Tutti i volumi sono disponibili: dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia), su tutti gli store di vendita online e in libreria. Gli e-book sono disponibili su streetlib store e tutte le piattaforme online.

giovedì 30 agosto 2018

Max Deliso: Breve storia di Rosita e Kaplan

Dopo Marco Gregò con "Nella terra del sole che sboccia" e Ivan Ficano con "Cosa vuoi sentirmi dire" si aggiunge alla collana Albatro Randagio la "Breve storia di Rosita e Kaplan" di Max Deliso. Una storia divertente e travagliata che racconta brevi attimi di sofferenza alternati a rari momenti di felicità, un percorso dignitoso che scorre tra follia e disoccupazione, tra avventati sogni di gloria e vivaci momenti di quotidianità borderline. 
Kaplan fa la controfigura nei film porno, Rosita la pusher nelle case di riposo, si innamorano al primo sguardo e decidono di pianificare la loro vita assieme, continuando a svolgere le loro attività grottesche in maniera pacatamente seria circondati da personaggi inquietanti e pittoreschi.

Copertina di Luca Mannino 

Pagine 146 - Prezzo di copertina € 14,00 - Sconto del 15% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Per acquistare: 
http://www.ibuonicuginieditori.it/catalogo_prodotti_i_buoni_cugini_editori/deliso-max-breve-storia-di-rosita-e-kaplan.html

lunedì 9 luglio 2018

Benedetto Naselli: Il Festino. Tratto da: I misteri di Palermo. Romanzo storico siciliano


Quando una pestifera lue nel giugno 1623, violenta, subitanea contaminava la bella Palermo, che apparve quasi incredibile come vi si andasse rapidamente moltiplicando, e tanto mutamento facea, onde gli umani aiuti prodigati con sol­lecitudine e magnanimità, mancaron d’effetto. Ma un’angioletta della prosapia dei Marsi e per essi di Carlo Magno, congiunta per consan­guineità a Costanza figlia di Ruggiero, nel pa­rentado affine all’imperatrice Costanza ed al pri­mo Guglielmo; Rosalia riportava all’eterno colle sue lacrime i pianti di quaggiù, tenera colomba che sospirando il suo compagno fuggìa dal fre­mito d’ogni umano consorzio ricercandolo nella solitudine. Essa dietro una vita di stenti volò agli amplessi beati, all’ebbrezza interminabile lasciando la fredda salma su di un’erta inacessa. Ecco l’erta sacra, ecco la statua di sua onoranza. Il suo piano ci valse nei dì del dolore il perdono dell’eterno; si terser le lacrime, la chiesa fu in ricca veste, la salma di lei rinvenuta sul ciglione rimoto, fu iride di speranze e consolazioni avvenire. 
Oh! le lacrime tergete o dolenti nella sventura! fu sgombra la nube malaugurata! Come il sole che lanciandosi dal balzo Eoo riflette sulle onde smeraldine i suoi raggi dorati, ed il creato risveglia, vivificando del suo lume l’addormita natura, non altrimenti si operò, tostochè per volere del cielo furono rinvenute le sospirate ossa benedette. 
Pei borghi, per le campagne, pei trivi, e per le strettissime vie della città di Palermo, si conducevano quelle reliquie preziose; e qual nelle uste lande di Egitto spargeva tra il popolo immenso, immense le grazie l’arca del patto, così dal tepor santo di quelle ossa era scacciata la peste ingagliardita, dal tepor di quelle ossa si ebbe la salvezza fra tutti, dal tepor di quelle ossa le benedizioni sgorgarono, ed il sorriso.  
Nell’orridezza dei ciglion di Quisquina, nel­l’alpestre montagna dell’Ercta che secoli scorsi risuonava per mille trambusti d’armi e d’armati, di sterminate falangi puniche; ove l’intera for­midabil oste di Amilcare inalberò il punico leone per avverso le aquile latine; ove non sorgea lappola o cardone, i figli di Panormo l’obbietto trovavano e trovano mai sempre di loro delizie. Quei greppi sol dal serpe lambiti, quei gio­ghi visti nel fuggevol tocco dello sparviere, fu­ron calcati da gente devota nelle lacrime di tenerezza.
E non delle grame femine e paurosi vegliardi fu sola la credenza, la venerazione ed il culto, ma di cuori i più rotti alle sfrenatezze, delle menti trascendentali che riverenti prostraronsi ad omaggio della vergine, e che la gente minuta non solo, ma ben anco duchi e baroni disarmato il fianco e col cereo votivo, procedeva­no a ringhiere innanzi la sacra urna che contenea le reliquie della benedetta.
A meglio perpetuarne la gioia quindi, della ricevuta beneficenza si vollero dai palermitani istituite annue solennità; si volle, e ogni anno alla cara memoria del fatto e ad eternare gli encomi, il giubilo e laudazioni, cinque dì si consacrano alla Verginella romita come in tenero tributo di amore. 
Fin da quell’anno poi, cioè dal 1626, come che avesser cambiato i costumi e le tendenze, a seconda delle diverse fisonomie del secolo pure fermo e duraturo è rimasto, e rimarrà pei tempi avvenire l’istesso culto e gli stessi trion­fi; poiché ogni secolo ha la propria fisonomia, ogni tempo ha le sue mode, i suoi costumi, le sue scene di vita; ogni epoca è sempre avida di novità buone o cattive poco monta, purché s’innovi, non si cura del vantaggio o del detri­mento; nelle società vi è sempre vaghezza di riforme, di mode, di tramutamenti negli abili, negli adorni, nei passatempi; ma le religioni che vi regnano sono indelebili, il culto che si pro­fessa è sempre intaminato, in ciò sol non s’in­nova, si è ligi ben anco nei pregiudizi, si è uni­formi anche nel modo.
Era la gran macchina del trionfo un magni­fico carro, che già dì faceasi altissimo tanto da sprofondare il terreno, far guasti e rovine; ma di anno in anno si è venuto diminuendone la mole, accrescendone però la gaiezza dei drappi che l’adornano, meliorandone il disegno, l’idea e la maniera. Esso carro giunto a porta Nuova pose termine per quel alla sua missione. La folla dietro a lui dileguavasi equilibrandosi per la città insino a sera, che alle ore 24 comin­ciava a illuminarsi la via Toledo ed il Foro Bor­bonico, ove sorgea la gran macchina dei fuochi artificiali, che rappresentava un tempio sullo stile composto, negl’intramezzi del quale erano dipinti temi esclusivamente propri di glorie patriottiche, pel santo scopo, onde il popolo per vie indirette conosca la sua prisca grandezza, e perché una volta privo di avere attinto al sacro fonte della storia patria, o a delle luminose tradizioni, possa conoscere qual furono gli avi suoi, per mezzo dei simulacri e dei dipinti.
Un popolo immenso affollato stretto sino a perderne il respiro, gremiva tutto il Foro Borbo­nico; un’onda di popolo sbucava incalzando dalle porte cittadine, e parea che la piena rovinosa volesse soverchiare il terreno; ma più che si avanzava, più correva al suo equilibrio, come l’onda marina incalzata dall’onda, si sconvolge per poco e si appiana. Da ogni altura, da ogni terrazzo era un brulicar di teste, che miste tra il buio della notte, parean fantasmi vagolanti nell’aere. Le due ore della notte si udivano battere più d’una volta successivamente dagli spessi oriuoli della città, ed era il punto che Sua Maestà Ferdinando I, di augusta ricordanza, giun­geva col treno al terrazzino di contro alla gran macchina dei fuochi. Ciò era in quei dì beati quando la Corte allietava Palermo colla sua pre­senza. Colà era tutt’altra scena e tutt’altra ga­iezza. Una tenda vaga di bei colori, rischiarata da mille profumate facelle, ove un coro di scelte dame, cavalieri e baroni, ricambiavano i loro complimenti: ah! quella era tutt’altra scena! I brillanti dei loro monili che gareggiavano col foco delle torce, i colori svariati dei loro veli, dei loro ricami e dei loro guardinfante, sem­bravan quelle dell’arcobaleno; tutto era brio e magnificenza, tutto era vago e leggiero come i loro pensieri, tutto era caro come la loro leg­giadrìa, tutto cortese, tutto alla moda, perché la moda predominava nei loro vestiti, nelle loro maniere, nei bei motti, nelle loro arrendevo­lezze. Un folgore che si lanciò per l’aere, poi uno ed un altro, annunziavano lo sparo. E allora bombe che si estollevano in alto co­me palle di fuoco, e ricadevano scoppiando a forme di pioggia d’oro e d’argento. 
Il rimbombo, lo scoppio, le fiamme, il cre­pitare, le acclamazioni, eccedeano nella fine ogni illusione – motus in fine velocior – un minuto e una bomba, poi un’altra, e tutto fu silenzio, se non che succedevano ad atomi le voci dei rivenduglioli, le imbandigioni di sementi cotte, di rinfreschi, e tutte sorta di golosità.
La folla cominciò nuovamente a rimestarsi: uno incalzava l’altro che incalzato camminava più per la corrente impetuosa che pel proprio divisamento, andava sbucando per diverse direzioni, chi a furia di gomiti spingeasi per la Villa così detta per antonomasia, cioè Flora o Villa Giulia, talmente appellata da Giulia Guevara moglie del vicerè Colonna, che la ridusse.
Questa Villa era tutta ingemmata di luce nei suoi alberi, nei suoi viali, nelle sue belle fontane, gremita di piante, di cupolette, vaga e ridente di poggi e di terrazze, cara e melanconica fra i cipressi e le tombe d’illustri trapassati.
Scelte bande musicali spartite in diversi punti aggiungean prestigio a quel luogo divenuto soggiorno di Silfidi e di Driadi oretee, poiché tanto il romanticismo che la favola gareggiano a dare un nome alle vaghe pulzelle, che profumata la chioma e vestite a gala, ivan lievi rabbellendo quella scena di soavità, riducendola scuola di lusso, di amore e galanteria. E misti secoloro zerbinotti leggieri che lor facean corona, citta­dini e regnicoli coi loro visi stralunati camminavano coi loro abiti da festa, come chi porta
da dosso un peso; e foresi dalle ville prossimane che a torma e colle mani tenentisi l’un l’altro andavano estatici girando come per meccanismo. E tra la folla in vaga e facil maniera biancheggiavano certi cori di garzoni e donzelle coi loro candidi scialli quest’ultime, ed in bianche giacchette i primieri, affettando un travestimento che a loro pensiere gli assicurava l’incognito, ma che più su loro attirava gli sguardi della moltitudine.


Prezzo di copertina € 21,00
Benedetto Naselli: I misteri di Palermo. Romanzo storico siciliano. 
Nella versione originale pubblicata nel 1852. Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online.  Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (sconto 20%)

lunedì 25 giugno 2018

Giuseppe Ernesto Nuccio: Picciotti e Garibaldini.

Romanzo storico sulla rivoluzione del 1859-60, che l'autore, Giuseppe Ernesto Nuccio, dedica a Luigi Natoli quale "strenuo esaltatore di virtù siciliane". 

Ampia prefazione di Rosario Atria, dott. di ricerca dell'Università di Palermo, italianista, autore di studi sulla poesia del Due-Trecento, sulla narrativa storico-popolare dell'Ottocento, sulla lirica leopardiana, sulla narrativa del secondo Novecento. Si interessa anche di storia e letteratura archeologica di Sicilia. 

Il volume è impreziosito dalle illustrazioni dell'epoca di Alberto della Valle (1917) e dalla copertina di Niccolò Pizzorno. 

Pagine 511 - Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Giuseppe Ernesto Nuccio: Picciotti e Garibaldini. Romanzo storico sulla rivoluzione del 1859-60

Il romanzo Picciotti e Garibaldini di Giuseppe Ernesto Nuccio apparve in volume nel 1919, per i tipi della casa editrice fiorentina Bemporad & Figlio; a distanza di quasi un secolo, quella versione, riccamente illustrata da Alberto della Valle, torna a rivivere grazie a I Buoni Cugini editori. Inizialmente diffuso a puntate sul Giornalino della Domenica nella ricorrenza del cinquantenario della spedizione dei Mille, il lavoro di Nuccio intendeva veicolare la conoscenza, per via narrativa, di snodi significativi del nostro Risorgimento, magnificandone l'anima democratica e inserendosi all'interno di un preciso programma di formazione del carattere nazionale orientato verso un pubblico di giovanissimi lettori, figli della buona borghesia italiana, destinati a costituire la futura classe dirigente del Paese. 

Protagonisti del romanzo sono Pispisedda e altri picciotti di Sicilia, le cui vicende narrative si intrecciano con quelle di eroi e martiri come Francesco Riso, Rosolino Pilo, i fratelli Campo, i De Benedetto e numerosi altri che vollero l'Isola libera dal Borbone e Italiana. C'è poi la Palermo ottocentesca, con il suo tessuto urbano nitidamente restituito: per le sue strade, le piazze, i giardini si dipana un'azione romanzesca avvincente e ricca di pathos. Il popolo palermitano, che già nel Quarantotto s'era levato contro il tiranno, torna a combattere per conquistare la libertà e, sull'esempio delle camicie rosse guidate da Garibaldi, l'eroe che la leggenda popolare vuole discendente (e perfino fratello) di Santa Rosalia, abbraccia e fa propria la causa unitaria. 

Rosario Atria

(Dottore di ricerca dell'Università di Palermo)

mercoledì 13 giugno 2018

AA.VV. Delitti al Thriller Cafè: La brezza del mare di Piergiorgio Pulixi

“Si vive fino alla morte, altrimenti non si vive.
Si ama fino alla morte, se no non è amore”.

Roberto Plevano, Marca Gioiosa

22 Maggio 1982, ore 23:40;
“Blue Belle”, Bastia, Corsica;


L’Alfa Romeo 75 Turbo rossa inchiodò davanti al Blue Belle. Tre degli uomini a bordo si calarono i passamontagna e scesero imbracciando i fucili a pompa Remington. L’autista rimase al volante, il motore acceso, gli occhi guizzanti in cerca di volanti o auto di altre bande. Posata sulle gambe, una mitraglietta Skorpion che ballava al ritmo delle ginocchia tremanti. La fronte sudata per la tensione e la corsa sfrenata attraverso la città. Paura di essere arrivati troppo tardi. Terrore delle conseguenze. Consapevolezza che gli sbirri sarebbero giunti presto sul posto. Ansia totale.
Alla vista degli uomini armati, la folla di curiosi che si era assiepata davanti al night si disperse con urla di paura. Una delle ragazze crollò a terra. Gli altri la calpestarono nella fuga.
«Prendi tempo» ordinò Dominique Costa a René Nigro, indicando la giovane.
Nigro afferrò la ragazza per la coda di capelli castani e la tirò in piedi di peso. Le puntò la canna del fucile sotto il mento, tirandole la testa all’indietro.
«Rimani qui. Noi entriamo» disse Costa.
Nigro annuì, tenendo in ostaggio la donna e gridando ai curiosi di allontanarsi.
Il marciapiede brillava dei riflessi elettrici dei frammenti della vetrina sfondata. Prima di entrare nel locale, Dominique e Pascal Mariani scorsero il sangue che impregnava l’ingresso.
Era troppo tardi.
Contarono sei cadaveri. I corpi squarciati da proiettili di grosso calibro. Le luci stroboscopiche rendevano quello spettacolo di morte ancora più spettrale. Sangue dappertutto. Sedie e tavoli rivoltati. Bossoli per terra. Dovevano aver sparato ad altezza d’uomo, dedusse Dominique osservando i buchi alle pareti.
Con le armi puntate innanzi a loro, Costa e Mariani corsero verso la pista da ballo, imbattendosi in un altro corpo.
Sette. Una donna. Bionda.
“Ti prego, dimmi che non è lei” pensò Dominique.
Lei, la persona per cui erano stati chiamati.
Lei, l’unica sua ragione di vita.
I capelli erano impiastricciati di sangue. Un colpo alla nuca. Un’esecuzione. Cadendo a terra, la minigonna le si era sollevata. Costa non poté fare a meno di notare le mutandine di pizzo viola.
“Sta’ calmo” si disse. “Potrebbe non essere lei”.
«Voltala» ordinò a Mariani.
Pascal posò il fucile a terra. Afferrò il cadavere della ragazza per le braccia e la girò.
Lei, Giulia Buscemi, bellissima anche nella pornografia della morte.
La posò a terra con la massima delicatezza. Gli occhi già lucidi. Scariche elettriche che parevano sconquassargli le viscere. Ciò che avevano temuto più di ogni altra cosa si era concretizzato innanzi a loro.
Pascal trasse un respiro profondo, poi biascicò: «Portiamola via da qui».
Dominique si sentì morire. Vide a pochi passi da lei un altro corpo. L’ottavo. Vincent Manotti. Uno di loro. Quello che avrebbe dovuto proteggerla. Non ci era riuscito. Aveva ancora la pistola in pugno. Con la mano libera aveva cercato di raccogliersi le budella. Vincent era uno tosto. Dovevano essere stati tanti e ben armati per averlo preso di sorpresa.
«Dom?» lo chiamò Pascal, scuotendolo dall’immobilismo.
Costa riportò gli occhi su Giulia. All’anulare portava l’anello di diamanti che le aveva regalato Jean-Nicolas. Glielo sfilò e se lo mise in tasca.
«Prendimi il fucile, me la metto in spalla e la portiamo da lui» continuò Pascal.
Dominique annuì, ma mentre Pascal si apprestava a sollevare il cadavere della donna, Costa gli puntò il fucile alla nuca e fece fuoco. Ad occhi chiusi.
Quando li riaprii, il suo vecchio amico era accasciato per terra. Il colpo l’aveva decapitato. Il sangue sgorgava sul pavimento.
Trattenendo i conati, Dominique caricò un altro proiettile e puntò il fucile contro il viso angelico di Giulia Buscemi.
“Mi dispiace, Giulia, ma tu non puoi morire” pensò. Poi tirò il grilletto, rendendola irriconoscibile. E immortale.
Recuperò il fucile di Pascal e corse verso l’uscita.
«Che cazzo è successo? Stavo per entrare» disse René.
«Pascal non ce l’ha fatta» disse Dominique, aprendo lo sportello e buttando dentro i fucili. «Ce n’era uno ancora vivo e l’ha fulminato».
«Che cosa?!» gridò Nigro, serrando più forte il braccio della ragazza che urlò.
«Ora non c’è tempo. Lei viene con noi» ordinò Costa. «Apri il baule!» gridò a Philippe, l’autista.
«Che cazzo vuoi fare?» chiese Nigro, spingendo la ragazza dentro l’Alfa.
«Mi servono le birre» disse Costa, sbrigativo.
Aprì il cofano posteriore e prese una cassa di molotov. Cacciò fuori di tasca uno zippo, e diede fuoco a quattro bottiglie che lanciò dentro il locale, scatenando un incendio.
La quinta la scagliò contro un’edicola a qualche metro dal Blue Belle.
Il fuoco divampò con tutta la sua ira.
«Va’» ordinò Costa a Philippe, una volta dentro l’abitacolo.
Quando vide che l’amico non partiva, si voltò verso di lui pronto a scrollarlo e gridargli contro. Notò che Philippe stava fissando qualcosa davanti a loro. No, non qualcosa. Qualcuno. 
Una moto Benelli 750 nera si era fermata a qualche metro dalla macchina. Alla guida un uomo senza casco, i lunghi capelli neri arricciati a incorniciarli il viso tagliente.
Jean-Nicolas Bozzi.
«Giulia?» gridò il motociclista a Costa.
«Non era dentro. Non c’è… Dobbiamo andarcene» gli gridò Dominique di rimando.
Jean-Nicolas lanciò un’occhiata al Blue Belle fagocitato dalle fiamme, poi diede gas, e con una sgommata liberò la strada.
«Seguilo» disse Dominique.
Philippe finalmente accelerò, e l’Alfa rossa schizzò via in direzione contraria a quella da cui proveniva l’ululato delle sirene.
Dentro il Blue Belle, il fuoco faceva il suo sporco lavoro.
Istintivamente, Dominique infilo una mano in tasca e strinse nel pugno l’anello di Giulia.
“Mi dispiace, Jean” pensò. “Mi dispiace…”.


AA.VV: Delitti al Thriller Café
L'antologia del primo concorso letterario indetto da Thrillercafé, dove scrittori emergenti e di nome sono alle "prese" con "Almeno un morto", e corredato dai disegni di Niccolò Pizzorno e Nicola Ballerini.
Illustrazione: Niccolò Pizzorno.
Pagine 328 - Prezzo di copertina € 20,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online.
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it



venerdì 1 giugno 2018

AA.VV. Delitti al Thriller Café: Dalla prefazione di Romano De Marco

Oggi, anche quello che continuiamo per semplicità a definire “giallo”, ha la possibilità di erigersi a genere letterario vero e proprio, in grado di raccontare la realtà, di analizzare l’evoluzione della società e di resistere all’attacco del tempo (e il sopra citato Sciascia ne è l’esempio più calzante).
E il racconto? Beh, il racconto giallo (e sottolineo ancora quanto sia errata questa definizione…) deve essere in grado di trasmetterci suggestioni affini alla galassia “crime” (che comprende thriller, mistery, noir ecc.).  Ma scrivere racconti, come è noto, è molto più difficile che scrivere romanzi. Perlomeno scrivere dei buoni racconti.
Quelli raccolti in questa antologia sono di una qualità davvero sorprendente, soprattutto perché, in alcuni casi, sono opere di esordienti. In ciascuno di essi è possibile trovare quella scintilla, quel guizzo, quell’idea vincente che catturano l’attenzione e l’anima del lettore attraverso una atmosfera angosciante, un sottile filo misterioso, un senso di inquietudine generale.
Sono molto onorato di aver fatto parte della giuria di questo concorso e felice di aver letto i racconti finalisti. Ringrazio Thriller café di avermene data l’opportunità. Sono pronto a scommettere sul futuro di questi autori che hanno dimostrato senza ombra di dubbio di possedere quel famoso “quid” del quale tanto si parla ultimamente e che costituisce la discriminante da chi scrive per vedere il suo nome pubblicato su una copertina e chi scrive perché ha una genuina vocazione artistica e qualcosa di originale dal dire.

Romano De Marco

AA.VV.: Delitti al Thriller Café. 
Antologia del primo concorso letterario indetto da Thrillercafé, dove scrittori emergenti e di nome sono alle "prese" con "Almeno un morto". 
Con le illustrazioni di Niccolò Pizzorno e di Nicola Ballarini. 
Pagine 328 - Prezzo di copertina € 20,00

mercoledì 23 maggio 2018

AA.VV: Delitti al Thriller Café. Albo d'oro e ringraziamenti.

Delitti al Thriller Café: l'antologia dei racconti premiati e segnalati del 1° premio letterario organizzato da Giuseppe Pastore, anima di Thrillercafè. 

La vittoria del concorso va al racconto:
OFF di Luana Troncanetti
Di questa opera, Romano De Marco dice: “Buon racconto, scrittura sicura, trama credibile, finale a sorpresa. Denota padronanza della tecnica narrativa e della scrittura in sé.”...
Il parere di Piergiorgio Pulisci: “OFF è un racconto stillante dolore e quella affilata crudeltà che lascia in dote l’abbandono, ma al di là di questo le pagine brillano di talento e di un’impronta letteraria originale, risultato non scontato da ottenere in una manciata di pagine. Una penna incisiva da tenere sott’occhio.”
Al secondo posto:
Il giorno dei morti di Gianluca Di Matola
Di questa opera, Marilù Oliva dice: “Finale mozzafiato, scrittura interessante e non prevedibile, non pomposa ma varia, acutissima indagine psicologica attraverso la tecnica dello show – don’t tell. Un bel racconto originale che destabilizza il lettore.”
Terzo classificato:
Il cieco a gettone di Riccardo Landini
Di quest’opera, Ivo Tiberio Ginevra dice: “Il cieco a gettone è un breve racconto senza dubbio fresco ed originale. Piacevole da leggere che stimola delle profonde riflessioni sul mondo interiore dei non vedenti. Il commissario Presti è un personaggio da continuare a far vivere.”
A questi scrittori, esordienti ed emergenti, va il mio grazie e il mio plauso per averci dato fiducia e aver contribuito a un volume che spero possa rappresentare l’inizio di una nuova missione per il Thriller Café, non solo ritrovo virtuale di chi legge, ma anche polo d’attrazione per chi scrive.
E un grazie ancor più grande va ovviamente ad autori noti come Romano De Marco, Piergiorgio Pulisci e Marilù Oliva per aver fatto da super giurati al concorso, e aver impreziosito - De Marco e Pulisci - quest’opera con un personale contributo. Il loro entusiasmo nel prestarsi al progetto è per Thriller Café motivo di gran vanto, per le nuove penne riferimento e accostamento prestigioso, e per voi lettori testimonianza di ricerca di qualità da parte nostra.
Un grazie speciale devo rivolgere anche a Niccolò Pizzorno e Nicola Ballarini i due disegnatori che si sono alternati ad illustrare tutti i racconti dell’antologia arricchendola di un pregevole valore artistico.
Ringrazio anche i membri della giuria di qualità che insieme a me e all’editore hanno selezionato i racconti da proporre ai super giurati del concorso, e in particolare Monica Bartolini, Mariela Peritore e Ivan Ficano.
Dalla prefazione di Giuseppe Pastore. 

Delitti al Thriller Café
Pagine 328 - Prezzo di copertina € 20,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 25% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

AA.VV.: Delitti al Thriller Café. Dalla prefazione di Giuseppe Pastore

Come siamo arrivati quindi a distanza di oltre un decennio a un’antologia promossa e curata da Thriller Café, è una domanda che mi sono posto, e la risposta che mi sono dato è che alla fine non è importante. Non è importante perché laddove perseveranza e competenza hanno pavimentato la strada, si tratta comunque del passato, e il web corre veloce e c’è bisogno di guardare avanti. Non importa che nel tempo il “barman” del Thriller Café si sia un po’ defilato per lasciarsi aiutare da uno staff di appassionati collaboratori; non importa che negli anni tanti visitatori abbiano imparato grazie a noi e abbiano cominciato a raggiungerci per stima e non per averci trovati su Google; non importa che marchi importanti e autori di spicco ci abbiano scelto per raggiungere un pubblico. Qualsiasi fosse la piccola coccarda che volessimo appuntarci al petto, sarebbe comunque storia. Quello che vogliamo fare invece è scrivere ogni giorno una nuova pagina e viverla con la voglia di sempre e con la consapevolezza che la nostra ragion d’essere sta nel servizio al lettore e nella capacità di supporto che gli possiamo offrire in termini di informazione e di consiglio. Ma da oggi e fino a quando questo libro avrà vita sul mercato editoriale, anche in termini di prodotto. Con questa antologia, figlia del nostro primo concorso letterario, siamo andati a colmare una mancanza che personalmente sentivo nei riguardi di voi lettori: realizzare qualcosa a vostro beneficio...

Giuseppe Pastore
www.thrillercafe.it

Delitti al Thriller Café
Pagine 328 - Prezzo di copertina € 20,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online.
Sconto del 25% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it  


lunedì 21 maggio 2018

Benedetto Naselli: La camera della tortura alla Vicaria e i "tratti di corda". Tratto da: I misteri di Palermo.


Verso le ore quattordici d’Italia, Luigi seguito da numeroso stuolo di guardie e di birri fu condotto in uno stanzone, che allora giacea a primo piano sulla dritta di chi entrava nell’antico carcere. La volta era nerastra come le murate rapprese da fuliggini che coprivano alcuni antichi affreschi di storia sacra. In fondo un gran tavoliere di legno dipinto a olio guarnito di un drappo verde, e suvvi un crocifisso, una calamariera di argento e diverse carte. Ivi sedute erano tre persone. 
Il primo che stava nel mezzo, un uomo sui sessant’anni, vestito di toga, con una faccia rosso sangue, ed un paio d’occhi così furbi ed incisivi da far venire la tremarella al più astuto scorridore del mondo, ed era il regio procurator fiscale; sulla sua dritta stava il contestabile così detto, ed alla sinistra un cerusico entrambi della sua corte. Ai fianchi di costoro eravi un altro tavolo senza apparecchio su cui giacevano diversi ordegni inservienti alla tortura, e scardellini in legno e forbici e tanaglie, e ferri piatti manicati in legno, e corde e uncini. 
Fu denudato fino alla cintola ed esaminato costola per costola, braccio per braccio, e quasi arteria per arteria, né ciò vuolsi credere per umanitaria filantropia, ma sivvero per evitare delle preparazioni che in quei tempi efferati e balordi credeansi possibili ad eludere lo strazio del tormento, e quando l’esame fu compiuto nel senso della legge, il cerusico accennò colla testa al procurator fiscale che tutto era in regola e che dalla parte sua non aveva ostacoli, a frapporre l’esecuzione. 
Dopo tale assicurazione un altr’uomo, che Luigi ancora non avea visto, si avanzò, un uomo terribilmente truce, di una fisionomia però stupida e ributtante allo stesso tempo, vestito colla sua uniforme, ed era il boja. Come gli si appressò ghermendolo fra le braccia, il povero Luigi cadde in un tremendo spasimo nervoso vedendosi ridotto a tal punto di degradazione sociale, che facealo dapresso a quell’uomo così osceno e così schifoso; ma soffrì anco in pace sempre fermo nel suo proposito di vendetta, quest’altra umiliazione. 
Allora le sue braccia rivolte all’indietro vennero strettamente con tre giri di corda legate ai polsi e fu adagiato in un punto ove pendeva dal tetto una ben lunga e grossa fune a due capi raccomandata al di sopra ad una carrucola di legno. 
All’estremità dell’un capo era un uncino di ferro ricurvo quasi a mo’ di anello, che dalla sua punta fu introdotto fra mezzo i legami della corda che guardavangli i polsi, e vi restò senz’altro. 
Allora il procurator fiscale rivolto nuova volta a Luigi, dimandò: 
- Vuoi dunque dichiarare il perché assassinaste il signor Filippo?
- Io non so nulla. 
La sua negativa ancora non era ben pronunziata dalla sua bocca, e vide mancarsi il terreno di sotto ai piedi, chè con un cenno d’occhio del procuratore fiscale, il boja già avea tirata la corda, e sospingealo gradatamente in aria. 
Qui i tormenti e gli spasimi cominciarono atrocissimi per il povero Luigi. La pelle che covriva il di lui petto e le costole parea rompersi ai grandi conati che recavangli le stirature delle braccia. Le ossa scricchiolavano gradatamente, e sentiasi uno scroscio stridente, come quello di un mobile nei giorni estivi, quando le tavole e le contesture si fiaccano per i soverchi calori. La sua faccia diventava livida come pure le mani, ove abbondava il sangue arrestato nella sua circolazione. Il suo corpo stava quasi boccone, se non che ribaltava agli scherzi di un infame saliscendere che procacciavasi accuratamente alla corda che il sospingea. Fu posto quindi per la prima volta a terra, ed il contestabile al quale ora la legge riserbava l’ufficio delle interrogazioni dimandò: 
- Vuoi dire la verità?
E Luigi sotto lo strazio di quel tormento facevasi ancora forte, chè non era arrivato al punto, e rispose: 
- Io non so nulla. 
Né per questo si persuasero i custodi della esecuzione che anzi ordinarono il rinnovarsi lo esperimento con aggiungervi talune battiture di verghe sul petto, e l’ordine saria stato replicato per una buona mezz’oretta, tempo dalle leggi volutone, se Luigi spasimando sotto lo strazio di dolori acutissimi ed incomprensibili da posporsi sempre alla morte, non avesse gridato ma agonizzante, esserne lui il colpevole. Fu quindi calato nuovamente per terra, e sciolto; dichiarò la sua reità accompagnandola con la sua storia, che al sentirla, anco quei cuori duri ad ogni sentimento gentile, n’ebbero pietà…
Le autorità quindi compilarono il loro processo verbale dell’eseguito sperimento colle formole prescritte, ed il reo fu nuova volta chiuso al carcere duro, per quindi ratificare alla presenza di tutta quanta la regia Corte la sua dichiarazione, alla quale era riserbato il giudizio e la condanna. 
E Luigi rifinito di forze e martoriato da acutissimi dolori, straziato nella mente e nel corpo, fu lasciato peggio che un animale, sul giaciglio che offriagli il nudo terreno privo d’ogni soccorso, con la funesta speranza d’una rovina sicura e imminente. Vedi quanto i tempi che oggi si decantano morali e migliori che i nostri non sono, erano fitti nella barbarie e negli stravizi d’uno smodato uso di legge, che alla fin fine non arrivava mai allo scopo, sendo che dalle atrocità tutti rifuggivano o non poteano sopportare, prescegliendo sempre la colpa e quindi la morte, per togliersi col soffrire di un attimo, la continuità di prolungati dolori.


Benedetto Naselli: I misteri di Palermo. 
Nella versione originale pubblicata per la prima ed unica volta nel 1852.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 274 - Prezzo di copertina € 21,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 





Benedetto Naselli: La tortura. Tratto da: I misteri di Palermo.


Riandate colla mente tutti i tempi trascorsi, atteggiatevi reverenti alla pietà dimentichi del bene che il progresso appresta ai vostri cuori, ed obliate i conforti del presente. Volgete attorno lo sguardo lacrimoso rimembrando che nati da polvere in polvere vi dissolverete, fate senno sulle umane colpe e le inique scelleratezze, e mille e mille spettri vedrete sorgere intorno giganteggiando nella oscurità del sepolcro. Le loro membra sono irrigidite sotto la potenza di un fremito convulsivo che chiamasi tetano, stringono le pugna, hanno irti i loro capelli, gli occhi spalancano come ossessi, e la pupilla gli trema: le loro braccia sono rotte o slogate, le loro mani grondano sangue dalle unghia spezzate, e sangue stampano sul terreno, che gli brucia i piedi scoverti di pelle: i loro polsi sono roventati dall’applicazione di un ferro omicida, le loro membra sono rannicchiate, e par che una fiamma alitasse perpetua a loro dintorno: dalle gole contratte e attenuate par che vogliano evocare un grido, terribile è lo sforzo ma non ci arrivano, e si risolve in singhiozzo. Li ravvisate voi? 
Frugate quindi nei volumi della storia, interrogate i monumenti, gli archi dei sotterranei, le scale delle ecatombe, gli anditi delle latomie, i recessi dei castelli, le creste delle torri: dimandatene perfino i secoli stessi, e v’insegneranno il modo di conoscerli a prima giunta. Scavate la terra, indagate nei musei, nei penetrali reconditi di privati gabinetti, e fra mezzo le archeologiche preziose reliquie di storia, che fan bella mostra del maschio sapere, dalle opere e dai fasti dei nostri antenati, vi sarà dato di scorgere strumenti che la più fitta e la più ributtante barbarie potea solo speculare e adoprare, e il letto di Procuste e il toro di Falaride e il bacio della Vergine, e più in qua, le scadelline di legno, i lardi fuocati, gli arruotatori alle pareti, le funi ai tetti, i ferri a vite. Eran queste ispirazioni al genio tormentatore, e queglino i tormentati stessi. 
Ancora uno sforzo! Alzate potente la vostra voce ad evocare il grido delle tombe e dimandate quanti innocenti perirono allo strazio fatale, quanti si accusarono al ferale apparecchio o ne perirono d’affanno e di spavento, ed un eco lontano lontano riporterà migliaia e migliaia di nomi al vostro orecchio che contristeranno l’anima vostra, maledicendo la nostra polvere, che nata per sperdersi, sollevata dalle bufera delle passioni ti cieca dell’intelletto, e ti vizia il cuore o te lo guasta. 
La tortura!... Nata sotto al tiranneggio in Sicilia, visse e morì. Quindi risorse minacciante la seconda volta, variando nelle forme all’alito della viceregenza spagnuola e della inquisizione. 
L’infelice Luigi soggiacque anch’egli al peso di questa satanica inspirazione, né potè esimersela, pel costante pensiero al suo infame persecutore rivolto...

Benedetto Naselli: I misteri di Palermo. 
Nella versione originale pubblicata per la prima ed unica volta nel 1852.
Pagine 274 - Prezzo di copertina € 21,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Marco Gregò: Nella terra del sole che sboccia. Da una recensione di Amazon del 20 maggio 2018

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Nella terra del sole che sboccia è un romanzo fortemente psicologico, sentimentale che mette a nudo le più profonde emozioni umane.
È un manuale di vita che riesce a colpire nel profondo quegli intelletti che vivono la vita nell'attesa che tutto possa andare come hanno sempre desiderato, per il meglio, a discapito delle circostanze e di tutto il contorno che ci circonda che fa da muro, da barriera e che pone limiti che a volte non è possibile superare.
Quando ciò che vogliamo, che desideriamo o anche quando ciò che ci ha fatto star bene si estingue, come le ultime fiamme di un falò nella notte scura, prevale un senso di tristezza, di smarrimento e di vuoto che difficilmente si riesce ad arginare o gestire.
Solo chi vive alla giornata, con un livello di intelligenza pressapoco basso non è affetto da tali dubbi, paure, insicurezze, rimpianti, un po' come il personaggio di Fazzoletto che di certo non arricchisce la vita di chi gli sta intorno ma allo stesso tempo è più apprezzato di chi invece potrebbe avere molto di più da dimostrare e fidatevi che nella realtà ce ne stanno parecchi come lui.
Il libro, nella sua scorrevolezza, è un insieme di stili ed è davvero bello poter leggere i cambi tra l'aulico e il volgare, tra il filosofico e il soprannaturale, tra il reale e l'irreale uno dietro l'altro.
I personaggi nel romanzo hanno tutti un impatto personale non solo sulla storia ma soprattutto sul protagonista stesso, Albatro, il quale subisce un cambiamento interiore durante la narrazione che lo porta a capire infine che le relazioni umane dipendono da più fattori oltre che dal semplice "volersi bene", come accade con la sua compagna Julie.
Perché nella vita si può sbagliare e non sempre si riesce o si vuole aggiustare ciò che si è rotto.
Il più delle volte la volontà arriva quando ormai è troppo tardi e a quel punto non si è più in grado di farlo perché col tempo si cambia e non si può riparare un qualcosa che il tempo ha trasformato.
Proprio il tempo insieme alla ricerca della felicità è una tematica del libro.
Saremmo disposti a pagare qualunque prezzo pur di riavere una parte di tempo che abbiamo perso se ciò potesse ridarci una parte di felicità che abbiamo perso lungo il nostro cammino e qui le illusioni incontrano le aspettative che inesorabilmente si infrangono.
Il libro riporta due storie collegate e intrecciate tra loro da una parte le emozioni scaturite dalla vita dell'uomo, dall'altro l'umanità che si può ritrovare nella semplicità della vita di un animale nello specifico di un cane.
Perché si, a volte i cani, sono più umani di noi.
Le metafore e le allegorie sono uno spunto di riflessione per chi riesce a coglierle e insieme al misticismo filosofico, ci fanno capire che la felicità non è unica, ma la si può ritrovare anche in altri contesti, "solo attraverso la tristezza si può ritrovare la strada per la felicità" anche se il sentiero è tortuoso e ci si perde di tanto in tanto.
È davvero stupefacente come l'autore sia riuscito ad emozionare e a toccare con gentilezza tasti dolenti, scostando un po' quelle nuvole cupe da quel sole che ricerchiamo ma che solo a noi c'è dato di vedere o ignorare.
Il libro è profondo e merita più volte la lettura, sia per godersi un buon libro in una giornata tranquilla, sia in quei momenti in cui ci si sente persi e non avendo nessuno a cui appoggiarsi, può essere un'ancora di salvezza.


Marco Gregò: Nella terra del sole che sboccia. 
Pagine 230 - Prezzo di copertina € 17,50
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online
Sconto del 15% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 






martedì 13 febbraio 2018

Benedetto Naselli: I tre artisti. Tratto da: I misteri di Palermo


Scendendo sulla diritta del piano or ora descritto, succede una ben larga via che conduce a Toledo, ove esiste tuttora un magnatizio palazzo, dalle belle colonne, dalle ampie scale di marmo, e dalle spaziose sale, che fan bella mostra del gusto e della squisitezza dei nostri tempi andati, della jattante possanza e dello splendido lussureggiare dei nostri antichi baroni. Soprastanno al frontone d’una delle molte entrate, le armi gentilizie della illustre famiglia a cui appartiene.
Al cominciare del presente secolo, di costa a tal palazzo, e propriamente in una viuzza che lo fiancheggiava, esistiva una casa di modesta apparenza a due piani ove si alloggiavano due famiglie cadute nell’infortunio e nelle meschinità, al pianterreno un giovane scultore colla madre, ed in soffitta due incogniti, due anonimi come direbbesi, due esseri misteriosi, due di quegli uomini infine, che escono la mattina per ritirarsi la sera, che non sono mai dimandati, che non si vedono, che sono la smania delle male lingue del vicinato, stizzantesi in tali occasioni a non poter mormorare ad occhi veggenti sul loro conto.
Il pianterreno del palazzo abitato dallo scultore, componevasi di una sola stanza. A destra dello entrare, un  focolare in pietra, e per una scaletta di legno si saliva ad un mez­zanino che ricevea la luce dalla stanza istessa. Ivi erano riposti due meschinissimi letti con pagliericci, l’uno per Genoveffa madre dello scul­tore, l’altro per se stesso. Un armadio di legno antico a piccoli cassoni verniciato in nero, un ta­voliere, poche sedie ed una poltrona, eran tutti i mobili. Al capezzale del letto della madre eravi appeso un crocifisso di avorio sur una croce di tartaruga guarnita in argento che apparteneva un tempo alla madre di Genoveffa, e questa lo avea sempre ritenuto come una santa tradizione, ricor­do dei suoi vecchi genitori, e santuario alle sue diuturne e serotine preghiere. Al di sotto poi nella stanza, due o tre panche di legno, rottami di marmo, modelli in gesso, scalpelli e scalpellini, ed una statua non finita rappresentante Ercole, l’eroe di Tebe della Beozia. Era questo lo studio di Luigi il nostro artista, il quale dopo aver lavorato molte ore della notte, ora si sdra­iava sur un seggiolone a bracciuoli a riposarsi contemplando, col contento di una prima inspirazione, l’opera del suo genio, che acquistava giorno per giorno forma e figura. Luigi non potea dirsi assai bello, ma la sua persona era molto seducente. La sua testa era, come direbbesi oggi, un bel tipo per una testa italiana. Avea larga la fronte, occhi cilestri, ma un po’ ingrottati e penetrantissimi, il suo naso era acquilino a cui sottostavano un bel paio di baffi neri. La capellatura pur nera e liscia, e la carnagione bruna. La sua figura alla perfine attiravasi gli sguardi degli uomini sensibili, perchè dal viso trasparivagli l’angosce ed i tormenti che tutto lo martoriavano. Il cuore di Luigi era stato educato alla sventura, sin dalla infanzia respirò l’alito della miseria, bevve al calice delle amarezze, e i suoi primi palpiti non furono che per la memoria di suo padre, per la madre e per l’arte. Eran questi i sentimenti che infioravano la vita di Luigi, ed avrebbe tutto arrischiato, per sostenere la ca­dente genitrice e procacciarsi il nome di valente nell’arte sua.

Eppure egli ora povero... ma povero assai.
Nella casa, al di cui pianterreno abitava il nostro Luigi, al primo piano lavo­rava un giovine pittore, ed al secondo la vedova con la famiglia di un impiegato morto da pa­recchi anni. In soffitta, come il sapete, nascon­devansi Odeardo e Maria unitamente al vecchio Tom.
Il pittore chiamavasi Guglielmo. Era un uomo a trentacinque in su i trentasei anni. Magro e snello, con una bella capigliatura castagna e due occhi nerissimi che luccicavano come stelle. La di lui famigliuola componevasi di una buona moglie, vero tipo delle oneste madri di famiglia, e tre bambinelli, dei quali il più grande contava allora sei anni, e l’ultimo poppava. La casa non avea che due sole stanzette e una cucina. Nella sala serventegli di studio, eravi un cavalletto con suvvi una tela, cinque o sei quadri in olio attaccati alle murate, altrettante sedie e poi modelli di gesso, e braccia, e teste, e gambe, ed intiere figure.
Il buon Guglielmo era figlio dell’arte. Da suo padre avea appreso a maneggiar la matita e ad impastare i colori; ma il suo genio l’avea trasportato oltre, ed in poco tempo era tanto il foco che all’arte sospingealo che superò se stesso, suo padre, i maestri, ed era addivenuto artista di gran nome. Dieci o dodici lavori storici da lui concepiti, gli aveano fruttato un nome ed una onorata sussistenza; ma comechè egli era lungi dal correre l’aringo dell’intrigo e della impostura avea visto diminuirsi mano mano il credito e la fortuna. Bisognò adunque far economia sulle proprie spese. Tolse dapprima il bell’appartamento che occupava lungo la strada Macqueda, quindi lo studio a Toledo e si ridusse con la moglie ed i figli ad abitar la casa da noi descritta, procacciandosi uno scarso sostentamento col dipingere ad olio usi, costumi e paesi della Sicilia, che vendeva a qualche amatore di belle arti, o a qualche forastiere. Il suo vicino abitava al secondo piano, e con un fascio di carte sotto al braccio e tutto lasso saliva su per la sua abitazione.

Accompagniamolo. Il signor Alfredo era un giovinotto a circa vent’anni, figlio di un onesto impiegato, che avea spesi molti sudori nella vita al servizio della corte, e vivente avea procacciato una discreta educazione alla famiglia della quale il maschio era il maggiore. Quando poi se ne morì non lasciò ai figli che la propria memoria onorata e compianta, ed alla vedova una scarsa pensione di tre o quattro tarì al giorno. Condizione dolorosa di tutte le infelici famiglie di chi, logorantesi la salute dieci o dodici ore al giorno pel disimpegno del proprio dovere, non lascia in morte alla famiglia che lo stento e le privazioni!
Con quello scarso assegno la infelice vedova dovè provvedere ai bisogni giornalieri per sé e per i suoi quattro figli, e più per la di costoro educazione. Alfredo sin da ragazzo manifestò una gran tendenza per     la musica, e la madre a volerne coltivare il genio gli accaparrò un pedante pei primi rudimenti, e fece tutto il possibile per fornirlo di un clavicembalo in legno che allora chiamavasi a spinetta.
A diciotto, anni il giovinetto era già maestro. Avea fatto eseguire cinque o sei pezzi di musica, bellissime inspirazioni del suo genio, e regalato quindi da un poeta di un mediocre libretto, lo avea musicato maestrevolmente, e sentitamente. Egli poveretto, lo avea fatto sentire per tutte le case de’ dilettanti, lo avea fatto esaminare da tutti i professori. Nelle prime avea trovato elogi, sen­sazioni, promesse e nulla più, nei secondi sog­ghigni, diffidenze e mal’umori.
Si era incoraggiato dalle belle parole di qualche anima sensibile, che sentiva i palpiti pel bello, pel soave e pel melodioso di che era zeppa la di lui musica, e più volte tentò pubblicarla su pel teatro, ma non gli era per anco riuscito.
 
 
 
Benedetto Naselli: I misteri di Palermo. Nella versione originale pubblicata nel 1852.
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