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lunedì 10 novembre 2025

Benedetto Naselli: Il "cassettone" della Vicaria di Palermo... Tratto da: I misteri di Palermo. Romanzo storico siciliano

In quel momento fu scosso da uno scricciolare di chiavi e catenacci vicini alla sua porta che indi a poco si aprì.
Comparve allora sulla bassa soglia, curvantesi la testa di un omaccio ad una quarantina d’anni. Gli occhi roteavano obliquamente nell’orbita squadrando tutto a colpo, e la bocca articolò:
- Ehi! galantuomo favorite.
E Pietro macchinalmente si prestò allo invito, e viddesi quando fu fuori dalla sua stamberga in uno oscurissimo corridoio, faccia a faccia col suo albergatore che lo distinse ad un gran mazzo di chiavi appuntato alla sua cintura, e con un altro che non conobbe a prima giunta, ma che si annunziò subito, ghermendo col braccio destro il nostro Pietro pel collaretto.
Il carceriere chiudendo la porta dalla quale era uscito il suo ospite ripigliò:
- Giovannino attento, che questi son giovinotti da galera sai... e la sanno lunga... – e continuava... – Eh non c’è che fare i birbanti sono sempre i più fortunati!... Ecco qua sono arrestati ieri sera due di questi... una notte in secreta, e poi a carcer largo, in camerone. Eh! eh! che si fa presto così la mala vita... Il nostro capitano Giustiziere è assai umano... Io poi vedete, – fermandosi alla fine del corridoio e rivoltandosi a Pietro... – Io poi vi avrei fatti contare cento legnate a culo nudo... i vostri pari così s’interrogano, e non colle semplici dimande.
Quindi avanzò nuovamente il passo, scesero tre o quattro gradini, e furono in altro corridoio più grande e più arioso, quinci andaron giù nuovamente per altra scala ben lunga, svoltarono a sinistra, e Pietro fu colpito dal frastuono di mille vo-ci di mille dimande, di mille risposte, e grida e urli e lagni di donne e pianti di bambini, che il pover’uomo non risensava da quella specie di tregenda indiavolata, che presentavasi ai suoi sguardi.
Il carceriere quindi, e l’uomo che lo tenea tutt’ora pel collaretto, si avvicinarono ad una ben grossa grata che dividea il secondo dal terzo piano, quegli aprì un catenaccio e il nostro amico sgarbatamente e con qualche urtone fu spinto lì dentro chiudendosi alle spalle la porta. 
Egli restò ritto alla soglia stralunato e confuso. Le parole del suo carceriere insolenti e schifose aveanlo per un momento scosso da quella specie di stoicismo che da qualche tempo lo governava, ma ben tosto ricadde nella sua primitiva indifferenza, non sapendo non manco risolversi a muovere un passo.
Sentiva più da vicino l’orribile frastuono ed i suoi nuovi compagni muovevansi verso lui, chè è qualche cosa d’importante fra loro l’arrivo di un forestiere; e tutti cominciarono a sminuzzarlo sogguardandolo, ed a colpo d’occhio decisero che era un mal capitato in quel locale, un uomo insomma, che per caso trovavasi fra di loro, ma non ne avea nè le colpe nè le tendenze. E in ciò non si sbagliavano, e difficilmente tal classe di gente s’inganna nei suoi concetti, nelle proprie determinazioni.
Mentre Pietro adunque guardava tutto quanto eragli attorno che lo sbalordiva e lo confondeva e i compagni radunatisi a crocchio parlottavano sul suo conto, il chiavistello girò e rigirò altra volta, e Luigi fu buttato con lo stesso garbo a Pietro compartito, nel sito istesso. 
- Giovinotti, e non venite lì dentro? Fatevi avanti... Qui siete fra buoni amici e si sta allegramente... Ehi ragazzo! A voi che piangete dico... fatevi coraggio... qui i guai si lasciano alla porta... qui non si pensa che allo star bene, a mangiare e bere a più non posso, a crepapelle. Animo su... animo su... venite avanti... i nostri compagni vi aspettano...
Quest’uomo che assumea la qualità di maestro di cerimonie in quel locale, avea un corpo gigante, e le sue membra anche nella loro smisuratezza erano così ben adattate alla sua corporatura, che davangli un assieme maestoso ed imponente. La natura annunziava la superiorità di quello spirito colle forme esterne, e con una tal quale maestà, che anco ai più feroci e destri facea passar la volontà a misurarglisi. 
L’uomo, che così garbatamente esibivasi ai nostri due buoni amici, era invecchiato ladro ed omicida, chè avea passata buona parte della sua vita in carcere senza che una condanna avesse potuto buscarsi, tant’era destro e scaltrito. Le sue qualità, il suo coraggio, la sua fermezza, gli aveano procacciato il posto di camorrista, carica assai interessante in carcere, che costa alle volte sangue o la vita, come appresso vedremo. Egli chiamavasi Salvadore, ed era stato nella prima età di mestiere ciabattino, poi corso l’aringo del delitto, fu battezzato col nome di Forca e così lo chiamavano i suoi compagni d’impiego, gli altri col nome solamente. Colui al quale si diresse presentando i nuovi arrivati Pietro e Luigi, era un certo Biaggio, sartore una volta, poi speculatore, bancarrottiere e ladro, ed ora lampiere al camerone, che è altra carica interessantissima, cose che vedremo in appresso. Questi avea ricevuto il soprannome di Fonciuto, perché i suoi labbri erano assai prominenti. Quando poi fu lontano, Forca ripigliò:
- Giovinotto, qui bisogna che vi adattiate agli usi nostri e alle nostre leggi per vivere allegramente e tranquillo in caso diverso e non saprei... 
- Adattiamoci pure, – replicò Luigi, – e pare che già ci siamo.
- Bene adunque, voi altri siete in due, gentiluomini, ben vestiti, – calcolava fra se stesso Forca... – bene, pagherete un oncia a testa per la lampade.
- Per la lampade? un oncia a testa? – osservava il solo Luigi, chè Pietro parea di sasso, e non curavasi, anzi assistiva macchinalmente quella versazione, – ma io davvero, che non vi capisco dapprima, e poi chi ha tutto questo denaro, se sapeste amico mio...
- Ah! ah! capisco... non volete pagare, peggio per voi. Qui non si fanno chiacchere, qui si va subito ai fatti, – e in così dire chiamò l’amico Biaggio ordinandogli: – Gli amici in cassettone.
- In cassettone? – quegli replicò, – per la Madonna del Carmine, questo è un affare che non succede da un pezzo...
- Non ci pensare, se la vedranno loro.
E i nostri due poveri sventurati, che non capivano quel tale linguaggio, ed erano storditi dalla misteriosa gradazione dei sentimenti di Forca che dalla più squisita urbanità passava al più sprezzante indifferentismo, furono condotti da Biaggio sur un sei palmi di terreno assegnatogli pel loro dormire, terreno che era immediatamente sottostante ad una porticina che dava ingresso alla latrina, locale in gergo loro appellato cassettone, talchè chi è ivi destinato è costretto star sveglio tutta la notte pel continuo chiudersi  ed aprire della porta, e più dalla pestifera esalazione, che un tal ricetto naturalmente emana.



Benedetto Naselli: I misteri di Palermo. Romanzo storico siciliano ambientato agli inizi dell'ottocento. 
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato nel 1852.
Pagine 276 - Prezzo di copertina € 21,00
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
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