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domenica 6 ottobre 2019

Ivo Tiberio Ginevra: Gli assassini di Cristo

In una versione "riveduta e corretta dall'autore" ritorna "Gli assassini di Cristo" di Ivo Tiberio Ginevra. La nuova pubblicazione è impreziosita dai fumetti di Niccolò Pizzorno che, cogliendo le scene più intriganti del romanzo, le illustra al termine di ogni capitolo, dando un volto e una personalità al commissario Falzone, al vice-questore Bertolazzi e agli altri personaggi.
"Il libro si apre con una furia iconoclasta che pervade una città della Sicilia, ma non siamo nella prima metà dell'ottavo secolo, bensì all'inizio del terzo millennio... pare incombere una guerra di religione, non dichiarata da nessuna autorità religiosa, non voluta, ma capace sotterraneamente di impossessarsi dell'anima di alcuni uomini fino al sacrificio e al delitto. Il giallo marcia a ritmo incessante: nel clima assolato della Sicilia si contendono la scena gruppi di integralisti islamici, teppisti, preti e commissari... avviliti da una costante minaccia di trasferimento. Il libro non è solo un giallo avvincente, diventa unaa analisi sulla simbologia cristiana e pone una riflessione sulla convivenza religiosa e umana tra gli uomini" (Francesco Zaffuto)
Copertina e fumetti all'interno del romanzo: Niccolò Pizzorno
Elaborazione grafica copertina e disegni: Maria Squatrito 
Pagine 308 - Prezzo di copertina € 18,00
Disponibile su Amazon Prime al link 
https://www.amazon.it/Gli-assassini-Cristo-Tiberio-Ginevra/dp/8899102600/ref=sr_1_2?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&keywords=gli+assassini+di+cristo&qid=1570381149&sr=8-2
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it con lo sconto del 15% al link
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https://www.ibs.it/assassini-di-cristo-libro-ivo-tiberio-ginevra/e/9788899102609

venerdì 3 maggio 2019

Benedetto Naselli: il bandito Pasquale Bruno. Tratto da: I misteri di Palermo

Il solo lettore non la conosce per esteso sin’ora, ma da’ brani forse nel presente volume dettati, avrà potuto farsene una idea, e quale noi non la sappiamo. Perché non farnetichi però o vaneggi ne’ possibili a concretare un raziocinio sulla persona di Pasquale gliene daremo or ora i connotati.
Nato da onesti e agiati genitori in Corleone a trenta miglia lontano dalla capitale, il suo animo era cresciuto libero in mezzo alla campagna, educando il corpo a tutti quegli esercizi che lo rendono robusto ed atletico. Giunto all’età della ragione, divenne il giovine il più forte, il più generoso e il più sensibile nello stesso tempo della contrada. A Pasquale non potea dirsi il voglio, perché era fiato perduto, colle buone invece e colla persuasiva denudavasi sin’anco se occorreva. Appena maneggiato il fucile parve il più valente tra’ cacciatori, e non avea uguali o compagni a snidare una lepre, a scovacciare un coniglio, a perseguir selvaggiume. Questa passione predominavalo grandemente, ed aveasi fatto un nome gigante pel contado. Un giorno cacceggiando si era impostato in una tenuta guardando un cignale. Da lì a non molto sopravvenne un’autorità del paese, accompagnato d’adulatori e cortigiani e pretendeva ceduto il posto: Pasquale si negò, quegli insistè, qualcuno si fece lecito alzargli sopra le mani. Rabbioso dello sfregio e della vergogna ammaniva il fucile; ma fu trattenuto afferrato e tradotto in carcere. Soffrì lunga prigionia, e quando fu libero smaniava di vendetta. L’autorità intanto lo vegliava e lo pedinava, e ad ogni piè sospinto, buscavasi il carcere e la persecuzione. Alla fine Pasquale non ne volle dippiù, e giurando eterno odio ai soprusi dei prepotenti cominciò collo scannare il suo persecutore, e fuggendo darsi alla vita nomade e raminga.
Vivente il padre non abbandonò le contrade della terra natale, ed ebbe sempre fortuna a non cadere in prigione; morto quegli se ne allontanò, esulando altrove la vita tra gli stenti della fame e i sussulti della persecuzione, che dopo il fallo erasi ringagliardita.
Cominciò quindi a darsi al furto ed al saccheggio, ma non rubava già o saccheggiava negli averi e nelle sostanze chi n’era scarso, o limitato, sivvero i facoltosissimi, i doviziosi, i nobili infine, e dove trovava urto o reazione scannava a dirittura senza misericordia; e col danaro poi dal furto ritratto e qualche volta di sangue bagnato, sollevava il miserabile, leniva la sciagura, confortava l’afflizione, ed il suo nome divenia giorno per giorno gigante e formidabile, come quello di Golia. I suoi persecutori lo sentivano con ispavento, e i beneficati con amore e con gratitudine. Alla perfine dopo varî tentativi e rimostranze una taglia considerevolissima fu imposta alla sua testa. Ma egli non la temeva già, chè non avea nè amici nè compagni a tradirlo, ed i suoi fidi erano tre soli alani, che dividevano sempre con lui i pericoli delle zuffe e i favori della vittoria.
Una giornata Pasquale fu inteso che un capo bargello per oscene voglie di amorosa passione perseguiva furente un povero ed onesto villanello. Egli lo pedinò, l’appostò, e quando gli fu sotto, tolse con una fucilata l’innamorato e il persecutore.
Altra volta un pubblico funzionario sordo ai moti della giustizia, intento solo allo scroscio dell’oro, tradendo infamemente i suoi doveri, spogliò d’una fortuna un miserabile orfanello, ingrossando gli scrigni del tutore: ebbe guiderdone competente nel pugnale di Pasquale. Questi fatti così pubblici ed eclatanti lo aveano reso sì popolare, che niuno ardiva farsene delatore; ed egli acquistando fama sulla moltitudine, ne profittava dei favori, talchè quante spedizioni tentò a suo danno la giustizia tornaron privi d’effetto, e Pasquale ogni giorno acquistava nome e prestigio, e mettea mano su tutto e su tutti, minacciando e castigando quanto per loro male opere capitavan sotto i suoi sguardi.

Pasquale avea già fatta la sua professione di fede. Egli nato libero in mezzo alle campagne, educato alla buona fede ed alla campestre morale, forte nell’animo e di maschi pensamenti, ch’erasi visto alla perfine dalla prepotenza perseguitato e ridotto com’era a camparsi la vita per boschi e per dirupi, disonorato in faccia al mondo, con un nome pieno d’onta e di vergogna, avea fatto proposito, non retrocedere d’un passo sulla sua via, e fidar tutto all’evento. Egli erasi ben persuaso che un giorno l’altro dovea finirla in un attacco o sur un patibolo, e cercava contrapporre alla infamia di un nome che la società suo malgrado aveagli buttato in faccia, la più costante, la più ferma, la più permanente persecuzione contro il prepotente, sollevando il povero coll’oro del ricco, tranquillando la vergine colla morte del seduttore, sollevando l’onestà col prostrare ed abbattere il vizio e le turpitudini.
Ed in questo pensamento occupavasi tutti i giorni, cercando sin’anco da per se solo sventure a lenire, desolati a confortare, soprusi a combattere, senza che per niente in questo entrasse la propria tranquillità o il bene proprio, ma per elezione, per proponimento.
La generosità adunque e le ricchezze del principe di B... eran di pascolo alle sue mire, né volle ad ogni costo abbandonare la sua vita, attaccata com’era a tanti proponimenti, con una fuga oltremare, o limosinando una grazia, che ove fosse stata generosa, offrivagli sempre una catena al piede.
Egli adunque amava il principe come a padre puossi amare; e questi rispondeva con affetto fraterno…


Benedetto Naselli: I misteri di Palermo.
Nella versione originale pubblicata presso Francesco Abate nel 1852
Prezzo di copertina € 21,00
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su Amazon Prime
Disponibile presso Librerie Feltrinelli. 
Nella foto: Disegno di Niccolò Pizzorno, che così lo immagina nella copertina di "Pasquale Bruno" di Alexandre Dumas pubblicato nella stessa collana.

Benedetto Naselli: La Vicaria. Tratto da: I Misteri di Palermo

Di fronte alla piazza marina a Palermo, sorge un bellissimo fabbricato di stile toscano a tre piani, vestito di stucco lucido, guardate le finestre da verdi gelosie e adorno il vestibolo da uno spaziosissimo portico ricco di colonne, d’intagli, arabeschi, con lo stemma reale nel centro, e chiuso da una ricchissima inferriata fusa a fantasia. Ai lati sorgono due smisurati candelabri dello stesso metallo, lavorìo dei nostri artigiani e delle fonderie nostre.
Sul frontone del portico a lettere di rame dorato leggesi  “Reali Finanze”.
Questo palazzo fu eretto nel 1578, e poi fu destinato a servire per le pubbliche prigioni, e prendea nome di Vicaria (14). La sua forma era quale osservasi tuttora, ma la sua figura era ben diversa. Allora non sorgeano colonne scannellate a sorreggere l’ampiezza del portico ma invece aprivasi un meschinissimo portone raccomandato a due o tre ordini di grate di ferro, e grate di ferro spesse e replicate stavano in luogo delle attuali linde e leggiere gelosie. Allora non eranvi candelabri e colonnette e intagli ed arabeschi, ma due sole fontane di marmo ad uso pubblico, e qualche lapide su cui, leggevasi il nome di Diego Enriquez de Guzman conte di Albadelista. Al portone, alle grate succedevano il cortile e le scale quali osservansi tutt’ora se non che meno linde e luride, come più triste e più barocco era l’insieme del palazzo, e parea che anco l’architettura contribuisse alla laidezza del locale, alla squallida miseria di un buon migliaretto di delinquenti ed inquisiti e condannati di tutte le forme, di tutti i modi, di tutti i delitti. Quel fabbricato era un osceno contrasto, tra la imponenza del nostro Toledo e la meschinità e luridezza della sua forma, una anomalia topografica per dir così, un errore di scopo.
Quella sera che Pietro e Luigi furono arrestati come il lettore conosce, dopo un lungo interrogatorio sostenuto in presenza del capitano d’arme in persona che per forza o per amore volea farne di quei due disgraziati i compagni di un fuor-bandito come diceva, verso la mezzanotte furono condotti alla Vicaria, e posti separatamente a carcere duro, volgarmente detto fra noi camera serrata.
Queste prigioni, o a meglio dire questa specie di sepolture, erano di forma bislunga, ed alte pressoché la statura regolare di un uomo. Aveano un piccolissimo pertugio che malamente chiamavasi finestrino a discapito della nostra filologia e della nostra architettura, e vi si entrava da una stretta e bassissima porticina, raccomandata a due o tre buonissimi chiavistelli e catenacci. Una luridissima stuoia per terra che rigurgitava acqua, inzuppata com’era da una soperchiante umidità, facea le funzioni di letto, ed un accurato lavorio di ragno suppliva alla coltrice. Altri mobili non ve n’erano, che l’angustezza del locale nol permetteva mica.
Il lettore visiterà con noi uno a uno i nostri due sventurati amici.
Luigi, anco nel suo dolore fu colpito a tal vista, e facendosi puntello colla mano sinistra alzossi dalla sua positura e lesse.
“Infelice colui che in questa terra non seppe ispirare che odio, ma infelicissimo quegli che abbisogna della pietà altrui – settembre 179..” e al fianco: “I costumi non si migliorano con una legge penale, e chi tutto tende a riformare, nulla riforma – 18...” Queste poche righe erano dell’istessa mano e scritte a lapis e ricalcate. Più sotto, poi vidde incisi i seguenti versi, ed erano incisi e non altrimenti, e non col bulino o qualche altro strumento dell’arte, ma con un semplicissimo chiodo.
E tanto valse il tremito
Di un scellerato male
M’eran sì diri i palpiti,
Ch’esterrefatta, e frale
L’alta possente e provvida,
Natura ammutolì.
D’atra bufera al fremito
Per se tremaro i figli, 
A’ padri ansanti esanimi
Mancarono gli ausigli,
Fu visto un tetto accogliere
Chi visse, e chi morì.

La poesia era continuata, ma vedeasi cancellata e rotta dalla umidità, e del suo seguito, non leggevansi che altri due versi:
D'accatastate vittime
Morte trionfa, e sta.
E sotto 18... Era forse la cifra del millesimo, ma non poteasi leggere il rimanente mancamento non procacciato dalla mano del tempo, o dalle gocciolature dell’acqua, ma dal pentimento forse o dal proposito dell’autore.
Il lettore che ci ha seguito fin qui nel nostro fastidioso cammino, che noi a malincuore abbiamo segnato, dolorando i casi e le vicissitudini di tanti esseri infelici, avviliti, dimenticati ed insultati, sentirà forse ribrezzo dell’abbrutimento, al quale si riducono questa classe d’uomini che il delitto e l’educazione ha tratti in quel cerchio vizioso. Se il suo cuore non si sente forte abbastanza da accompagnarci sino alla fine salti se il vuole a pie pari queste poche pagine; che non per questo la nostra storia sarà monca o divisa.
Noi epperò lo ripetiamo ancora una volta il nostro scopo è quello di svertare dall’occulto, vizî e virtù, magnanimità e delitti, onde per vie indirette si arrivi ad immegliare almeno sin dove si può la classe di tutti quegli infelici, che dondunque partano, sono sempre gli stessi, persuasi che a malgrado tutti quanti gli sforzi della filantropia e delle speculazioni umanitarie ce ne saranno sempre: il solo numero potrebbe esser diminuito, e questo sarebbe assai speranza lusinghiera per chi sparge pel bene pubblico sudori e voti. 


Benedetto Naselli: I Misteri di Palermo
Nella versione originale pubblicata presso Francesco Abate nel 1852
Prezzo di copertina € 21,00
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile su Amazon Prime
Disponibile presso Librerie Feltrinelli 
Nella foto: La Vicaria del pittore Umberto Coda

Benedetto Naselli: I Misteri di Palermo

Come i romanzi dei "Misteri" scritti da vari autori per ogni città, i protagonisti vivono tutti nello stesso luogo: "scendendo sulla diritta del piano di S. Teresa, succede un magnatizio palazzo, e dalle spaziose sale, che fan bella mostra del gusto e della squisitezza dei nostri tempi andati… soprastanno al frontone d'una delle molte entrate le armi gentilizie della illustre famiglia a cui appartiene. 
Soprastanno al frontone d’una delle molte entrate, le armi gentilizie della illustre famiglia a cui pertiene. Al cominciare del presente secolo, di costa a tal palazzo, e propriamente in una viuzza che lo fiancheggiava, esistiva una casa di modesta apparenza a due piani ove si alloggiavano due famiglie cadute nell’infortunio e nelle meschinità, al pianterreno un giovane scultore colla madre, ed in soffitta due incogniti, due anonimi come direbbesi, due esseri misteriosi, due di quegli uomini infine, che escono la mattina per ritirarsi la sera, che non sono mai dimandati, che non si vedono, che sono la smania delle male lingue del vicinato, stizzantesi in tali occasioni a non poter mormorare ad occhi veggenti sul loro conto…
Il pianterreno del palazzo, abitato dallo scultore, componevasi di una sola stanza. A destra dello entrare, un  focolare in pietra, e per una scaletta di legno si saliva ad un mezzanino che ricevea la luce dalla stanza istessa. Ivi erano riposti due meschinissimi letti con pagliericci, l’uno per Genoveffa madre dello scultore, l’altro per lo stesso... 
Nella casa, al di cui pianterreno abitava il nostro Luigi, al primo piano lavorava un giovine pittore, ed al secondo la vedova con la famiglia di un impiegato morto da parecchi anni. In soffitta, come il sapete, nascondevansi Odoardo e Maria unitamente al vecchio Tom.
Il pittore chiamavasi Guglielmo. Era un uomo a trentacinque in su i trentasei anni. Magro e snello, con una bella capigliatura castagna e due occhi nerissimi che luccicavano come stelle. La di lui famigliuola componevasi di una buona moglie, vero tipo delle oneste madri di famiglia, e tre bambinelli, dei quali il più grande contava allora sei anni, e l’ultimo poppava. La casa non avea che due sole stanzette e una cucina. Il buon Guglielmo era figlio dell'arte…"
Accanto ai protagonisti ruotano altri personaggi non meno importanti, come il principe di Butera "il Principe di B... di cui abbiamo sin dal bel principio descritte la casa e la corte, era ben differente fra quanti avea compagni di stato e di fortuna. Egli era buono... ma il di lui cuore potea menomarne gli abusi e lenirne le pene, abbatterli no davvero, che niuno pensò mai scapitare in dritto o in fatto dalle avite pretese delle antiche usanze…" e il bandito Pasquale Bruno, già noto nell'omonimo romanzo di Alexandre Dumas (padre) che nel corso del romanzo assume sempre più la parte di co-protagonista. "Da bel principio credettero esser soli; ma poi fecersi accorti, che al fianco della porticina dalla quale era uscito chi li avea condotti, sedevasi un uomo, una specie di villanzone, vestito di velluto con una berretta nera posata sulla gamba sinistra. E Pietro seguitava a contemplare quel volto plebeo che la necessità colorisce e corruga, e quelle mani callose e tarchiate, che muove il bisogno di un pane e la conservazione e difesa propria; quelle mani che mosse appena procacciano un tozzo di pane al ventre o una catena ai piedi. Il villanzone accovacciato com’era, rimpicciolivasi, e parea cosa morta, nè curavasi d’altro che de’ suoi pensieri che doveano starsi ben a martello per non muoverlo affatto dalla sua positura."
Il tutto nella cornice di una Palermo ottocentesca descritta nei minimi particolari…


Benedetto Naselli: I misteri di Palermo
Nella versione originale pubblicata presso Francesco Abate nel 1852
Copertina di Niccolò Pizzorno
Prezzo di copertina € 21,00
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile su Amazon Prime
Disponibile presso Librerie Feltrinelli

Benedetto Naselli: I misteri di Palermo

Nel 1842 Eugène Sue pubblica I misteri di Parigi, inaugurando ben presto un fortunato genere letterario che varcherà  i confini francesi. Il romanzo tradotto in italiano nel 1848 influenza i nostri scrittori fino a creare una vera e propria moda che dilaga per tutta la penisola italica con la pubblicazione di diverse opere di "Misteri", come quelli di Roma, Torino, Firenze, Livorno, Genova solo per citare i più noti. 
Ma oltre a quelli più famosi di Napoli di Francesco Mastriani, un posto a parte lo occupano I misteri di Palermo di Benedetto Naselli, oggi riproposti nell'unica e rarissima versione originale. 
L'opera, pubblicata nel 1852 è la realistica rappresentazione di una Palermo degli inizi ottocento ed è piuttosto sensibile al ritardo culturale e al degrado materiale del popolo, avversato dai capricci dei potenti e dalle loro corruzioni, da una privatistica e influenzabile amministrazione della giustizia, da una miseria che è solo sofferenza e disperazione senza riscatto. Naselli ci descrive una società  governata dal male utilitaristico come volto necessario del potere, dove il carcere con le sue torture è la normale conduzione dell'infelice vita di genti affamate di pane e giustizia. 
Il realismo di questo romanzo è dato anche dalla sua perfetta ambientazione nella Palermo ottocentesca, dove tutti i personaggi si muovono con estrema naturalezza e si distingue soprattutto per il primario tentativo d'indagine sociale con la descrizione di una vita giornaliera, che seppur usando il registro narrativo di un tardo romanticismo per le sue tematiche in costante conflittualità  fra i grandi temi del bene e del male, della virtù e del vizio, lo colloca prepotentemente fra i grandi romanzi popolari dell'ottocento. Un autorevole dramma dell'ingiustizia, del quale sembra vittima in prima persona questo sconosciuto scrittore palermitano, avvolto nel mistero di una feroce dimenticanza collettiva.

Benedetto Naselli: I misteri di Palermo 
Nella versione originale pubblicata presso Francesco Abate nel 1852. Copertina di Niccolò Pizzorno
Prezzo di copertina € 21,00 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
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Disponibile presso Librerie Feltrinelli 

giovedì 22 novembre 2018

Cecilia Lavopa: Noir all'improvviso. Il Booktrailer.


Cecilia Lavopa: Noir all'improvviso
Raccolta di 15 racconti noir con prefazione di Marilù Oliva e disegni di Michele Finelli.
Prezzo di copertina € 15,00
Sconto del 15% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it

Cecilia Lavopa: Noir all'improvviso

Cristina, Ester, Michele, Irene. Solo alcuni nomi di gente comune descritta in scene di vita ordinaria che all'improvviso si trova catapultata in un terribile incubo. Quindici racconti neri, quindici storie che nascondono il male che si annida dove meno te lo aspetti. Atmosfere di pericolo, di disagio e di paura fanno da sfondo alle vicende nelle quali anche il lettore potrà immedesimarsi, in un crescendo di suspense e di orrore. 
 
Questo libro è un gioiello, un esordio strepitoso, perché – ponendo in successione quindici inquietanti tasselli noir – ci dà uno spaccato attendibile della nostra società, degli stati d’animo che ci agitano, delle paure più profonde che ci attanagliano, dei rancori e dei dispetti che ammorbano l’aria. E lo fa mettendo in scena personaggi che calzano a pennello nei ruoli stabiliti: da questi emergono, in ogni parabola, il lato oscuro degli uomini e quelle ombre talvolta così nascoste che soltanto quando escono allo scoperto rivelano la propria portata malefica. Ma a quel punto, ormai, è troppo tardi.
Marilù Oliva
 
I 15 racconti di “Noir all’improvviso” sono frammenti di vita oscura, quella che si mette e si tiene in catene e se ne soffoca il respiro con un morso di perbenismo fino a quando è possibile, sperando che l’assuefazione, l’abitudine e una silente accettazione dell’esistenza, la possano estinguere, cancellare, predare di ogni pulsazione che cova sotto una cenere che resta comunque intatta, una coltre a protezione di un destino avverso pronto a compiersi con ferocia. Nero e attimo collimano, si uniscono e si sovrappongono fino a diventare omicidio malato, nevrotico, d’opportunità.
Gianpaolo Zarini

mercoledì 21 novembre 2018

Ivan Ficano: Cosa vuoi sentirmi dire. Recensione di Cecilia Lavopa (Contorni di Noir)

http://contornidinoir.it/2018/07/ivan-ficano-cosa-vuoi-sentirmi-dire/

Quanto sono importanti le parole? Quanto possono pesare o, al contrario, alleggerire una verità?

Anni fa mi cimentai nella lettura di un autore, Josè Saramago. Il libro era “Cecità” e io rimasi sconcertata dallo stile senza punteggiatura, senza le regole più elementari della forma delle frasi. Il suo modus anticonformista mi incuriosiva, oltreché il testo così potente, così attuale, come quel romanzo. Non è facile colpire un lettore ossessivo compulsivo come me, a un certo punto le storie si somigliano, le trame si intrecciano, gli stili si confondono. E il gioco di parole che Ivan Ficano fa con questo testo va al di là della punteggiatura. Ho cominciato storcendo il naso, chiedendomi il motivo per cui puntare su questa particolarità, ma dopo una decina di pagine ero talmente spinta dalla curiosità, che ho dimenticato tutto il resto.

Ma chi sono i protagonisti di questo libro? Sono Gigi e Chiara, all’inizio due perfetti sconosciuti uno per l’altra. Ma il destino può cambiare. O “si può” cambiare? Gigi è molto sicuro di sé e della sua parlantina, sa cosa gli altri vogliono sentirsi dire e agisce di conseguenza. E’ come se una donna indossasse un abito inadeguato e gli ponesse la domanda “Come mi sta?” e lui sa cosa vuol sentirsi rispondere: “Bene!” E’ bravo, Gigi, con le parole. Gli amici lo sanno, lo ammirano per questa dote, vorrebbero essere come lui. Ma siccome non lo sono, si affidano alle su capacità per trovare le parole adatte alle varie situazioni. Inizia così un vortice di inganni, di seduzioni, di  giochi di luci e ombre. Lo sa bene Chiara, che dalle sue frasi si fa incantare, ne diventa dipendente. Chiara che si trova sotto i riflettori, bella e affascinante. I sentimenti per Gigi sono forti, ma anche contrastanti.

E’ un rapporto di coppia come tanti altri, con i suoi alti e bassi. Ma Ficano ci manda segnali ben precisi: attenzione, lettori. Quello che state leggendo è un sottile e perverso monito ai sistemi di comunicazione che abbiamo oggi, basati su una tastiera e un video, che sia un telefono o un computer, dietro i quali non sappiamo mai chi ci sia davvero.

Non a caso, i telegiornali sono pieni di notizie di questo tipo: adolescenti che si fanno adescare da maturi pedofili che si spacciano per ragazzini, donne e/o uomini alla ricerca di una “relazione” internautica, poco impegnativa e border line dal punto di vista del presunto tradimento del coniuge. Come se a parlare di sesso senza vedersi o conoscersi sia meno grave. Ma cosa attira l’essere umano a partecipare a questi giochi virtuali? In un mondo in cui la notizia arriva quasi ancora prima che accada e la foto di bambini morti gira sul web come fosse normale, in un mondo in cui ci siamo abituati a vedere il male e rimanerne anestetizzati, ma stupidamente ci facciamo conquistare dall’ignoto al di là dello schermo, questo libro inganna anche noi, come lettori, convinti di trovarci di fronte a un divertissement che cela un noir, cupo e avvolgente. E se Gigi, con le parole, è un vero affabulatore, lo è anche Ivan Ficano, che ci conduce sadicamente a un finale che lascia basiti.

Riporto un pezzo che mi è piaciuto molto di questo libro:
“(..) è così che si fa, bisogna dire ciò che gli altri vogliono sentirsi dire. È così che si sta bene in questo mondo del cazzo, con i pensieri degli altri e con le parole che piacciono agli altri. Tu dici le cose che vanno dette e gli altri lo chiedono a te. Chiedere “cosa vuoi sentirmi dire?” e dire esattamente quello. E ognuno intanto si tiene i propri pensieri, chi se ne fotte di dire la verità, ché la verità è un fatto privato, una questione intima.

Vado un momento fuori tema, se così si può dire, in merito ad una delle tante richieste di recensioni che ricevo puntualmente da editori o scrittori e, in un caso particolare, la lettura non è stata foriera di un parere estremamente positivo: molti refusi, storia non strutturata, inesperienza. La critica è stata severa, ma sempre nel rispetto del lavoro altrui e con l’obiettivo di far notare le carenze e fare in modo che uno cresca e si migliori. La reazione è stata aspra, feroce, con l’arroganza di chi non ama il confronto. Ed è qui che calza a pennello la frase che vi ho riportato. E voi, cosa vorreste sentirvi dire? Le parole hanno un peso, ce lo ricorda Ficano. Una storia originale che mi auguro non rimanga un prodotto di nicchia, considerato il target delle pubblicazioni di questi ultimi anni.

Cecilia Lavopa
Ivan Ficano: Cosa vuoi sentirmi dire. 
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Ivan Ficano: Chiara non ha ancora capito... - Tratto da: Cosa vuoi sentirmi dire. Collana Albatro Randagio

chiara non ha ancora capito perché vuole quel tubino di pizzo nero, però è la terza volta che si ferma davanti alla vetrina e se le prime due volte c’è passata per caso, stavolta l’ha fatto apposta. alla fine costa poco, non è il caso di fare tante storie per una cifra così, però non ha mai comprato un vestito in questo modo, a prima vista. come quelle che vedono un abito e dicono “lo voglio!” e subito entrano in negozio e se lo comprano. secondo lei è una messa in scena, nel senso che lo avevano deciso da tempo e fingono di comprarlo al volo. il vestito in vetrina non costa molto, questo sembra pacifico, anche se non c’è una regola generale che stabilisca il prezzo giusto, ma se si è con un’amica che ti dice “costa  troppo”, allora è facile stabilire il valore, tutti sono d’accordo e il problema è risolto, poi una decide liberamente, però almeno lo sa. ma adesso che è sola? aveva chiesto aiuto a elisabetta, la sua migliore amica, ma quella al cellulare era stata lapidaria: “se ti piace compralo” e buonanotte. poi dipende anche da quanto si guadagna, tutto va rapportato a quello. per adesso chiara guadagna pochino, anzi, guadagna da schifo, ma è un periodo così, aspetta di sistemare un po’ di situazioni e poi le cose cambieranno di sicuro. comunque una cosa certa è tenere conto della qualità, e anche della marca, ché la marca... lo stile... queste cose contano pure, non c’è niente di male a confessarlo. lo stile non viene da sé, gratis. lo stile costa, c’è un sacco di ricerca dietro, e questo chiara lo sa.
perfetto, a quanto pare il vestito vale quel prezzo, si è capito. ora il punto è stabilire se lei valga il vestito, e questo non è un fatto di bassa autostima, del tipo “non sono una strafiga”, perché sa bene di essere carina. lei piuttosto si chiede se il vestito s’intoni bene con la sua personalità, la sua vita, la sua cerchia di amicizie; se tutto il quadro insomma sia coerente con l’idea di possedere proprio quel tubino di pizzo nero. “mi odio”, pensa chiara scuotendo la testa... “quando faccio così, mi odio con tutta me stessa, giuro”. entra in negozio e compra il vestito veloce veloce, prima che ci ripensi.
Chiara è fatta così. Pensa, pensa sempre alle possibilità. Ogni azione, ogni scelta si porta appresso la perdita delle altre scelte, quelle scartate. È come fare un passo indietro, invece che avanti. Anzi cento passi indietro. Ogni mossa in una certa direzione è una strage di cento altre direzioni. Un’ecatombe di possibilità, forse migliori.
Sullo scontrino, dietro, scrive “la commessa anziana con la faccia da dirigente delle Poste pensa sempre al suo parrucchiere che la coccola più del marito. sogna di rimanere sola con lui per ore ed ore tra shampoo, impacco e frizione curativa”. Poi lo conserva in borsa, nella piccola tasca insieme agli altri scontrini della giornata. 

Ivan Ficano: Cosa vuoi sentirmi dire. Collana Albatro Randagio
Prezzo di copertina € 13,00 - Pagine 120
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. Disponibile dal catalogo prodotti del sito www.ibuonicuginieditori.it 

Max Deliso: Raul Sciabolado. Tratto da: Breve storia di Rosita e Kaplan.

Sono stato contattato per la mia prima particina da contro-pene, il passo iniziale che mi scaraventerà lontano dal triste anonimato di provincia e mi farà intraprendere una gloriosa e fulgida carriera da pornostar.
La sveglia è suonata prestissimo, alle undici e trenta, quindi colazione Balboa con sei uova crude, forse scadute, e reazione fisica paramilitare. Nel primo pomeriggio mi sono fatto trovare sul set puntuale come una puntata di Uomini e Donne, emozionato a guisa del primo giorno di scuola che, tra l’altro, non ricordo.
La responsabile del casting, un’avvenente americana di nome Posh, mi ha fatto accomodare nel camerino, un cesso con un asse sulla turca e uno specchio rotto sopra il lavandino arrugginito. Il protagonista che dovevo contro-penare era Raul Sciabolado, un nano ex mattatore del circo Berrettoni caduto in disgrazia, leggenda vuole, per il furto di alcuni panini con le sardine, ma che si era costruito, successivamente, una solida carriera nel mondo hard in virtù di misure genitali poco ortodosse e di una resistenza fisica fuori dal comune. Soprannominato La trivella della pampa, Raul ostentava disprezzo per noi contro-peni impartendo ordini secchi a destra e a manca, rompendo i coglioni a tutti e accattivandosi le antipatie di ogni membro della troupe, sarte lesbiche comprese. Io ero la riserva della riserva della riserva, per questo mi sono accomodato in panchina a bordo letto, pronto a intervenire in qualsiasi momento, in compagnia di alcuni fumetti quali Il Montatore e Corna Vissute. D’un tratto, introdotta da un pezzo dei Porno for Pyros, fa il suo ingresso in sala Anka Slobodan, in arte “La tritanerchie di Zagabria”, mitica Vamp dell’eros est-europeo, un puttanone old style assolutamente super fashion, gentile, affabile e con un retrogusto di alitosi indecente. Subito dopo il ciak, il primo contro-pene, uno studente di biologia fuori sede di Fagagna, parte veemente e ansimante gettandosi addosso ad Anka che lo accoglie con la sua sesta misura. La prestazione maiuscola, sette e mezzo nel pagellone post coitum del regista, rende inutile qualsiasi intervento delle riserve, la scena termina dopo sette minuti con un gran finale tuonante del nano argentino. Per merenda pizza al taglio con le acciughe. La mia serietà ha fatto colpo sul produttore che si metterà nuovamente in contatto con me la prossima settimana, pare che lo studente di Fagagna abbia un esame e quindi potrei essere promosso. Con i sessantacinque euro del compenso, pagati cash, ho comprato un mazzo di rose gialle e una scatola di Palle di Mozart in piazza a Salisburgo.

Max Deliso: Breve storia di Rosita e Kaplan
Pagine 146 - Prezzo di copertina € 14,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online.
Sconto del 15% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Marco Gregò: Nella terra del sole che sboccia. Recensione di Raffaella Tamba. (Libroguerriero.it)

Al centro di questo originale e sorprendente romanzo scritto dal giovanissimo Marco Gregò (nella foto sotto), è il tema del ricordo non come un elemento del passato da conservare relegato in un piccolo cantuccio della mente, ma come essenza viva e tangibile della vita di ogni giorno. I ricordi sono il filo conduttore della narrazione che si svolge su più binari paralleli: quello del protagonista Albatro, io narrante in prima persona, in una sorta di racconto immediato, spontaneo, senza filtri; quello di Albatro in forma di diario, più sommesso e quasi lirico; quello di due cani abbandonati, Cane Grigio ed Oliver che rappresentano la prospettiva più intima delle emozioni dei protagonisti umani. Intorno ad un medaglione con al centro la lettera A, ritrovato dal cucciolo Oliver, Cane Grigio, con un registro linguistico leggero e poetico come quello delle fiabe, tesse la trama di una storia che inizia come una favola improvvisata e acquista via via realismo e passione fino a diventare la trama principale del romanzo. I capitoli alternano i tre punti di vista, offrendo al lettore la visione a 360° delle emozioni di un giovane alla ricerca della realizzazione professionale, della ragazza perduta e della felicità. Albatro è uno scrittore mancato, alla stanca ricerca di qualcuno che accetti il suo libro, un libro diverso da tutti gli altri, perché lui non voleva seguire le strade semplici per arrivare al successo: “Non sopportava l’idea di accaparrarsi il cuore dei lettori facendo leva sulle loro ferite più profonde. Pensava che fosse troppo semplice arrivare al cuore degli altri con la morte. Lui voleva arrivarci con la vita”. Il fallimento professionale gli offre l’alibi psicologico per crogiolarsi nell’insoddisfazione sentimentale. Le prime pagine vedono infatti la drastica rottura della relazione tra Albatro e Julie, una relazione di lunga data che avrebbe potuto essere molto probabilmente amore vero se fossero stati entrambi capaci di accettarlo anche nelle sue sfaccettature negative: “Potevamo cammuffare la nostra malinconia con felicità da passeggio, fingendo di stare bene, di viverla ok. Ma lala fine arrivava. Un viaggio breve. Scendeva in un baleno. Ed eravamo i maestri di cerimonia della tristezza che dovevano trovare qualcosa da fare per non accartocciarsi su se stessi”. 


E a quella tristezza, cedono. Albatro, per primo, non riesce o non vuole compiere quel semplice passo di accettare la felicità. È più facile, a quel punto, sentirsi eroicamente infelice. Perde la fiducia in Julie che, a sua volta, perde la fiducia in lui. Un’altra delusione cocente, che lo porta a cercare la donna amata non più nella realtà, ma nella propria immaginazione (“Gli uomini vivono delle cose che perdono”).  Il mondo che circonda Albatro, la libreria in cui lavora nonostante l’antipatia per l’acido e severo titolare, l’amicizia semplice, sincera e devota del rozzo Fazzoletto, la confidenza discreta e fedele del barista Pixel, la disponibilità dolce e generosa del vecchio barbone Enzo, “uno di quelli che metteva da parte se stesso per mostrarti quanto vali”, sono gli affetti che lo nutrono e lo proteggono. Il giovane tuttavia respinge il conforto del suo ambiente circostante e concreto, per correre dietro a quell’amore perduto e al sogno di diventare scrittore, ben sapendo che nessuna delle due cose, conquistate, gli darebbe la vera felicità. È una fuga nel surreale, che gli richiederà un prezzo altissimo.  La maturazione definitiva di Albatro è simboleggiata dalla splendida poesia “Se avessi potuto tenerti per sempre”, nella quale, ancora una volta capovolgendo il banale, l’autore rivela il grande valore della ‘banalità’ della normale vita quotidiana coniugale, nella quale ogni gesto, ogni abitudine, ogni rituale anche quelli più incresciosi o snervanti, sono un’infelicità che non va perduta, perché perdere i dolori è come perdere se stessi, non si può vivere senza guardare dentro l’oceano che siamo stati”. Il leit-motiv del sole, la cui immagine quasi personificata chiude ogni capitolo, accompagna tutti i personaggi, come una guida profonda e solenne, alimentandosi delle loro emozioni: nell’incertezza e nella paura, “il sole non era ancora sbocciato”, o “il sole era ancora distante”; nella rabbia, nel rancore, nella violenza, “gli uomini visualizzavano il sole senza dargli ascolto” o “il sole non ricordava più nulla”; solo nelle ultime pagine, con l’accettazione che porta serenità, all’orizzonte, si vede, finalmente che “il sole era appena sbocciato”.

https://libroguerriero.wordpress.com/2017/10/18/nella-terra-del-sole-che-sboccia-di-marco-grego-i-buoni-cugini-editori/
Marco Gregò: Nella terra del sole che sboccia. Collana Albatro Randagio. (www.ibuonicuginieditori.it)