenso di quel momento in cui capii che non sarei stata divisa da mio papà.
Ero felice.
Forse è una bestemmia quella che dico.
Un raggio del grande carcere di San Vittore era adibito agli Ebrei che arrivavano rastrellati in tutta l’Italia del nord. Era uno dei punti di raccolta. Quando entrammo io e mio papà c’erano circa 200 persone. Poi si doveva arrivare a vederne 600 o 700 perché si formasse un convoglio per la deportazione. La sorpresa di essere insieme fu straordinaria.
L’unica «fortuna» di questa storia è che io l’ho vissuta da figlia, perché farlo da genitore penso che sia assolutamente insopportabile. Mio papà non poteva tornare vivo da questa esperienza, non era pensabile. La sua sofferenza fu tale, fu terribile, che non potrò mai dimenticare i suoi occhi.
E quella cella n. 202 del quinto braccio adibito agli ebrei fu l’ultima cameretta, piccola e povera cella, vuota di tutto che non fossero una branda e un pagliericcio dove stava mio papà per terra e un secchio per i bisogni, che io divisi con lui.
Fu l’ultima casina.
Come si fa a essere arrestati?
A essere in attesa della deportazione? E tu milanese, sei dentro il carcere della tua città perché sei colpevole d’esser nato.
Le giornate erano sospese, in attesa di quello che poteva succedere e che non sapevamo.
La Gestapo portava via gli uomini, due, tre volte la settimana per degli interrogatori, terribili, feroci. Sapevo quello che succedeva da quanto raccontavano quelli che poi uscivano...  Picchiavano, torturavano... Volevano sapere dove erano nascosti amici, parenti, dove erano i nostri soldi, il numero del conto corrente bancario, dove erano i nostri beni. Veniva messa completamente a nudo una persona, e doveva dire quello che era.
Io restavo sola in quella cella.
A tredici anni non si è più piccoli ma non si è ancora grandi. Si è così estremamente sensibili, si è così proiettati verso la vita futura, che sembra manchi un secolo a diventare grandi ma non si è più piccoli. Si è così esposti al bello e al brutto della vita...
La solitudine di quella cella.
Solo delle parole, delle scritte graffite di quelli che erano passati prima di noi da lì, e che avevano lasciato addii, firme, bestemmie, benedizioni, maledizioni. Erano scritte che imparavo a memoria e che mi facevano compagnia.
Non avevo un libro, non avevo una spalla su cui piangere, non ero religiosa.
Aspettavo.
Non ho mai dimenticato quelle ore.
Diventavo vecchia, vecchissima. Lo racconto sempre ai ragazzi, ai miei nipoti ideali di come si può diventare vecchi in un giorno, in una settimana.
E lui tornava, dopo un’ora, due ore.
E io lo abbracciavo senza parole.
E non ero più la sua bambina, ero la sua mamma, ero sua sorella.
Aveva bisogno di me.
Aveva un bisogno enorme.
Mi chiedeva scusa di avermi messa al mondo, era tremendo sentirsi dire una cosa simile.
Era tremendo.
Ci abbracciavamo.
Non mi raccontava niente. Aveva le occhiaie più profonde...
È importante stringersi ai propri genitori, perché non sono sempre fortissimi, non sono sempre vincenti. I genitori possono essere deboli, possono avere bisogno del nostro aiuto, possono essere dei perdenti così come era il mio meraviglioso padre. Lui nel mio ricordo è struggente come un figlio perduto, ora che sono vecchia. 

La civile indifferenza. Le parole di Liliana Segre fedelmente raccolte e trascritte dalle sue testimonianze. A cura di Anna Squatrito
In appendice i testi delle leggi razziali a partire dal 05 settembre 1938 e le foto dei giornali dell'epoca. 
Pagine 176 - Prezzo di copertina € 13,00
Copertina di Maria Squatrito. Foto in copertina: Maria Luisa Lamanna. 
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica
Disponibile online su Amazon, Ibs e tutti i siti vendita
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

mercoledì 12 febbraio 2020

Romanzi storici editi I Buoni Cugini editori che narrano il Cholera del 1837

Luigi Natoli: I morti tornano...
Siamo a Palermo. L'anno è il 1837. Il periodo è turbolento. I tentativi di cospirazione antiborbonica sono complicati dall'insorgenza di una grande epidemia di colera che miete vittime in maniera spaventosa. L'ambientazione storica, il contesto politico e sociale, la tragedia dell'epidemia sono abilmente descritti da Natoli all'interno di questo romanzo appartenente alla letteratura del contagio insieme alle celeberrime opere de "I promessi sposi" di Manzoni e "La peste" di Camus. 

Ne "I morti tornano..." Luigi Natoli lascia parlare da sole le miserie dell'uomo legate al dolore, alla fedeltà, all'onore, all'ira e tutte le altre pulsioni umane che, imbrigliate nelle maglie di una rete di un ineluttabile destino imposto dalle convenzioni, degenerano nella distruzione e nella pochezza dell'animo umano, non più libero e non più nobile. Una storia che proprio nel momento in cui sembra intorcinarsi dentro i canoni del più classico e banale feulleitton, effettua una nuova e inattesa virata rivelando la sua vera natura: quella - appunto - di una storia nera; anzi nerissima. E lo fa togliendo la speranza su tutto, tracciando un vero Noir. Un grande Noir storico. 

Massimo Maugeri
Prezzo di copertina € 22,00
Nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 21 gennaio 1931


Vincenzo Linares: Maria e Giorgio o Il Cholera in Palermo
Maria e Giorgio o il Cholera in Palermo è un romanzo storico di Vincenzo Linares scritto all’indomani dell’epidemia del terribile morbo che nel 1837 flagellò la Sicilia e in particolare Palermo, portando con sé nel solo capoluogo 27.604 morti. All’inizio si credette che il cordone sanitario predisposto dal Pretore della città avesse impedito l’entrata del colera ed in effetti per tutto l’autunno e l’inverno non ci furono problemi, ma poi alla fine della primavera, una caldissima estate favorì la diffusione della malattia e subito cedettero le organizzazioni preposte al contenimento del morbo, e gli annosi problemi igienici della città facilitarono l’incontrollata strage di cittadini contando circa 1.800 morti al giorno. In questa ambientazione drammaticamente fedele alla realtà, Linares narra di due giovani cuori, Maria e Giorgio, osteggiati nel loro amore dagli interessi di gente senza scrupoli, ma il vero motivo della scelta dell’autore di concepire un romanzo così strutturato era solo quello di poter descrivere la città di Palermo, stretta nella mano dell’orribile malattia con tutte le sue inefficienze, miserie, speranze ed atti di eroismo disinteressato. Da sopravvissuto al colera, Linares riporta il suo lucido ricordo di quei giorni, carichi di dolore, paura, viltà, e attesa, e sebbene stemperato dal feuilleton, il romanzo rappresenta un caposaldo della cosiddetta letteratura “da contagio” insieme a I promessi sposi di Manzoni, I morti tornano… di Luigi Natoli o dell’ancor più moderno La peste di Albert Camus. Ma il romanzo di Linares va ancora oltre, infatti, basterà leggere il brano qui di seguito riportato per farsi un’idea precisa delle mirabili intuizioni del narratore siciliano. Lasciate i dubbi e i timori, la civiltà grida più potente della ragione, lasciate i vecchi usi. Or che i miracoli del vapore si diffondono per tutto il mondo, restate anche voi nel mondo, aprite i vostri porti. Che vi conturba? Il cholera! Vili! Gli uomini cadranno è vero, cadranno migliaia di vittime, ma entreranno migliaia di zecchini. Il commercio la vinca una volta sulle vite, le cose sulle persone; non si spegnerà l’umana razza, s’aumenterà a pubblica ricchezza. Aprite i vostri porti. E l’ammirabile dottrina si spargeva come per incanto dall’uno all’altro polo. 

Prezzo di copertina € 16,00
Nella versione originale pubblicata dalla tipografia Lao nel 1838

Disponibili 
Presso La Feltrinelli Libri e Musica - Via Cavour 133 - Palermo
On line su Amazon, Ibs e tutti i siti vendita
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 




Vincenzo Linares: Effetto di civiltà. Tratto da: Maria e Giorgio o Il Cholera in Palermo

Poco dopo all’uscire dal giardino mi fu nota la cagione di quel bisbiglio, di quello spavento. Era il sette giugno, e il formidabile malore, che da venti anni percorre l’Europa, scoppiava inopinatamente a disertare la bella Palermo. Due miserabili marinari (Angelo Tagliavia e Salvadore Mancini) giacevano i primi sul letto di morte: il perché lo spavento e il bisbiglio prendevano un carattere più generale ed aperto a misura ch’io mi veniva raccostando alla città. La folla si avviava al quartiere della Kalsa; colà si alzavano profumi, si affaccendavano colà guardie, soldati, medici, magistrati, e un codazzo di popolo più incredulo che atterrito dal presente pericolo.
- È dunque vero? – dicevano cento e mille voci.
- Poveretti!... non si riconoscono!
- Son morti di cholera!
- Di cholera?
- Ma che cholera!
- Son vivi!
- Dagli a bere un bicchieretto di quello... eh! staran bene!
- Gli ammazzano con quei profumi, gli ammazzano!
Queste cose e molte altre correvano per le bocche di coloro che stavano lontani dalla scena; gli altri, che erano nella strada, si affollavano alla porta della casa senza cautela, senza cautela entravano dove giaceva uno degl’infelici già fatto cadavere, ne toccavano le vesti ed anche il corpo; e non vedendo i terribili segni indicati da’ medici, nè uscirne cosa che potesse al momento farli pentire dell’atto sconsigliato, scoppiavano in iscrosci di risa. Alcuni si affrettavano temendo la burrasca di trasportar casse, mobili, tavole e che so io.
- Il medico, il medico!
Tutti voltarono gli occhi alla porta, tutti si fecero da canto: entrò il medico, anzi non entrò, restossi avanti la porta a dieci palmi (misura legale!) del cadavere, fissò gli occhi spalancati sul letto di morte, guardò meglio con la lente per due minuti, fece una contorsione di labbra, gittò un largo fiato dal naso, si pose un fazzoletto alla bocca, e via. La qual cosa fu motivo di risa e di spavento nella folla.
- Vedesti? gli è fuggito!
- Dunque è cholera!
a strada intanto fu cinta di guardie, chi era dentro restò dentro, uomini, donne, vecchi, giovani, novanta circa, la gente di fuori in parte si disperse, in parte restò con animo di vederne la fine. I magistrati davano forti provvedimenti, una commissione medica si preparava a fare la sezione de’ cadaveri. Furono questi portati di notte al Lazzeretto e distesi sopra uno scoglio. La commissione a dieci palmi di distanza (misura legale!) osservò i cadaveri con cannocchiali e con lenti, un chirurgo li tagliò non per amore dell’arte ma pel caro suono di trecento ducati. Fu deciso ch’eran forti i sospetti del cholera.
Quando la nuova se ne diffondeva per la città, e più certa giorni dopo per altri casi avvenuti, furon varii i pareri quanto gli uomini, varie le voci quanto le lingue; chiudevansi le porte dell’Università; disertavansi i collegi, i licei, le scuole; non echeggiavano più di bei concerti le volte del Carolino. Oh come cangiò ad un tratto l’aspetto della città! Come sparirono e i volti ridenti, e il romore de’ cocchi, e l’allegra veduta del Foro borbonico! L’infernale parola girava per tutte le bocche, risuonava per tutte le orecchie, prendeva tutti gli aspetti fra i fantasmi del timore, fra i motteggi, fra gli scherzi, fra le dispute solenni. E in mezzo a tante diverse passioni il volgo incredulo sprezzava i fantasmi e i timori.
- Effetto della crapula! – gridava, – effetto del vino!
V’era qualcuno più saggio che diceva come ora scrivo;
- Effetto di civiltà!
Vincenzo Linares: Maria e Giorgio o Il Cholera in Palermo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo devastata dal Cholera del 1837.
Nella versione originale pubblicata dalla Tipografia Lao nel 1838. Postfazione del dott. Rosario Atria.
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Prezzo di copertina € 16,00
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica
Disponibile on line su Ibs, Amazon e tutti i siti vendita online.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 


martedì 28 gennaio 2020

Salvatore Cuccia:Era la fine del mondo. Un soldato siciliano nella Grande Guerra

Dalla premessa di Salvo Cuccia, regista e nipote dell'autore. 
Dopo decenni di racconti a parenti, amici e familiari, tra il 1968 e il 1972 mio nonno Salvatore scrisse le sue memorie della Prima guerra mondiale in tre stesure e appunti sparsi. Pragmaticamente aveva deciso di dar vita a tutti suoi ricordi nero su bianco e si mise a scrivere per quattro anni, iniziando esattamente a 50 anni dalla fine della guerra. Ricordo che stava tra la cucina e il salone di casa sua a rimettere insieme quei pezzi di memoria, con la consapevolezza di chi vuole lasciare ai propri cari una testimonianza di vita vissuta. Anche se i suoi cari allora sembravano già estenuati dalle versioni orali, sentivo a volte mio padre o i miei zii dire che il nonno stava continuando a scrivere e dunque c’era un interesse attorno a quell’atto storico e stoico. Io ricordo che il nonno era orgoglioso di scrivere il suo diario della Prima guerra mondiale. Era lo stesso orgoglio che ogni 4 novembre lo portava insieme ai suoi coetanei a commemorare i caduti di quella guerra disgraziata, vissuta tra il fango, la neve, il ghiaccio e le bombe...

Salvatore Cuccia: Era la fine del mondo. Un soldato siciliano nella Grande Guerra. 
Premessa di Salvo Cuccia, nipote dell'autore e regista.
Prefazione di Santo Lombino, direttore artistico del Museo delle Spartenze. 
Prezzo di copertina € 10,00
Disponibile presso La Feltrinelli libri e Musica
Disponibile su Amazon, Ibs e tutti i siti vendita online. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Salvatore Cuccia: Sul Carso si muore sotto i bombardamenti... - Era la fine del mondo. Un soldato siciliano nella Grande Guerra

Vita da cani, anzi per portare l’acqua per bere in linea la portavano i cani chiamati San Bernardo, una piccola bisaccia con due bidoncini per ogni cane, e l’accompagnava un soldato. Nevicava sempre, i muli non potevano portare viveri alle cucine. Allora ebbimo ordine di sbucare per sotto la neve facendo una galleria larga due metri altrettanto alta, noialtri nelle scarpe avevamo grappetti di ferro per non scivolare nel ghiaccio e i muli i rampini nei ferri, la neve dove 5 metri dove 10 e posti di più, perché anche che non nevicava c’era la tormenta, un forte vento che la neve delle alture la portava nella valle che la neve era asciuttissima come polvere.
Una sera ebbimo ordine in trincea di trincerare sotto la neve e fare delle gallerie che si diceva che gli Austriaci stavano facendo una galleria per venire all’assalto di sotto la neve, e noialtri sbucavamo e riempivamo il telo da tenda e con una corda tiravamo il telo da tenda, e come tante bestie portavamo la neve fuori... dovevano mettere qualche sentinella lì sotto. Volevano che si lavorava dalle ore 19 alle 4 la mattina, ma noi non potevamo resistere fino a mezzanotte l’una, e ritornavamo nella baracca sempre per mezzo di una galleria al buio, che qualche volta davamo la faccia in un muro di neve, significava che la galleria era già crollata, e di notte ritornavamo indietro e prendere allo scoperto, che ogni tanto ci rotolavamo in mezzo la neve.
Quanti poveri soldati se ne andavano all’Ospedale con i piedi congelati, una mattina scendevano da monte Croce 22 alpini, una valanga di neve se li è inghiottiti a tutti, ma dove andarono a finire non si sa.
Finalmente l’otto Febbraio del ’17 siamo scesi, abbiamo respirato, ma dove ci portano? Intanto ci portarono sul Carso, aimè era meglio che ci lasciavano in Carnia, e no qua.
Noialtri del ’97 vedevamo a quelli anziani che avevano stato sul Carso e gli occhi ci lagrimavano, dicevano
«Sul Carso si muore sotto i bombardamenti.»
E noialtri ragazzi ci facevamo più piccoli. Intanto ci portarono sul Vallone di Opacchiasella, al di là di San Michele, il fronte più pericoloso. Da Palermo eravamo io, Vaccaro Nunzio da Palermo, che al ’68 mi cercò per mezzo di giornale, e già ci siamo visti e siamo in corrispondenza, Carlo Giammarresi da Bagheria, e un certo Potenzano, questi tre eravamo al 3° Reparto zappatori. Vito e Marco erano in compagnia. Dopo giorni ci portarono in linea (Dosso Fajti Dollina Pinerolo) posti bruttissimi, spesso arrivava qualche granata, ma peggio erano i 420 che come scoppiavano, saltavano massi in aria, e quanti soldati morivano.
Prima di arrivare al Fajti in una galleria c’era piazzato un cannoncino nostro che era del 75 oppure 105 non so, gli Austriaci spesso ci sparavano col 420, e prendevano parte a destra parte a sinistra, ma una mattina presero in pieno quella galleria, e saltò in aria, dovete premettere che c’era più di quattro metri di roccia, e saltò tutto in aria, e cannoni e soldati restarono tutti seppelliti.
Noi Zappatori lavoravamo sempre la notte, a giustare retticolati e trincee, il giorno andavamo a dormire dentro una galleria, di sopra scolava acqua e di sotto acqua, e mettevamo sopra dei teli da tenda e sotto legna e ci buttavamo di sopra come tanti porci.
Una mattina ritiratici dal lavoro siccome non si poteva resistere dai pidocchi, sette soldati ci siamo messi dietro un cocuzzolo a spidocchiarci, in questo mentre scoppia una granata nemica e quei sei compagni tutti feriti chi grave e chi meno grave, io in mezzo a loro rimasi illeso, mi ricordo un Napoletano della mia classe si abbracciò a me
«Cuccia sto morendo.»
Mi fece più impressione di tutti, intanto si portarono al pronto soccorso ma non ho saputo più nulla, questo Napoletano era più bello di tutti, bianco in faccia. 


Salvatore Cuccia: Era la fine del mondo. Un soldato siciliano nella Grande Guerra.
La testimonianza di Salvatore Cuccia, soldato siciliano di Villafrati che avendo vissuto la Prima mondiale scrive la sua esperienza in un memoriale, oggi pubblicato da I Buoni Cugini editori. 
Premessa del nipote e regista Salvo Cuccia, prefazione di Santo Lombino, direttore artistico del Museo delle Spartenze di Villafrati. 
Prezzo di copertina € 10,00 
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica
Disponbile su Amazon, Ibs e tutti i siti vendita online. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it